Copertina
Autore Douglas R. Hofstadter
CoautoreDaniel C. Dennett
Titolo L'io della mente
SottotitoloFantasie e riflessioni sul sé e sull'anima
EdizioneAdelphi, Milano, 1993 [1985], gli Adelphi 35 , Isbn 88-459-0791-0
OriginaleThe Mind's I [1981]
CuratoreDouglas R. Hofstadter, Daniel C. Dennett
LettoreRenato di Stefano, 1995
Classe matematica , logica , filosofia , informatica , biologia , scienze cognitive
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Indice

Prefazione                              13
Introduzione                            15

    I. UN SENSO DEL SÉ

1.  Borges e io, di JORGE LUIS BORGES   31
    Riflessioni                         32

2.  Del non avere la testa,
    di D.E. HARDING                     34
    Riflessioni                         41

3.  La riscoperta della mente,
    di HAROLD J. MOROWITZ               44
    Riflessioni                         52

    II. ALLA RICERCA DELL'ANIMA

4.  Calcolatori e intelligenza,
    di A.M. TURING                      61
    Riflessioni                         75

5.  Il test di Turing:
    una conversazione al caffè,
    di DOUGLAS R. HOFSTADTER            76
    Riflessioni                         97

6.  La Principessa Ineffabella,
    di STANISLAW LEM                   101
    Riflessioni                        103

7.  L'anima di Martha, animale,
    di TERREL MIEDANER                 105
    Riflessioni                        111

8.  L'anima dell'Animale Modello III,
    di TERREL MIEDANER                 113
    Riflessioni                        117

    III. DALLO HARDWARE AL SOFTWARE

9.  Lo spirito, di ALLEN WHEELIS       123
    Riflessioni                        126

10. Geni egoisti e memi egoisti,
    di RICHARD DAWKINS                 128
    Riflessioni                        147

11. Preludio e... mirmecofuga,
    di DOUGLAS R. HOFSTADTER           151
    Riflessioni                        189

12. Storia di un cervello,
    di ARNOLD ZUBOFF                   199
    Riflessioni                        209

    IV. LA MENTE COME PROGRAMMA

13. Dove sono?, di DANIEL C. DENNETT   213
    Riflessioni                        226

14. Dov'ero?, di DAVID HAWLEY SANFORD  228
    Riflessioni                        236

15. Un problema di rigetto,
    di JUSTIN LEIBER                   237
    Riflessioni                        247

16. Software, di RUDY RUCKER           248
    Riflessioni                        260

17. L'enigma dell'universo e la sua
    soluzione, di CHRISTOPHER CHERNIAK 264
    Riflessioni                        271

    V. SÉ CREATI E LIBERO ARBITRIO

18. La settima sortita, ovvero I guai
    che provocò la perfezione
    di Trurl, di STANISLAW LEM         281
    Riflessioni                        287

19. Non serviam, di STANISLAW LEM      289
    Riflessioni                        309

20. Dio è taoista?,
    di RAYMOND M. SMULLYAN             313
    Riflessioni                        330

21. Le rovine circolari,
    di JORGE LUIS BORGES               333
    Riflessioni                        337

22. Menti, cervelli e programmi,
    di JOHN R. SEARLE                  341
    Riflessioni                        360

23. Un dualista sfortunato,
    di RAYMOND M. SMULLYAN             370
    Riflessioni                        371

    VI. L'OCCHIO INTERIORE

24. Che cosa si prova a essere un
    pipistrello?, di THOMAS NAGEL      379
    Riflessioni                        392

25. Un incubo epistemologico,
    di RAYMOND M. SMULLYAN             403
    Riflessioni                        413

26. Conversazione col cervello di
    Einstein,
    di DOUGLAS R. HOFSTADTER           415
    Riflessioni                        439

27. Dramatis Personae,
    di ROBERT NOZICK                   443

Letture ulteriori                      447
Fonti del materiale illustrativo       464
Indice analitico                       465
 

 

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Pagina 44

3
La riscoperta della mente
di Harold J. Morowitz


Negli ultimi cent'anni circa nella scienza si è andata sviluppando una situazione singolare. Molti ricercatori non se ne rendono conto, altri non lo ammetterebbero nemmeno coi loro colleghi; eppure c'è qualcosa di strano nell'aria.

Ciò che è accaduto è questo: i biologi, che un tempo postulavano per la mente umana una posizione privilegiata nella gerarchia della natura, si sono inesorabilmente avvicinati al rigido materialismo che caratterizzava la fisica dell'Ottocento. Nel frattempo i fisici, di fronte a prove sperimentali assai convincenti, sono venuti allontanandosi dai modelli strettamente meccanici dell'universo per accostarsi a una concezione in cui la mente ha una funzione essenziale in tutti gli eventi fisici. È come se queste due discipline procedessero su due treni lanciati a grande velocità in direzioni opposte, senza accorgersi di ciò che accade sull'altro binario.

