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| << | < | > | >> |Indice
PREMESSA 7
PRIMA PARTE
Appuntamenti di fine secolo 11
Pietro Ingrao, Rossana Rossanda
Scenari della mondializzazione 14
Riflessioni sul caso italiano 39
Le contraddizioni emergenti 55
SECONDA PARTE
Diario di una discussione 79
Pietro Ingrao, Rossana Rossanda
TERZA PARTE
Tre questioni cruciali 159
Economia e modello sociale nel 161
passaggio tra fordismo e toyotismo
Marco Revelli
Le istituzioni della mondializzazione 225
Isidoro Davide Mortellaro
Un conflitto occulto 265
K. S. Karol
| << | < | > | >> |Pagina 14SCENARI DELLA MONDIALIZZAZIONEI. IL LAVORO NELL'ERA DELLA MONDIALIZZAZIONE 1. Il passaggio al postfordismo Mettiamo al primo posto, anzitutto, quella mutazione del processo produttivo che chiameremo «postfordismo». Diamo per acquisito il carattere paradigmatico che ha avuto il fordismo: cioè una produzione industriale basata sulla massificazione del lavoro, strettamente gerarchizzato in fabbrica, sulla dislocazione del conflitto per la retribuzione in un crescente più di produzione (la cosiddetta economia di scala), e nel plasmare non solo il luogo di produzione: sino a farsi modello dell'intera società occidentale. Già lo coglievano le note di Gramsci. Questo paradigma è venuto a fine. Perché? E che cosa sembra derivarne per il soggetto operaio, la classe antagonista dei capitale, la sua idea di sé e la sua proposta di radicale mutamento dell'assetto sociale? Per brevità di ragionamento, assumeremo due recentissime letture, che ci sembrano analiticamente ricche e indicative di due approdi diversi: quella di Bruno Trentin nel saggio Lavoro e libertà e nel fibro-intervista Il coraggio dell'utopia; e quella, rielaborata per questo volume, di Marco Revelli. Trentin analizza il cuore del processo produttivo industriale e preferisce parlare di «crisi» piuttosto che di «fine» del fordismo, cioè d'un passaggio non ancora compiuto: crisi della «civiltà manageriale», della sua straordinaria capacità espansiva e della sua forza come «modello» di crescita capace di condizionare l'intero orizzonte occidentale: dalla fabbrica ai servizi, dal governo della società alla formazione dei saperi. Tramontano, egli scrive, i presupposti della organizzazione tayloristica, cioè della «produzione standardizzata e di massa, capace di imporsi sul mercato e sui bisogni dei consumatori, anche sotto la sferza di una utilizzazione rigida delle tecnologie monouso, che la rendeva possibile e la condizionava». Questo schema è spezzato dall'avvento di tecnologie basate sull'informatica, che consente di fornire una gamma molto più vasta e variabile di modelli dello stesso tipo, adattandoli a diversi usi. Le macchine diventano estremamente flessibili nelle prestazioni è sempre più sincronizzato il collegamento tra i semilavorati o «le parti di un prodotto finale e le attività di assemblaggio e di immissione sul mercato» fino a produzioni «personalizzate». A questo punto l'impresa ha bisogno di una partecipazione della manodopera al governo dei flussi produttivi, non più rigidamente predeterminati come avveniva nelle tecnologie mirate a produzioni standardizzate e di massa. Occorre un operaio di nuovo tipo, meno esecutore e più capace di iniziativa, una specie (questa è la metafora usata) di nuovo «operaio artigiano». Così legge Trentin il mutarnento che mette in crisi la «civiltà dei manager» e la sua rigidità gerarchica. Questo passaggio - a suo giudizio - apre la strada a sedi di decisione di tipo trasversale, che già in alcune aziende hanno dato vita a gruppi di lavoro «polivalenti». E si schiude uno spazio mai prima consentito all'iniziativa del lavoratore. A due condizioni: che egli diventi soggetto/oggetto di una formazione permanente, adeguata alla flessibilità dell'impresa e alla mobilità polivalente che gli è richiesta, e che conquisti il diritto a una autonoma decisionale dei gruppi di lavoro, fino a una progettazione costruita per e da un «uomo pensante». Insomma non gli è più richiesto di essere «il gorilla ammaestrato del taylorismo», ma un individuo capace di intervenire nello stesso progetto oltre che nel processo lavorativo. | << | < | > | >> |Pagina 39RIFLESSIONI SUL CASO ITALIANOV. LA CRISI ITALIANA 1. I caratteri generali La crisi italiana va letta nel quadro di queste mutazioni. L'interpretazione che, da destra e da tanta parte della sinistra, la riconduce a un difetto di «alternanza», ci appare opaca e deformante: sia in chi sostiene che il nostro sistema politico sarebbe rimasto bloccato perché troppo potente appariva il Partito comunista nella fase della guerra fredda, sia in chi, all'opposto attribuisce il blocco e il corrompersi delle istituzioni al «consociativismo» che avrebbe caratterizzato la prima Repubblica. Né la vastità della frana si spiega, a nostro avviso, con le rivelazioni di Tangentopoli e la spinta referendaria che ne ha tratto alimento alzando come bandiera il «partito degli onesti» contro ogni altra priorità ideale o sociale. Noi crediamo anzi che la sfera politica si corrompa, gli scandali vengano alla luce e la «giustizia» assuma una valenza palingenetica, proprio nell'allontanarsi del sistema politico - maggioranza e opposizione - dalla concretezza della composizione sociale in mutamento, dagli attori e obiettivi del conflitto, e rispetto agli ambiti, ormai più che nazionali, nei quali esso si decide. Negli anni Sessanta la società italiana era venuta modemizzandosi sotto il