Copertina
Autore Michel Houellebecq
Titolo Piattaforma
EdizioneBompiani, Milano, 2001, Narratori stranieri , pag. 298, dim. 150x210x20 mm , Isbn 88-452-5042-3
OriginalePlateforme
EdizioneFlammarion, Paris, 2001
TraduttoreSergio Claudio Perroni
LettoreAngela Razzini, 2002
Classe narrativa francese
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Pagina 9

Mio padre è morto un anno fa. Io non credo alla teoria secondo cui si diventa veramente adulti solo alla morte dei genitori; veramente adultí non lo si diventa mai.

Davanti alla sua bara ho avuto pensieri incresciosi. Si era goduto la vita, quel vecchio porco; se l'era spassata alla grande. "Ti sei riprodotto..." gli dissi fra me e me con una certa foga, "hai ficcato il tuo grosso uccello nella fica di mia madre." Diciamo piuttosto teso: non capita tutti i giorni di avere un morto in famiglia. Il cadavere m'ero rifiutato di vederlo. Ho quarant'anni, e di cadaveri ne ho già visti abbastanza; adesso preferisco evitare. Che poi è il motivo per cui non ho mai voluto animali domestici.

E non mi sono neanche sposato. Di occasioni per farlo ne ho avute diverse; ma ho sempre lasciato perdere. Comunque le donne mi piacciono, e pure tanto. In effetti il celibato un po' mi pesa. È seccante soprattutto per le vacanze. La gente diffida degli scapoli in vacanza, soprattutto se di una certa età: li considerano persone molto egoiste e anche un po' dissolute; difficile dargli torto.

Dopo il funerale sono tornato nella casa dove mio padre aveva trascorso gli ultimi anni di vita. Il cadavere l'avevano trovato una settimana prima. Un po' di polvere era già andata accumulandosi sui mobili e negli angoli delle stanze; nel vano di una finestra ondeggiava una ragnatela. Tempo, entropia e compagnia bella stavano dunque cominciando la loro opera di pacifico impossessamento della casa. Il congelatore era vuoto. Sulle scansie della cucina c'erano perlopiù flaconi di proteine aromatizzate, tavolette energetiche, pasti monodose Weight Watchers. Gironzolai per il pianterreno sgranocchiando un biscotto arricchito con sali di magnesio. Poi scesi nel seminterrato a fare un po' di cyclette. A settant'anni suonati mio nadre godeva di una condizione fisica decisamente migliore della mia. Faceva un'ora al giorno di ginnastica intensiva, più un paio di vasche di piscina due volte la settimana. Nei fine-settimana giocava a tennis e andava in bici con alcuni coetanei; ne avevo conosciuti un paio al funerale. "Ci faceva neri!..." aveva esclamato un ginecologo. "Aveva dieci anni più di noi, ma riusciva a darci la birra anche in salita!" Padre, padre mio, mi dissi, quant'era grande la tua vanità. Nell'angolo sinistro del mio campo visivo intravedevo una panca per il sollevamento pesi, e a terra un paio di manubri. Visualizzai per un attimo un deficiente in pantaloncini corti - pieno di rughe, ma per il resto molto simile a me - che gonfiava i pettorali con un fervore privo di speranza. Padre mio, mi dissi, hai edificato la tua casa sulla sabbia. Continuavo a pedalare, però sentivo che già cominciava a mancarmi il fiato, e mi dolevano le cosce; eppure ero appena al livello 1. Ripensando al funerale mi rendevo conto di aver fatto un'ottima impressione, in generale. La mia barba è sempre rasata di fresco, le mie spalle sono strette; i capelli li porto molto corti, abitudine presa una decina d'anni fa, quando hanno cominciato a diradarsi. In genere indosso completi grigi, cravatte discrete, e non ho l'aria molto allegra. Coi miei capelli corti, i miei occhiali leggeri e la mia faccia imbronciata, chinando un poco la testa per ascoltare un bel mix di inni funebri cristiani, in quella situazione mi sentivo proprio a mio agio - molto più a mio agio che a un matrimonio, per esempio. I funerali erano decisamente il mio forte. Smisi di pedalare, tossii piano. La notte calava rapidamente sui prati tutt'attorno. Per terra, accanto alla struttura di cemento che ospitava la caldaia, si scorgeva una chiazza scura, che qualcuno aveva invano cercato di lavar via dal pavimento. Era lì che era stato trovato mio padre, col cranio sfondato e indosso un paio di pantaloncini corti e una maglietta I LOVE NEW YORK. La morte risaliva a tre giorni prima, secondo il medico legale. In linea di principio si sarebbe potuto ipotizzare un incidente: poteva esser scivolato su una chiazza di olio della caldaia, o qualcosa del genere. Ma il pavimento del locale era perfettamente asciutto; e il cranio era fratturato in diversi punti, con addirittura un po' di cervello schizzato sul pavimento; quindi, molto più verosimilmente, doveva trattarsi di omicidio. Il capitano Chaumont, della polizia di Cherbourg, mi aveva annunciato una sua visita in serata.

