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| << | < | > | >> |Indice
PREFAZIONE 5
PROLOGO 7
I Non so nuotare! 13
II Mille metri in verticale 25
III Amici 35
IV « Mai più qui! » 47
V Malato di montagna 56
VI Avvicinamento senza successo 67
VII Verso il «Prato delle favole » 76
VIII Bloccati dalla neve e dalla tormenta 88
IX Una tragedia fa il suo corso 98
X Inferno 107
XI 1400 + 247 + 550 = 24 ore 115
XII Secondo tentativo 126
XIII Alla ricerca del limite 142
XIV Di un « cordone ombelicale»
e di altre corde 154
XV Nella rete della burocrazia 169
XVI Tutto perduto, tutto guadagnato 179
XVII Gli occhi del Lama 191
XVIII Tragedia sotto il tetto del mondo 207
XIX Incontro con la morte 222
XX Indietro verso il domani 233
XXI Piedi freddi 241
EPILOGO 253
INDICE DEI NOMI 257
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| << | < | > | >> |Pagina 25Man mano che crescevo, i giorni volavano sempre più in fretta, così come i mesi e gli anni, nella mia casa di Acereto. Negli anni '60, prima che scalassi per la prima volta il Moosstock, l'alpinismo aveva raggiunto nuovi traguardi. Era l'epoca delle «Direttissime» e delle «Superdirettissime». La maggior parte delle pareti delle Alpi erano state già conquistate, ma la giovane generazione di alpinisti alla ricerca del nuovo aveva compiuto imprese eccezionali. Ora si sceglievano le vie in verticale, a piombo dalla base della parete alla vetta, e questa evoluzione non risparmiò naturalmente le Dolomiti. Quando le direttissime estive non davano più grandi emozioni, si passava a quelle invernali. Nel gennaio del 1963, quando avevo appena sette anni e doveva trascorrere ancora un anno e mezzo prima che mi ritrovassi in cima al Moosstock sulle orme dei due stranieri, sulla Cima Grande di Lavaredo si profilò un evento eccezionale. Peter Siegert, Reiner Kauschke e Gerd Uhner, tre intrepidi tedeschi della Sassonia che avevano appreso l'arte dell'arrampicata nella regione dell'Elbsandsteingebirge, attaccarono i 550 metri della parete nord della Cima Grande. Il loro intento era tracciare una superdirettissima molto più diritta di tutte le vie percorse fino ad allora. Ogni sera mi sedevo davanti alla radio insieme con tutta la famiglia, attendendo con ansia le ultime notizie dalla Cima Grande. Trepidavamo tutti, quando la voce dell'annunciatore comunicava a un vasto pubblico di quanti metri gli alpinisti fossero avanzati quel giorno. Ora dopo ora, i tre «chiodavano» la parete verticale, e, nella parte inferiore, fortemente strapiombante. A intervalli di trenta, quaranta centimetri, piantavano i chiodi di sicurezza nelle fessure, nelle fenditure e nei buchi della roccia. Nel corso di una giornata non riuscivano a percorrere più di quindici, venti metri. Poi, con l'aiuto di una corda sottile, tiravano su i sacchi a pelo, il cibo e il materiale per il giorno seguente. Venivano seguiti con sollecitudine dalla base della parete, e là facevano arrivare anche le ultime notizie. Ogni giorno i quotidiani riportavano ampiamente il bollettino dell'impresa dei tre scalatori tedeschi, e quando il tempo era bello numerosi spettatori si radunavano ai piedi delle Tre Cime. Rimasero in parete sedici giorni, facendo arrivare ai giornali foto spettacolari. Le immagini mi affascinavano ancora di più dei resoconti radiofonici, perché i tre si attaccavano come ragni agli strapiombi e ai tetti di roccia. La televisione italiana - si raccontava in paese - aveva promesso ai tre giovani un premio di un milione di lire per la vittoria sulla «Superdirettissima». Noi apprendevamo dalla radio che cosa gli scalatori mangiavano per cena, come dormivano nei sacchi appesi alla parete, se faceva freddo e che