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| << | < | > | >> |Indice
Prefazione 13
Introduzione 15
I. UN SENSO DEL SÉ
1. Borges e io, di JORGE LUIS BORGES 31
Riflessioni 32
2. Del non avere la testa,
di D.E. HARDING 34
Riflessioni 41
3. La riscoperta della mente,
di HAROLD J. MOROWITZ 44
Riflessioni 52
II. ALLA RICERCA DELL'ANIMA
4. Calcolatori e intelligenza,
di A.M. TURING 61
Riflessioni 75
5. Il test di Turing:
una conversazione al caffè,
di DOUGLAS R. HOFSTADTER 76
Riflessioni 97
6. La Principessa Ineffabella,
di STANISLAW LEM 101
Riflessioni 103
7. L'anima di Martha, animale,
di TERREL MIEDANER 105
Riflessioni 111
8. L'anima dell'Animale Modello III,
di TERREL MIEDANER 113
Riflessioni 117
III. DALLO HARDWARE AL SOFTWARE
9. Lo spirito, di ALLEN WHEELIS 123
Riflessioni 126
10. Geni egoisti e memi egoisti,
di RICHARD DAWKINS 128
Riflessioni 147
11. Preludio e... mirmecofuga,
di DOUGLAS R. HOFSTADTER 151
Riflessioni 189
12. Storia di un cervello,
di ARNOLD ZUBOFF 199
Riflessioni 209
IV. LA MENTE COME PROGRAMMA
13. Dove sono?, di DANIEL C. DENNETT 213
Riflessioni 226
14. Dov'ero?, di DAVID HAWLEY SANFORD 228
Riflessioni 236
15. Un problema di rigetto,
di JUSTIN LEIBER 237
Riflessioni 247
16. Software, di RUDY RUCKER 248
Riflessioni 260
17. L'enigma dell'universo e la sua
soluzione, di CHRISTOPHER CHERNIAK 264
Riflessioni 271
V. SÉ CREATI E LIBERO ARBITRIO
18. La settima sortita, ovvero I guai
che provocò la perfezione
di Trurl, di STANISLAW LEM 281
Riflessioni 287
19. Non serviam, di STANISLAW LEM 289
Riflessioni 309
20. Dio è taoista?,
di RAYMOND M. SMULLYAN 313
Riflessioni 330
21. Le rovine circolari,
di JORGE LUIS BORGES 333
Riflessioni 337
22. Menti, cervelli e programmi,
di JOHN R. SEARLE 341
Riflessioni 360
23. Un dualista sfortunato,
di RAYMOND M. SMULLYAN 370
Riflessioni 371
VI. L'OCCHIO INTERIORE
24. Che cosa si prova a essere un
pipistrello?, di THOMAS NAGEL 379
Riflessioni 392
25. Un incubo epistemologico,
di RAYMOND M. SMULLYAN 403
Riflessioni 413
26. Conversazione col cervello di
Einstein,
di DOUGLAS R. HOFSTADTER 415
Riflessioni 439
27. Dramatis Personae,
di ROBERT NOZICK 443
Letture ulteriori 447
Fonti del materiale illustrativo 464
Indice analitico 465
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| << | < | > | >> |Pagina 44Negli ultimi cent'anni circa nella scienza si è andata sviluppando una situazione singolare. Molti ricercatori non se ne rendono conto, altri non lo ammetterebbero nemmeno coi loro colleghi; eppure c'è qualcosa di strano nell'aria. Ciò che è accaduto è questo: i biologi, che un tempo postulavano per la mente umana una posizione privilegiata nella gerarchia della natura, si sono inesorabilmente avvicinati al rigido materialismo che caratterizzava la fisica dell'Ottocento. Nel frattempo i fisici, di fronte a prove sperimentali assai convincenti, sono venuti allontanandosi dai modelli strettamente meccanici dell'universo per accostarsi a una concezione in cui la mente ha una funzione essenziale in tutti gli eventi fisici. È come se queste due discipline procedessero su due treni lanciati a grande velocità in direzioni opposte, senza accorgersi di ciò che accade sull'altro binario. Questo scambio di parti tra biologi e fisici ha lasciato lo psicologo contemporaneo in una posizione ambivalente. Dal punto di vista della biologia, lo psicologo studia fenomeni che sono molto lontani dal cuore della certezza, cioè dal mondo submicroscopico degli atomi e delle molecole. Dal punto di vista della fisica, lo psicologo si occupa della "mente", un'entità primitiva indefinita che sembra allo stesso tempo essenziale e impenetrabile. Chiaramente entrambe le concezioni contengono una certa parte di verità; e una risoluzione del problema è essenziale per approfondire ed estendere le fondamenta della scienza del comportamento. Lo studio della vita a tutti i livelli, dal comportamento sociale a quello delle molecole, è ricorso, nei tempi moderni, al riduzionismo come concetto esplicativo principale. Questo modo di procedere verso la conoscenza cerca di comprendere i fenomeni scientifici di un certo livello in termini di concetti