segno del dualismo operai-capitale, che sostituiva sia quello del primissimo dopoguerra - «uniti nella ricostruzione» - sia quello che prevaleva dal 1948: ristrutturazione sotto il controllo del blocco industriale e della proprietà agraria, mediato dalla Democrazia cristiana. Il paradigma fordista - capitale e classe operaia conflittualmente uniti nella crescita - domina al di là dello strutturarsi di tutte le produzioni sul suo schema, connota la democrazia avanzata, e in Italia ha la radicalità d'un conflitto di antiche basi fra classi subalteme e un blocco proprietario più conservatore che innovativo. Di più e di specifico, c'è in Italia l'estesa proprietà di Stato, ereditata dal fascismo, che svolge un ruolo di ammortizzatore dell'una e dell'altra parte. Nello schema fordista si coglieva dunque il caso Italia, si definivano identità collettive e conflitti: trovava anche una collocazione la rete di rapporti sovrastrutturali (ruolo dei cattolici fra Chiesa e Dc, debolezza della borghesia liberale, egemonia della sinistra nella modernizzazione delle culture e dei rapporti civili). L'Italia si guardava e si vedeva in Torino e la Fiat. | << | < | > | >> |Pagina 66Non è una domanda oziosa o di natura meramente storica. La parte capitalistica vincente dà una riposta. Dice: perché è illusorio credere che dall'interno o all'esterno del modo di produzione capitalistico possa crearsi una contraddizione che ne contiene il nocciolo di rovesciamento. Il modo di produzione capitalistico - si sostiene - è «la produzione»; gli sconquassi che ne derivano fanno parte d'un meccanismo di crescita che alla fine si salderà sempre in positivo, l'impresa è la forma principe del produrre, la forza di lavoro le si subordina, e nella concorrenza fra imprese si modifica in quantità e qualità, e il mercato ne è regolatore e motore. Senza capitale, impresa e mercato è il ristagno. Questo è il supersoggetto della modernità.A questa tesi anche Trentin e Revelli sembrano non obiettare: per Trentin questo processo porta in sé dei principi liberatori per quella parte degli uomini e delle donne che vivono la moderna avventura, produttiva ma anche conoscitiva, dell'impresa. Per Revelli, invece, esso comporta un surplus di alienazione, anche per coloro che all'impresa hanno la ventura di collaborare, e per il costo umano di chi ne resta fuori. Da parte nostra, riteniarno che se questo processo dovesse essere vincente, si rovescerebbero ab inizio i presupposti della società e della democrazia moderna. Essi si fondavano - si pensi alle Dichiarazioni dei Diritti - sulla sostanziale libertà e uguaglianza nei diritti di ogni essere umano. Il marxismo ne è realmente l'erede conseguente, in quanto sottolinea le condizioni materiali reali della libertà. Si può obiettare al movimento comunista di aver insistito sulle condizioni materiali, anzitutto la proprietà, fino a capovolgerle in totalitarismo o in inuguaghanza politica: è la critica liberale e libertaria e i comunisti sono tenuti a risponderle. Ma il problema di che cosa sia una civiltà planetaria dove in partenza è data per necessaria l'inuguaglianza delle condizioni e dei poteri «sul modo di vivere e produrre» è enorme. Viene in causa la questione del soggetto politico moderno: che cosa distingue il cittadino dal suddito, se non l'uguaglianza nel diritto di determinazione del destino comunitario e suo proprio? E' ovvio che nella tesi «libertà eguale a libertà d'impresa» soltanto il capitalista coincide con il cittadino in senso pieno; mentre il non capitalista o non detentore di mezzi che gli consentano di acquistare gli strumenti della sussistenza, formazione e partecipazione, non lo è. A questa contraddizione di partenza fra soggetti sempre più radicalmente disuguali si somma l'incidenza del nuovo modello produttivo sugli Stati nazionali. Il sistema delle imprese travalica le frontiere, agendo su una sfera più ampia, che all'interno degli Stati scarica la parte della popolazione che emargina. D'altro canto la deregulation e la libera circolazione dei capitali hanno tolto agli assetti nazionali la possibilità di limitarne effettivamente i movimenti, perdendo quindi la sovranità sulle risorse. Ma lo Stato era il terreno sul quale in via di principio a ogni cittadino era consentito di esercitare, come elettore attivo o passivo, la rappresentanza, e dare un mandato sui problemi del Paese. Lo schema delle democrazie parlamentari è quindi investito nel principio della sovranità politica del governo, delle istituzioni rappresentative e del popolo. Anche qui il trionfo della democrazia come sistema di potere dal basso e di difesa integrale dell'individuo - coro intonato nel 1989 - si scontra brutalmente con la caduta dei poteri della sfera politica nazionale, che è la sola dove si danno la rappresentanza e l'esercizio della legislazione. A ciò l'impresa sfugge. Non solo, ma il sistema delle imprese nega che la sfera pubblica debba e possa avere un suo proprio terreno di intervento, sia nel settore strategico della proprietà e dell'economia - come un tempo si intendevano le produzioni fondamentali per l'autonomia del Paese - sia, recentemente, nel settore dei grandi servizi (stato sociale), sia nel nuovo terreno delle comunicazioni.
Muta con questo un'idea forte di democrazia,
che esplicitamente si riduce a quel che Marx
denunciava - i soli diritti politici elementari -,
poiché ogni possibile ascesa a luoghi di
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