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| << | < | > | >> |Indice9 Introduzione 11 PRIMI INCONTRI (1939-1967) 13 Pinsk, '39 26 Transiberiana, '58 40 Sud, '67 75 A VOLO D'UCCELLO (1989-1991) 77 La Terza Roma 86 Il tempio e il palazzo. (Ancora a Mosca) 97 Guardiamo, piangiamo 106 L'uomo sul monte d'asfalto 115 Fuga da se stessi 124 Vorkuta, gelare nel fuoco 141 Domani, rivolta dei Baskiri 148 Misterium russo 156 Saltando le pozzanghere 165 Kolyma, nebbia e nebbia 186 Cremlino, la montagna incantata 195 La trappola 214 Asia Centrale, annientamento di un mare 223 La Pomona della piccola città di Drohobycz 246 Ritorno alla città natale 255 CONTINUA (1992-1993) 257 Continua |
| << | < | > | >> |Pagina 9Questo libro è diviso in tre parti: la prima, intitolata "Primi incontri 1939-1967", è una relazione dei miei primi soggiorni nell'Impero. Vi si descrivono l'ingresso delle truppe sovietiche nella mia cittadina natale del Podlasie (oggi Bielorussia), un viaggio nella Siberia deserta e coperta di neve, una spedizione in Transcaucasia e nelle repubbliche dell'Asia Centrale, ossia in zone dell'ex Urss ricche di esotismo, di conflitti e di una particolare atmosfera densa di emozioni e sentimenti.La seconda parte, intitolata "A volo d'uccello 1989-1991", descrive successivi e più lunghi vagabondaggi nei vasti territori dell'Impero, compiuti durante gli anni del suo declino e della sua definitiva caduta (definitiva almeno per quanto riguarda il suo assetto fino al 1991). Si tratta di viaggi compiuti da solo, fuori dalle istituzioni e dai percorsi ufficiali, che mi hanno portato da Brest (il confine dell'ex Urss con la Polonia) a Magadan sul Pacifico e da Vorkuta, oltre il Circolo Polare, a Termez (alla frontiera con l'Afghanistan). In tutto un sessantamila chilometri. La terza parte, intitolata "Continua", è un insieme di pensieri, di riflessioni e di appunti emersi in margine ai miei viaggi, conversazioni e letture. Si tratta di un libro polifonico, nel senso che nelle sue pagine si incontrano personaggi, luoghi e temi che possono riaffacciarsi a più riprese in anni e contesti diversi. Ma alla fine l'insieme, anziché concludersi in una sintesi superiore e definitiva come impongono le leggi della polifonia, si disintegra e va in pezzi, per la buona ragione che mentre il libro veniva scritto è andato in pezzi il principale tema e oggetto: la grande potenza sovietica. Al suo posto sorgono nuovi stati e tra di essi la Russia, questo paese immenso, abitato da un popolo governato e tenuto insieme per secoli dall' ambizione imperiale. Il presente libro non è una storia della Russia e dell'ex Urss, né un resoconto dell'ascesa e caduta del comunismo in questo stato e neanche un manualistico concentrato di conoscenze sull'Impero. È la mia relazione personale di viaggi compiuti nelle sconfinate distese di questo paese (o meglio di questa parte del mondo), cercando sempre di arrivare fin dove me lo consentivano il tempo, le forze e le possibilità. | << | < | > | >> |Pagina 13Il mio primo incontro con l'Impero avviene accanto al ponte che collega la cittadina di Pinsk con il mezzogiorno del mondo. È la fine del settembre 1939. Guerra ovunque. Villaggi in fiamme, gente che in boschi e fossati cerca un rifugio purchessia dalle incursioni. Sulla nostra strada giacciono cavalli morti. Se volete proseguire, dice un tale, dovete spostarli da una parte. Ma che fatica, quanto sudore: i cavalli morti pesano in modo incredibile. Torme di fuggiaschi nel polverone, nella caligine, nel panico. Che se ne fanno di tutti quei fagotti, di tutte quelle valigie? Perché tante teiere e casseruole? Perché inveiscono