relativi a un livello inferiore e presumibilmente più fondamentale. In chimica le reazioni a livello macroscopico sono spiegate esaminando il comportamento delle molecole. Analogamente i fisiologi studiano l'attività delle cellule viventi in termini di processi svolti da organelli e da altre componenti subcellulari. E in geologia le formazioni e le proprietà dei minerali sono descritte usando le caratteristiche dei cristalli costituenti. Tutti questi casi sono essenzialmente una ricerca di spiegazioni nelle strutture e nelle attività soggiacenti. Un esempio di riduzionismo a livello psicologico è rappresentato dal punto di vista esposto da Carl Sagan nel suo fortunato libro I draghi dell'Eden. Egli scrive: "La mia premessa fondamentale riguardo al cervello è che le sue attività - ciò che talora chiamiamo 'mente' - sono una conseguenza della sua anatomia e della sua fisiologia e nulla più". Una conferma ulteriore di questa linea di pensiero è che il glossario di Sagan non contiene le parole mente, coscienza, perfezione, consapevolezza o pensiero; e comprende invece voci come sinapsi, lobotomia, proteine ed elettrodi. Siffatti tentativi di ridurre il comportamento umano alle sue basi biologiche hanno una lunga storia, che risale ai primi darwinisti e ai loro contemporanei che studiavano la psicologia fisiologica. Prima dell'Ottocento il dualismo mente-corpo, al centro della filosofia di Descartes, era stato incline a situare la mente umana fuori dell'ambito della biologia. Poi l'accento posto dagli evoluzionisti sulla nostra "scimmiosità" ci rese suscettibili di essere studiati sotto il profilo biologico con metodi adatti ai primati diversi dall'uomo e, per estensione, agli altri animali. | << | < | > | >> |Pagina 113[...] Dopo una pausa Hunt riprese: "Ciò che tu in Klane consideri una fissazione per le macchine è soltanto una prospettiva diversa. Per lui le macchine sono un'altra forma di vita, una forma che egli può creare da sé con plastica e metallo. Ed è abbastanza onesto da considerare se stesso una macchina". "Una macchina che genera macchine" ribatté Dirksen sarcastica. "Tra un po' dirai che è una madre!". "No" disse Hunt. "È un ingegnere. E per quanto rozza sia una macchina costruita da un ingegnere in confronto al corpo umano, essa rappresenta un atto più elevato della semplice riproduzione biologica, perché almeno è il risultato di un processo del pensiero". "Non dovrei mettermi a discutere con un avvocato" riconobbe lei, ancora turbata. "Ma io non provo proprio niente per le macchine! Dal punto di vista emotivo, tra il modo in cui trattiamo gli animali e quello in cui trattiamo le macchine c'è una differenza che sfida ogni spiegazione logica. Per esempio, posso benissimo rompere una macchina senza scompormi ma non sono capace di uccidere un animale". "Hai mai provato?". "Più o meno" rammentò Dirksen. "L'appartamento che avevo all'università era infestato dai topi e così ci misi una trappola. Ma quando alla fine ne catturai uno non fui capace di toglierlo dalla trappola... povera cosina morta, con quell'aria triste e innocente. Così seppellii trappola e tutto nel cortile e decisi che vivere coi topi era molto meno sgradevole che ammazzarli". "Eppure tu mangi la carne" osservò Hunt. "Quindi non ti ripugna tanto l'atto di uccidere in sé quanto il farlo tu stessa". "Senti" disse lei irritata. "Questo ragionamento non tiene conto di un punto essenziale, cioè il rispetto fondamentale per la vita. Noi abbiamo qualcosa in comune con gli animali: questo lo capisci, no?". "Klane ha una teoria che forse troverai interessante" insisté Hunt. "Direbbe che la parentela biologica, reale o immaginaria, non ha nulla a che fare col tuo 'rispetto per la vita'. In realtà a te non piace uccidere solo perché l'animale si oppone alla morte: urla, lotta o ha l'aria triste, insomma ti implora di non distruggerlo. Ed è la tua mente, tra l'altro, non il tuo corpo biologico, che sente le implorazioni dell'animale". [...] Riflessioni [...] Pochi di noi sono vegetariani o anche solo considerano seriamente la possibilità di esserlo nel corso della loro vita. È perché l'idea di macellare