Questo scambio di parti tra biologi e fisici ha lasciato lo psicologo contemporaneo in una posizione ambivalente. Dal punto di vista della biologia, lo psicologo studia fenomeni che sono molto lontani dal cuore della certezza, cioè dal mondo submicroscopico degli atomi e delle molecole. Dal punto di vista della fisica, lo psicologo si occupa della "mente", un'entità primitiva indefinita che sembra allo stesso tempo essenziale e impenetrabile. Chiaramente entrambe le concezioni contengono una certa parte di verità; e una risoluzione del problema è essenziale per approfondire ed estendere le fondamenta della scienza del comportamento.

Lo studio della vita a tutti i livelli, dal comportamento sociale a quello delle molecole, è ricorso, nei tempi moderni, al riduzionismo come concetto esplicativo principale. Questo modo di procedere verso la conoscenza cerca di comprendere i fenomeni scientifici di un certo livello in termini di concetti relativi a un livello inferiore e presumibilmente più fondamentale. In chimica le reazioni a livello macroscopico sono spiegate esaminando il comportamento delle molecole. Analogamente i fisiologi studiano l'attività delle cellule viventi in termini di processi svolti da organelli e da altre componenti subcellulari. E in geologia le formazioni e le proprietà dei minerali sono descritte usando le caratteristiche dei cristalli costituenti. Tutti questi casi sono essenzialmente una ricerca di spiegazioni nelle strutture e nelle attività soggiacenti.

Un esempio di riduzionismo a livello psicologico è rappresentato dal punto di vista esposto da Carl Sagan nel suo fortunato libro I draghi dell'Eden. Egli scrive: "La mia premessa fondamentale riguardo al cervello è che le sue attività - ciò che talora chiamiamo 'mente' - sono una conseguenza della sua anatomia e della sua fisiologia e nulla più". Una conferma ulteriore di questa linea di pensiero è che il glossario di Sagan non contiene le parole mente, coscienza, perfezione, consapevolezza o pensiero; e comprende invece voci come sinapsi, lobotomia, proteine ed elettrodi.

Siffatti tentativi di ridurre il comportamento umano alle sue basi biologiche hanno una lunga storia, che risale ai primi darwinisti e ai loro contemporanei che studiavano la psicologia fisiologica. Prima dell'Ottocento il dualismo mente-corpo, al centro della filosofia di Descartes, era stato incline a situare la mente umana fuori dell'ambito della biologia. Poi l'accento posto dagli evoluzionisti sulla nostra "scimmiosità" ci rese suscettibili di essere studiati sotto il profilo biologico con metodi adatti ai primati diversi dall'uomo e, per estensione, agli altri animali.

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Pagina 113

8
L'anima dell'Animale
Modello III
di Terrel Miedaner


[...]

Dopo una pausa Hunt riprese: "Ciò che tu in Klane consideri una fissazione per le macchine è soltanto una prospettiva diversa. Per lui le macchine sono un'altra forma di vita, una forma che egli può creare da sé con plastica e metallo. Ed è abbastanza onesto da considerare se stesso una macchina".

"Una macchina che genera macchine" ribatté Dirksen sarcastica.

"Tra un po' dirai che è una madre!".

"No" disse Hunt. "È un ingegnere. E per quanto rozza sia una macchina costruita da un ingegnere in confronto al corpo umano, essa rappresenta un atto più elevato della semplice riproduzione biologica, perché almeno è il risultato di un processo del pensiero".

"Non dovrei mettermi a discutere con un avvocato" riconobbe lei, ancora turbata. "Ma io non provo proprio niente per le macchine! Dal punto di vista emotivo, tra il modo in cui trattiamo gli animali e quello in cui trattiamo le macchine c'è una differenza che sfida ogni spiegazione logica. Per esempio, posso benissimo rompere una macchina senza scompormi ma non sono capace di uccidere un animale".

"Hai mai provato?".

"Più o meno" rammentò Dirksen. "L'appartamento che avevo all'università era infestato dai topi e così ci misi una trappola. Ma quando alla fine ne catturai uno non fui capace di toglierlo dalla trappola... povera cosina morta, con quell'aria triste e innocente. Così seppellii trappola e tutto nel cortile e decisi che vivere coi topi era molto meno sgradevole che ammazzarli".

"Eppure tu mangi la carne" osservò Hunt. "Quindi non ti ripugna tanto l'atto di uccidere in sé quanto il farlo tu stessa".

"Senti" disse lei irritata. "Questo ragionamento non tiene conto di un punto essenziale, cioè il rispetto fondamentale per la vita. Noi abbiamo qualcosa in comune con gli animali: questo lo capisci, no?".

