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| << | < | > | >> |Pagina 17Da tempo, i genetisti credono (e negli ultimi anni la credenza si sta diffondendo sempre più anche nell'opinione pubblica) che i geni siano gli agenti primi della vita: che siano le unità fondamentali dell'analisi biologica; che causino lo sviluppo di tratti biologici; e che il fine ultimo della scienza biologia sia di capire come essi agiscano. Tale fiducia nel potere e nell'opera dei geni - codificata in ciò che chiamo «il discorso sull'azione del gene» - ha avuto un'importanza immensa per la storia della genetica e, più di recente, per varare il Progetto Genoma Umano. Ma cosa significa attribuire (oppure negare) potere causale ai geni? Fino a che punto questo modo di dire riflette un insieme di «fatti di natura» e fino a che punto invece riflette i fatti di cultura di una particolare disciplina? Ed è soltanto un modo di dire? O non è anche un modo di pensare, di vedere e di fare scienza? Sono alcune delle domande che voglio prendere in considerazione nel contesto storico di due dei principali ambiti della scienza della vita: la genetica e l'embriologia. | << | < | > | >> |Pagina 22Come si sa, a metà degli anni Venti la Drosophila e il mais, una volta dominati e diventati gli organismi modello per rintracciare la trasmissione dei tratti ereditari, hanno dato alla genetica un rigore e una produttività alle quali le altre discipline difficilmente potevano aspirare. Ma la prima generazione dei genetisti - Morgan e la sua scuola - non hanno soltanto sviluppato le tecniche e la pratica della genetica facendone la rivale dell'embriologia: hanno anche inventato un modo di parlare dei geni, del loro ruolo e del loro significato nella riproduzione, nella crescita e nello sviluppo. Quando Muller identificava nel gene la base della vita, rivendicava per esso una priorità al contempo ontologica e temporale. Prima viene il gene, poi il resto del protoplasma (il citoplasma), che appare come un sottoprodotto, la cui unica funzione è di fornire un'ambiente favorevole, di sostentare il gene. Prima viene il gene, poi la vita. O meglio, con il gene arriva la vita. Il concetto di gene qui invocato è bifronte come Giano: in parte atomo del fisico e in parte anima platonica, al contempo mattone fondamentale e forza animatrice. Soltanto l' azione dei geni può innescare la complessa molteplicità di processi che compongono l'organismo vivente. | << | < | > | >> |Pagina 30(...) Beadle e Tatum davano una risposta particolare alla domanda: secondo loro il gene catalizzava una reazione chimica specifica. In termini più colloquiali, fabbricava un enzima. Il misterioso concetto di azione del gene sembrava avere finalmente un contenuto reale. Con l'ipotesi «un gene, un enzima», la genetica dello sviluppo poteva ormai venir intesa come la biochimica dell'azione del gene. La doppia scelta della Neurospora e della biochimica dell'azione del gene ha avuto un'importanza decisiva per l'avvenire della genetica. Quel cambiamento ha favorito in maniera cruciale lo sviluppo della genetica dei batteri e, successivamente, della biologia molecolare. Il resto della storia è noto. Nel 1953, con l'identificazione definitiva del DNA quale materiale genetico, J.D. Watson e Francis Crick hanno scoperto l'Eldorado. Il segreto della riproduzione dei geni era racchiuso in un semplice legame d'idrogeno, e le sequenze di acido nucleico hanno rivelato come essi producessero gli enzimi. Con lodevole discrezione, Watson e Crick hanno scritto che «in una molecola lunga, sono possibili molte permutazioni diverse e sembra quindi probabile che la sequenza precisa delle basi sia il codice che trasporta l'informazione genetica» (1953, p. 967). Bastava conoscere il codice, che non si sarebbe fatto aspettare a lungo.I genetisti e i biologi molecolari erano euforici: eccola, la risposta! Il DNA trasporta l'«informazione genetica» (o il programma) e i geni «producono i propri effetti» fornendo le «istruzioni» per la sintesi delle proteine. Il DNA fabbrica l'RNA, l'RNA fabbrica le proteine e le proteine fabbricano noi. Era senza dubbio una delle massime pietre miliari nella storia della scienza. Ma, si sarebbe potuto chiedere (anche se all'epoca lo fecero in pochi), che razza di risposta è? Che cosa significano nei fatti informazione, programma, istruzioni, e - già che ci siamo - il verbo fabbricare?
Watson e Crick hanno ricevuto molti plausi, e meritati,
per il loro lavoro ma temo che sia stato trascurato un loro
contributo: l'introduzione della metafora dell'informazione
nel repertorio del discorso biologico è stata un vero colpo
di genio. La storia di questa metafora, i suoi usi e le sue
implicazioni, è favolosamente ricca ed è stata esplorata a
fondo da altri (vedi in particolare Doyle 1993 e Kay 1995),
ciononostante alcuni brevi cenni potrebbero servire. Pochi
anni prima, il matematico Claude Shannon aveva proposto una
misura quantitativa precisa della complessità dei codici
lineari. Aveva chiamato questa misura
informazione
- il termine era volutamente indipendente dal significato o
dalla funzione - e all'inizio deglòi anni Cinquanta, nel
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