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Pagina 80

[...] A quattordici anni, in un pomeriggio di nebbia particolarmente fitta, mi ero perduto mentre sciavo; ero finito nel mezzo di una zona ad altissimo rischio di valanghe. Di quelle ore ricordavo soprattutto le nuvole plumbee, bassissime, e il silenzio assoluto della montagna. Sapevo che quelle masse di neve avrebbero potuto staccarsi di colpo, per un mio movimento azzardato, o anche senza cause apparenti, per effetto di un insignificante rialzo di temperatura o per un alito di vento. Allora mi avrebbero trascinato nella loro caduta, per centinaia e centinaia di metri, fino a spiaccicarmi sulla roccia a valle; a quel punto sarei morto, probabilmente sul colpo. Eppure non avevo assolutamente paura. Solo un po' di fastidio che le cose potessero finire così: fastidio per me e per gli altri. Avrei referito una morte con un po' di preparazione, qualcosa che avesse un minimo di ufficialità, con una malattia, una cerimonia, delle lacrime. La cosa che rimpiangevo più di ogni altra, a dire il vero, era il non aver conosciuto il corpo della donna. Nei mesi invernali, mio padre affittava il primo piano della casa dove abitava; quell'anno l'aveva affittato a una coppia di architetti. La figlia degli architetti, Sylvie, aveva anche lei quattordici anni; sembrava attratta da me, o quantomeno cercava la mia presenza. Era piccola, graziosa, coi capelli neri e riccioluti. Anche il suo sesso era così, nero e riccioluto? Ecco a cosa pensavo mentre arrancavo penosamente sulla montagna. Da allora mi è capitato spesso di interrogarmi su questa mia caratteristica: davanti al pericolo, perfino al rischio di morire, non ho mai provato nessuna emozione particolare, nessuna scarica di adrenalina. Per me sarebbe del tutto inutile cercare le sensazioni forti che tanto attirano chi pratica gli "sport estremi". Non sono affatto coraggioso, ed evito accuratamente il pericolo; quando proprio non riesco a evitarlo, lo accetto con la quieta placidità del bove. Probabilmente non significa niente, è solo una questione tecnica, una faccenda di ormoni; ci sono esseri umani, apparentemente simili a me, che sostengono di non provare nessuna emozione davanti al corpo di una donna, cioè davanti a qualcosa che a me, da allora fin quasi ad oggi, ha sempre procurato ebbrezze difficili da controllare. La libertà di cui ho goduto per gran parte della mia vita è stata quella di un aspirapolvere.

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Pagina 153

Nella seconda metà di giugno, Valérie tornò ad avere un sacco di lavoro; il problema di chi lavora con paesi sparsi in tutto il pianeta è che, grazie alle diffenze di fuso, rischia di lavorare ventiquattr'ore su ventiquattro. Le giornate sempre più calde annunciavano un'estate splendida; per il momento, Valérie e io ne approfittavamo solo in minima parte. Quando finivo di lavorare andavo a fare la spesa dai Tang Fréres, volevo cimentarmi con la cucina asiatica. Ma capii che era troppo complicato, i legumi andavano tagliati in un modo tutto particolare, bisognava trovare un nuovo equilibrio per gli ingredienti, ci voleva un'altra struttura mentale. Ripiegai sulla cucina italiana, molto più alla mia portata. Non avevo mai immaginato che un giorno mi sarei divertito a cucinare. L'amore santifica.

Nella cinquantesima lezione di sociologia, Auguste Comte combatte "questa strana aberrazione metafisica" che concepisce la famiglia come un calco della società. "Fondata principalmente sull'attaccamento e la riconoscenza," scrive Comte, "l'unione domestica è destinata soprattutto a soddisfare direttamente, cioè per il tramite della propria mera esistenza, l'insieme dei nostri istinti affettivi, indipendentemente da qualsiasi pensiero di cooperazione attiva e continua volta a un qualsivoglia fine che non sia quello della propria stessa istituzione. Sicché, quando inevitabilmente il pricipio unificatore del rapporto si riduce alla mera coordinazione degli sforzi, l'unione domestica tende fatalmente a degenerare in mera associazione, e dunque finisce per disintegrarsi." In ufficio continuavo a fare il minimo necessario; comunque mi toccò organizzare un paio di mostre piuttoste importanti, e me la cavai piuttosto senza grossi problemi. In fondo lavorare in un ufficio non è difficilissimo: basta stare un po' attenti, prendere decisioni rapide, e portarle fino in fondo. Avevo capito subito che l'importante non è prendere la decisione migliore bensì, nella maggior parte dei casi, una decisione qualsiasi, a condizione di prenderla rapidamente, quantomeno per chi, come me, lavora nel settore pubblico. Alcuni progetti artistici li bloccavo, altri li mandavo avanti: lo facevo secondo criteri vaghi e prossimativi; in dieci anni non mi era mai successo di chiedere un supplemento di informazioni - e in genere non provavo il minimo rimorso. Tutto sommato non avevo molta stima per il mondo dell'arte contemporanea. Quasi tutti gli artisti che conoscevo agivano né più né meno che come imprenditori: tenevano d'occhio le nuove nicchie di mercato, e al momento giusto cercavano di posizionarsi. Come gli imprenditori, anche loro provenivano quasi tutti dalle stesse scuole, erano fabbricati con il medesimo stampo. Però qualche differenza tra le due categorie c'era: nel campo dell'arte la spinta verso l'innovazione era più forte che nella maggior parte degli altri settori professionali; e gli artisti agivano spesso in branchi o camarille, al contrario degli imprenditori, entità solitarie circondate da nemici - gli azionisti sempre pronti a scaricarli, i dirigenti sempre pronti a tradirli. Ma in pratica era molto raro che avvertissi un'autentica necessità interiore nell'opera degli artisti di cui dovevo occuparmi. E insomma a fine giugno ci fu la mostra di Bertrand Bredane, artista che avevo sostenuto con accanimento sin dall'inizio - con grande stupore di Marie-Jeanne, ormai abituata alla mia

[...]

 


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