"Klane ha una teoria che forse troverai interessante" insisté Hunt. "Direbbe che la parentela biologica, reale o immaginaria, non ha nulla a che fare col tuo 'rispetto per la vita'. In realtà a te non piace uccidere solo perché l'animale si oppone alla morte: urla, lotta o ha l'aria triste, insomma ti implora di non distruggerlo. Ed è la tua mente, tra l'altro, non il tuo corpo biologico, che sente le implorazioni dell'animale".

[...]

Riflessioni

[...]

Pochi di noi sono vegetariani o anche solo considerano seriamente la possibilità di esserlo nel corso della loro vita. È perché l'idea di macellare vitelli, maiali e così via non ci disturba affatto? Certo no. Pochi amano sentirsi ricordare che quando mangiano una bistecca hanno nel piatto un pezzo di animale morto. Per lo più ci proteggiamo ricorrendo a un linguaggio allusivo e a un insieme di complicate convenzioni che ci permettono di salvare capra e cavoli. Della vera natura del mangiar carne, come della vera natura del sesso e dell'evacuazione, possiamo parlare solo in modo implicito, dietro lo schermo di allusioni e sinonimi eufemistici: "fettine", "fare all'amore", "andare in bagno". Abbiamo una certa qual sensazione che nei macelli avvenga un'uccisione di anime, ma i nostri palati non vogliono sentirselo ricordare.

Che cosa è più facile distruggere: un Chess Challenger VII che sa darci una bella partita a scacchi facendo lampeggiare allegramente le sue luci rosse mentre "riflette" sulla mossa successiva, oppure il tenero orsacchiotto che ci piaceva tanto quando avevamo tre anni? Perché l'orsacchiotto ci prende al cuore? In qualche modo denota piccolezza, innocenza, vulnerabilità.

Siamo fortemente soggetti ai richiami emotivi, ma siamo anche capaci di essere molto selettivi nell'attribuzione dell'anima. Come poterono i nazisti convincersi che era giusto uccidere gli ebrei? Come facevano gli americani ad aver tanta voglia di "sterminare i gialli" durante la guerra del Vietnam? Sembra che le emozioni di un certo tipo (il patriottismo) possano fungere da valvola di controllo di quelle altre emozioni che ci permettono di identificarci con gli altri, di proiettarci in loro: di vedere la nostra vittima come (un riflesso di) noi stessi.

In qualche misura siamo tutti animisti. Alcuni di noi attribuiscono una "personalità" alla loro automobile, altri considerano "vivi" i loro giocattoli o la loro macchina da scrivere, come se possedessero un'"anima". È difficile bruciare certe cose nel caminetto, perché è una parte di noi che se ne va in fumo. È chiaro che l'"anima" che proiettiamo in questi oggetti è soltanto un'immagine della nostra mente. Eppure, se le cose stanno così, perché la stessa cosa non vale per l'anima che proiettiamo nei nostri amici e nei nostri familiari?

Tutti noi abbiamo un deposito di empatia al quale è più o meno facile o difficile attingere, secondo il nostro umore o gli stimoli. Talvolta semplici parole o espressioni fugaci toccano una corda sensibile e ci inteneriamo; altre volte restiamo duri e gelidi, irremovibili.

In questo brano, la lotta della bestiola contro la morte tocca il cuore di Lee Dirksen e il nostro. Vediamo il piccolo scarabeo combattere per la propria vita o, per usare le parole di Dylan Thomas, infuriare "contro il morir della luce", e rifiutarsi di "entrare docilmente in quella buona notte". Questo supposto riconoscimento del proprio fato è forse il tocco più convincente di tutti. Ci ricorda gli sventurati animali messi in circolo, scelti a caso e scannati, pieni di terrore davanti all'approssimarsi di un destino inesorabile.

Quand'è che un corpo contiene un'anima? In questo brano così commovente abbiamo visto emergere l'"anima" non in funzione di un qualche stato interno chiaramente definito, bensì in funzione della nostra capacità di proiezione. Strano a dirsi, questa è l'impostazione più comportamentistica che si possa immaginare! Non ci preoccupiamo di sapere come funzionano i meccanismi interni: al contrario, li diamo per scontati, una volta osservato il comportamento. È una strana convalida dell'impostazione data da Turing col suo test al problema della "rivelazione dell'anima".

D.R.H.

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Pagina 128

10
Geni egoisti e memi egoisti
di Richard Dawkins


GENI EGOISTI


In principio era la semplicità. Già è piuttosto difficile spiegare come ebbe inizio un universo anche semplice. Do per scontato che sarebbe ancor più arduo spiegare lo scaturire improvviso, armato di tutto punto, di un ordine complesso: la vita, o un essere in grado di creare la vita. La teoria darwiniana dell'evoluzione per selezione naturale è soddisfacente poiché ci indica un modo in cui la semplicità potrebbe trasformarsi in complessità, in cui atomi privi di ordine potrebbero raggrupparsi in
[...]

 


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