vitelli, maiali e così via non ci disturba affatto? Certo no. Pochi amano sentirsi ricordare che quando mangiano una bistecca hanno nel piatto un pezzo di animale morto. Per lo più ci proteggiamo ricorrendo a un linguaggio allusivo e a un insieme di complicate convenzioni che ci permettono di salvare capra e cavoli. Della vera natura del mangiar carne, come della vera natura del sesso e dell'evacuazione, possiamo parlare solo in modo implicito, dietro lo schermo di allusioni e sinonimi eufemistici: "fettine", "fare all'amore", "andare in bagno". Abbiamo una certa qual sensazione che nei macelli avvenga un'uccisione di anime, ma i nostri palati non vogliono sentirselo ricordare. Che cosa è più facile distruggere: un Chess Challenger VII che sa darci una bella partita a scacchi facendo lampeggiare allegramente le sue luci rosse mentre "riflette" sulla mossa successiva, oppure il tenero orsacchiotto che ci piaceva tanto quando avevamo tre anni? Perché l'orsacchiotto ci prende al cuore? In qualche modo denota piccolezza, innocenza, vulnerabilità. Siamo fortemente soggetti ai richiami emotivi, ma siamo anche capaci di essere molto selettivi nell'attribuzione dell'anima. Come poterono i nazisti convincersi che era giusto uccidere gli ebrei? Come facevano gli americani ad aver tanta voglia di "sterminare i gialli" durante la guerra del Vietnam? Sembra che le emozioni di un certo tipo (il patriottismo) possano fungere da valvola di controllo di quelle altre emozioni che ci permettono di identificarci con gli altri, di proiettarci in loro: di vedere la nostra vittima come (un riflesso di) noi stessi. In qualche misura siamo tutti animisti. Alcuni di noi attribuiscono una "personalità" alla loro automobile, altri considerano "vivi" i loro giocattoli o la loro macchina da scrivere, come se possedessero un'"anima". È difficile bruciare certe cose nel caminetto, perché è una parte di noi che se ne va in fumo. È chiaro che l'"anima" che proiettiamo in questi oggetti è soltanto un'immagine della nostra mente. Eppure, se le cose stanno così, perché la stessa cosa non vale per l'anima che proiettiamo nei nostri amici e nei nostri familiari? Tutti noi abbiamo un deposito di empatia al quale è più o meno facile o difficile attingere, secondo il nostro umore o gli stimoli. Talvolta semplici parole o espressioni fugaci toccano una corda sensibile e ci inteneriamo; altre volte restiamo duri e gelidi, irremovibili. In questo brano, la lotta della bestiola contro la morte tocca il cuore di Lee Dirksen e il nostro. Vediamo il piccolo scarabeo combattere per la propria vita o, per usare le parole di Dylan Thomas, infuriare "contro il morir della luce", e rifiutarsi di "entrare docilmente in quella buona notte". Questo supposto riconoscimento del proprio fato è forse il tocco più convincente di tutti. Ci ricorda gli sventurati animali messi in circolo, scelti a caso e scannati, pieni di terrore davanti all'approssimarsi di un destino inesorabile. Quand'è che un corpo contiene un'anima? In questo brano così commovente abbiamo visto emergere l'"anima" non in funzione di un qualche stato interno chiaramente definito, bensì in funzione della nostra capacità di proiezione. Strano a dirsi, questa è l'impostazione più comportamentistica che si possa immaginare! Non ci preoccupiamo di sapere come funzionano i meccanismi interni: al contrario, li diamo per scontati, una volta osservato il comportamento. È una strana convalida dell'impostazione data da Turing col suo test al problema della "rivelazione dell'anima". D.R.H. | << | < | > | >> |Pagina 128In principio era la semplicità. Già è piuttosto difficile spiegare come ebbe inizio un universo anche semplice. Do per scontato che sarebbe ancor più arduo spiegare lo scaturire improvviso, armato di tutto punto, di un ordine complesso: la vita, o un essere in grado di creare la vita. La teoria darwiniana dell'evoluzione per selezione naturale è soddisfacente poiché ci indica un modo in cui la semplicità potrebbe trasformarsi in complessità, in cui atomi privi di ordine potrebbero raggrupparsi in |
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