cosa avevano in programma per il giorno successivo. Che delusione provai quando infine, al diciassettesimo giorno, Uhner, Kauschke e Siegert - i loro nomi erano ormai sulla bocca di tutti - superarono gli ultimi cinquanta metri e raggiunsero la vetta. Lo spettacolo era finito, e sul mio piccolo mondo tornava a calare il silenzio. Il resto di questa storia, anch'esso ampiamente pubblicizzato, mi interessava ormai solo marginalmente. Non appena i tre ridiscesero dalla cima, furono decorati con una medaglia d'oro. Parteciparono poi a innumerevoli ricevimenti, conferenze stampa e interviste: i media li avevano trasformati in eroi. Tuttavia, come osservò con amarezza il noto alpinista e scrittore Toni Hiebeler, l'impresa compiuta dai tre tedeschi non era stata più pericolosa di quanto fosse «attraversare un grande incrocio pieno di traffico». Dopo la morte di mia madre, dedicavo tutto il mio tempo libero a scalare le montagne dei dintorni. Intrapresi giri spericolati e spesso anche temerari, anche se non erano neppure paragonabili all'impresa dei tre scalatori sulla Cima Grande. Eppure volevo assolutamente diventare come loro, imparare a scalare bene, e forse anche diventare un po' famoso. Talvolta stavo seduto nel prato, a un centinaio di metri da casa mia, e guardavo incantato col cannocchiale di mio padre la parete nord del Sass da Putia, che mi sembrava incredibilmente lontana, messa là a segnare il confine del mondo. Doveva trascorrere ancora molto tempo prima che mi rendessi conto che quella parete scura era per me solo un inizio. | << | < | > | >> |Pagina 47L'uomo saliva a piedi nudi, superando spedito gli ultimi metri di scalata con movimenti sciolti ma potenti. L'aria calda dell'estate aleggiava sul terreno in un alone luminescente. Giù a valle si sudava, e anche in quota le gambe si stancavano in fretta. Tanto più sorprendente appariva lo spettacolo al quale assistevo. Durante l'estate del 1980 ero salito come guida alla seconda Torre del Sella, e me ne stavo lì, appoggiato a un mucchio di pietre, a gustare il panorama e chiacchierare col cliente, quando vidi arrivare dalla parete nord (quinto grado) un ragazzo abbronzatissimo che veniva su tutto solo. Un saluto, un sorriso, e la conversazione fu subito avviata. Si presentò come Norbert Joos. Era inutile chiedergli da dove venisse; con tutta la buona volontà, non avrebbe potuto dissimulare le sue origini svizzere. Aveva appena eseguito una fulminea libera sulla seconda Torre del Sella, ed ero affascinato dalla padronanza con la quale aveva arrampicato, ma ancor più dai suoi piedi. Non portava le scarpe, e scalare le ruvide rocce delle Dolomiti scalzo richiede una notevole capacità di sopportazione del dolore, oppure... la pelle dei piedi molto spessa. Norbert Joos, che già allora non era il primo venuto nel mondo dell'alpinismo, aveva entrambe. Joos era uno dei migliori alpinisti svizzeri e aveva quasi quattro anni meno di me, ma aveva già compiuto imprese notevoli. Anche in seguito il suo nome mi capitò sott'occhio più volte, leggendo resoconti di scalate sull'Himalaya. Col suo compatriota Erhard Loretan, intraprese con successo molte ardite spedizioni. Nel giugno del 1982, scalò, a soli 22 anni e in difficili condizioni climatiche, il Nanga Parbat. Due anni dopo, in maggio, era in vetta al Manaslu e nell'ottobre dello stesso anno, con Loretan, era sull'Annapurna. Nel giugno del 1985 conquistò il K2. Tutte cose che neppure lui presentiva mentre stava davanti a me sulla seconda Torre del Sella, senza scarpe, senza zaino, senza corda. | << | < | > | >> |Pagina 54All'inizio si procede bene, anche perché ci sentiamo rassicurati dal fatto di poter utilizzare in