cosi? Perché chiedono continuamente qualcosa? A piedi, a bordo di un mezzo, vanno, corrono da qualche parte, non si sa dove. Mia mamma invece lo sa dov'è che andiamo. Ha preso per mano me e mia sorella e tutti e tre andiamo a Pinsk, nel nostro appartamento di via Wesola. La guerra ci ha sorpresi vicino a Rejowiec, in vacanza presso lo zio, e ora dobbiamo tornare a casa. Tutti a casa! Ma quando, dopo giorni e giorni di cammino, arriviamo finalmente vicino a Pinsk e da lontano già si intravedono le case della città, gli alberi dello splendido parco e i campanili delle chiese, sulla strada vicino al ponte spuntano all'improvviso alcuni marinai. Hanno lunghe carabine e acuminate baionette, sui berretti rotondi una stella rossa. Alcuni giorni fa sono arrivati qui in nave fin dal Mar Nero, hanno affondato le nostre cannoniere, ucciso i nostri marinai e ora non vogliono lasciarci entrare in città. Ci fanno restare a distanza, "Fermi li!" gridano tenendoci sotto tiro con le carabine. La mamma e anche le altre donne con i bambini, ormai se ne è raccolto un bel gruppo, piangono e invocano pietà. "Chiedete pietà!" ci supplicano le madri folli di paura, ma che altro possiamo fare noi bambini, è già tanto se ci inginocchiamo per la strada, singhiozziamo e alziamo in aria le braccia.
Grida, pianti, carabine e baionette, le facce alterate
dei marinai sudati e rabbiosi, un nonsoché di furibondo, di
minaccioso e di inaudito: tutto questo sta lì, accanto al
ponte sul Pina, in quel mondo dove faccio il mio ingresso
all'età di sette anni.
A scuola fin dalla prima lezione ci insegnano l'alfabeto russo. Si incomincia dalla lettera 's'. "Perché dalla 's'?'" chiede una voce in fondo alla classe. "Di solìto si incomincia dalla 'a'!" "Bambini," ci dice con voce depressa il maestro (che è polacco) "guardate la copertina del nostro libro. Qual è la prima lettera?" La 's'! Petrus, che è un bielorusso, sa leggere tutto il titolo: Stalin, Problemi del leninismo. È l'unico libro su cui studiamo il russo, l'unico esemplare esistente. Sulla copertina rigida rilegata in tela grigia spiccano grandi lettere dorate. | << | < | > | >> |Pagina 26Luogo del mio secondo incontro con l'impero: lontano, nelle steppe e nelle nevi dell'Asia, in zone difficilmente raggiungibili la cui geografia porta nomi barbari e strampalati. I fiumi si chiamano Argun, Unda, Cajhar; le montagne Cingan, Ilcuri, Dzagdy; le città Kilkok, Tungir e Bukacaca. Già i nomi da soli basterebbero a comporre armoniose, esotiche poesie. Il treno della Transiberiana, partito il giorno prima da Pekino e che effettua il viaggio di nove giorni per Mosca, sta arrivando da Kharbin a Zabajkalsk, stazione di confine con l'Urss. L'avvicinarsi di una frontiera aumenta sempre l'eccitazione, intensifica l'emozione. La gente non è fatta per vivere in situazioni di frontiera, cerca di sfuggire o di liberarsene prima possibile. E tuttavia non fa che imbattercisi, trovarle e sentirle ovunque. Prendiamo l'atlante universale: frontiere su frontiere. Confini determinati da oceani e continenti. Da deserti e foreste. Da precipitazioni, monsoni, tifoni, terre coltivate e incolte, terre permanentemente ghiacciate e terre acide, scisti e conglomerati. Mettiamoci anche le zone dei depositi quaternari e delle eruzioni vulcaniche, il basalto, il calcare, la trachite. Possiamo vedere anche confini tra scudo patagonico e scudo canadese, tra zone artiche e zone tropicali, tra le forme erosive del bacino dell'Adige e quelle del lago Ciad. Tra gli habitat di certi mammiferi. Di certi insetti. Di certi rettili e serpenti, tra cui il pericolosissimo cobra nero e il terribile, benché grazie al cielo