parte l'attrezzatura degli svizzeri. Al campo I (6200 metri), Friedl non riesce a chiudere occhio per tutta la notte. Il mal di denti che lo affliggeva da qualche tempo è diventato insopportabile, e così è costretto a malincuore a ritornare al campo base. Raggiungiamo in tre il campo II (7100 metri), dove Wolfi si ferma, per filmare il resto della scalata dalla tenda. Durante la notte si scatena una violenta tempesta, che il giorno dopo ci offre i suoi «effetti speciali». La violenza scatenata della natura ci trascina letteralmente verso la cima.Nel tratto superiore del canale del Lhotse, infatti, il vento ci sospinge in avanti, soffiando alle nostre spalle come un drago sibilante. Riusciamo a stento a mettere un piede davanti all'altro. A volte ho la sensazione di volare, o di essere su uno skilift. Ci alterniamo in testa alla marcia, ma quando vogliamo sostare ci tocca urlare. La tempesta infuria con impeto tale da ispirare angoscia. Per salire su quella di sinistra delle due piramidi sommitali, dobbiamo uscire dal canale, dove fino a quel momento ci siamo sentiti relativamente sicuri, perché in parte eravamo al riparo dalla bufera. Ora invece si tratta di arrampicare come formiche, del tutto esposti, sulla cresta della montagna, dove il vento ci investe con furia. Non sono più del tutto sicuro che sia giusto continuare. Dal canto suo Reinhold non dice più una parola da tempo. Ci scambiamo un'occhiata. Ha un'espressione preoccupata. Io faccio un gesto interrogativo con la testa verso la cima della montagna. Reinhold alza le spalle, poi fa un gesto di assenso, e tutti e due strisciamo a quattro zampe, come naufraghi, fino in alto. È il 16 ottobre del 1986, e intorno a noi le fanfare del vento intonano un possente concerto. Sono passati venti giorni esatti dalla scalata del Makalu, e ora siamo sul Lhotse. Reinhold ce l'ha fatta. Solo un paio d'ore dopo la notizia inizia a circolare. Con rapidità fulminea si diffonde di villaggio in villaggio, poiché anche in Nepal Reinhold è ormai un uomo famoso. Infine, anche le agenzie di stampa diffondono la notizia che lo scalatore altoatesino Reinhold Messner ha scalato per primo i quattordici Ottomila. Che cosa ci fosse veramente dietro quella notizia, però, erano in pochi a saperlo. In fondo rimase confinata a una cerchia ristretta la consapevolezza che Reinhold non aveva mai fatto uso delle bombole d'ossigeno, che durante la prima spedizione aveva perso il fratello, Günther, che aveva dovuto ripetere due volte la scalata al Nanga Parbat, all'Hidden Peak, al Gasherbrum II e all'Everest; che, infine, per ventisei volte aveva dovuto organizzare e finanziare rischiose spedizioni, prima di riuscire a sopravvivere anche a quel 26 ottobre 1986. Quel giorno non riuscii a vedere sul viso di Reinhold quasi alcun segno di gioia. Fu rischiarato solo da un breve sorriso, poi più nulla. All'improvviso gridò nella tempesta: «Mai più qui!» Mi fu chiaro allora che non sarebbe più tornato su un Ottomila. In futuro, avrei dovuto arrangiarmi da solo. Nell'istante in cui la voce di Reinhold mi raggiunse, mi staccai da lui, avvertendo che qualcosa era giunto al termine. Una fase della mia vita si era conclusa, e ne soffrii, perché avevo perso un compagno straordinario. | << | < | > | >> |Pagina 84Sotto la cima incontro Diego, che è appena salito da quella parte: davanti a noi ci sono mille metri di ripido pendio. È l'inizio, e nel contempo il passaggio chiave della nostra discesa. Anche Diego si allaccia gli sci, e discutiamo dei possibili pericoli, cercando di confortarci reciprocamente. La temperatura è bassa e la neve dà l'impressione |
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