pigro, anaconda. E che dire delle frontiere stabilite da monarchie e repubbliche? Da antichi regni e civiltà scomparse? Da patti, accordi, alleanze? Da razza nera e razza gialla? Dalle migrazioni dei popoli? Qui la frontiera dove arrivarono i mongoli. Qui i khazari. Qui gli unni. Quante vittime, quanto sangue, quanto dolore legati alla questione delle frontiere! Sconfinati sono i cimiteri dei caduti in difesa delle frontiere. Altrettanto sconfinati i cimiteri degli audaci che tentarono di allargare le loro. Praticamente metà degli abitanti del nostro pianeta, morti sul campo di battaglia, hanno reso l'anima in guerre suscitate da una questione di frontiere. Questa sensibilità all'elemento frontiere, questa continua smania di delimitarle, espanderle o difenderle è una caratteristica non solo dell'uomo, ma di tutto il mondo vivente, di tutto ciò che si muove sull'orbe terracqueo e nell'aria. Molti mammiferi si fanno dilaniare a pezzi in difesa dei confini dei loro pascoli. Molti predatori alla conquista di nuovi territori di caccia azzannano a morte i loro rivali. Ma senza andare tanto lontano, anche il nostro mite e silenzioso micio domestico si sforza, si spreme e fatica per schizzare qualche goccia qua e là onde delimitare i confini del suo territorio. E i nostri cervelli? Non contengono forse codificata un'infinità di frontiere? Tra l'emisfero sinistro e quelo destro, tra lobo frontale e lobo temporale, tra ipofisi e ipotalamo. E le divisioni tra ventricoli, meningi e circonvoluzioni? Tra midollo allungato e spinale? Osserviamo il nostro modo di pensare. Spesso ci diciamo: fin qui si, oltre no. Oppure: attento a non spingerti troppo, potresti oltrepassare i limiti! E per giunta tutti questi confini del nostro modo di pensare e di sentire, di ordini e di proibizioni, si spostano di continuo, si incrociano, si fondono e si sovrappongono. Nei nostri cervelli si svolge un frenetico via vai di frontiera, di pre-frontiera e di oltre-frontiera. Da cui mal di testa, emicranie e confusione di idee, ma anche qualche perla: visioni, allucinazioni, lampi mentali e, ahimè più di rado, di genio. La frontiera è stress, è paura (molto più raramente liberazione). Il concetto di frontiera può contenere un che di definitivo, di porta che ci si chiude alle spalle per sempre: tale è il confine tra la vita e la morte. Gli dei conoscono queste inquietudini e per questo cercano di conquistare fedeli promettendo loro in premio il regno di dio, che difatti è s-confinato. Il paradiso del dio cristiano, il paradiso di Jahvè e di Allah non hanno frontiere. I buddisti sanno che lo stato di nirvana è uno stato di beatitudine senza confini. Insomma la cosa che tutti vorrebbero, si aspetterebbero e auspicherebbero è precisamente questa incondizionata, totaie, assoiuta sconfinatezza. | << | < | > | >> |Pagina 40Nove anni dopo il viaggio in Transiberiana, tornai nuovamente nell'Impero. Il percorso della mia spedizione toccava le sette repubbliche meridionali dell'Urss: Georgia, Armenia, Azerbajdzan, Turkmenistan, Tadzikistan, Kirghizistan e Uzbekistan. Un viaggio a ritmo d'inferno: a ogni repubblica toccavano meno di dieci giorni. Mi rendevo perfettamente conto di quanto superficiale e casuale fosse quel tipo di incontri, tuttavia nel caso di un paese cosi difficilmente accessibile, cosi chiuso, cosi avvolto nel segreto, bisogna sfruttare ogni minima occasione, ogni possibilità, per impensata che sia, pur di sollevare un lembo della pesante e impenetrabile cortina.
Quale fu l'aspetto più sorprendente di questo terzo
incontro con l'impero? Alla nostra immaginazione l'Urss
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