Copertina
Autore Björn Larsson
Titolo Il Cerchio Celtico
EdizioneIperborea, Milano, 2000, Iperborea 87 , pag. 411, dim. 100x200x28 mm , Isbn 88-7091-087-3
OriginaleDen Keltiska Ringen
EdizioneBonnies Förlag, Stoccolma, 1992
TraduttoreKatia De Marco
LettoreRenato di Stefano, 2000
Classe narrativa svedese , mare
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Era il 18 gennaio 1990. Un vento fresco, a tratti forte, soffiava da sud, portando con sé nubi cariche di pioggia.

Il viale della stazione di Limhamn era deserto, a parte qualche isolata automobile i cui fari si riflettevano nelle vetrine o sull'asfalto bagnato.

Con il vento alle spalle era facile camminare. Le raffiche più violente quasi mi sollevavano, spingendomi verso l'imbarcadero dei traghetti, dov'ero diretto. Ma non avevo alcun motivo di affrettarmi, un giovedì sera del primo mese dell'anno, quando i traghetti viaggiano mezzi vuoti e la sala d'aspetto invita a tutto fuorché ad aspettare.

E' vero che con il passare degli anni avevo imparato ad aspettare, e riuscivo almeno in patte a dimenticare che il mio tempo passava senza né gioia né profitto per nessuno. Ma benché non facessi che darmi da fare, non ero mai riuscito a vincere la sensazione che il tempo mi scorresse tra le dita. C'era sempre qualcosa da finire, qualcosa che non poteva aspettare né si poteva rimandare. Ed era sempre qualcun altro a decidere le scadenze.

In fondo era proprio per tentare di sfuggire a quel girotondo infernale che mi ero trasferito in Danimarca. Ma continuavo a lavorare in Svezia, e il cartellino da timbrare non aveva smesso di misurare il mio tempo. Non arrivavo mai a destinazione, non facevo che degli avanti e indietro.

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Quando esattamente mi sia affiorato il pensiero di andare di persona fino in Scozia non lo ricordo. Tutto è cominciato con una domanda: "Cosa potrebbe impedirmi di partire?" subito seguita da un'altra: "Cos'ho da perdere?" La risposta a entrambe le domande era la stessa: "Niente. Assolutamente niente."

Da tempo il Rustica era pronto per la partenza. Avevo dedicato anni e decine di migliaia di corone a prepararlo per il mare aperto. Avevo pagato tutti i miei debiti e avevo in banca più di ottantamila corone riservate al grande viaggio. In definitiva, ero io la causa del ritardo. Avevo aspettato a lungo quello che chiamavo il momento "giusto" per partire, ma avevo cominciato a temere che non sarebbe mai arrivato. Perché non ora? Loccasione si era presentata, anche se ero convinto che l'occasione fosse solo un pretesto. Dico questo per sottolineare che non sono partito per non tradire la fiducia di Pekka, anche se non avevo dimenticato lo sguardo, che aveva quando mi aveva dato il giornale di bordo. Né il suo sguatdo né le lacrime di Mary.

La cosa più importante però era la sensazione di non avere niente da perdere. Erano ormai diversi anni che portavo la cravatta e timbravo il cartellino per realizzare il mio sogno, e non conosco niente di più avvilente di dover timbrare un cartellino solo per guadagnare dei soldi. Era una cosa che aveva lasciato il segno. La mia gioia di vivere era in declino, e non avevo voluto partire senza di lei. Non volevo partire per sfuggire a una quotidianità insopportabile. Sarebbe stato un invito a nozze per le delusioni. Alla fine era diventato un circolo vizioso, e vivere sul Rustica era stata l'unica cosa che mi aveva permesso di resistere. Le scintillanti mattine d'inverno col ghiaccio che si accumulava sull'Öresund, le strida dei gabbiani e delle anatre selvatiche, il vento, il cielo, il mare e il cambiamento continuo offrivano un fondamentale contrasto con la vita a terra, vischiosa e prevedibile, eppure carica di incertezze.

Ma non era abbastanza. La mia paura di vivere e morire esattamente come tutti gli altri era reale e più che fondata. Era così facile, addirittura allettante a volte, accontentarsi di una sicurezza apparente. Nonostante tutto quello che è successo, in un certo senso devo essere grato a Pekka. Lui e il suo giornale di bordo mi hanno dato il brusco risveglio di cui avevo bisogno. Quando sono partito da Dragor, avevo trentasei anni e il tempo correva sempre più veloce a ogni minuto che passava. Ora almeno sono riuscito a fermarlo, temporaneamente.

Anche il fatto che le ricerche di Pekka riguardassero i Celti ha avuto il suo peso nella mia decisione. E' stato quel particolare a farmi ripensare al mio amico Torben. Tutta la mia biblioteca era in deposito a casa sua, e lui aveva senz'altro letto i miei libri sulla Bretagna, che dopo tutto era un paese celtico, non nel mio modo rapido e superficiale, ma a fondo e seriamente, come tutto quello che legge. Inoltre sapevo che per un certo periodo si era interessato ai druidi, i capi spirituali e intellettuali dei Celti, che considerava come una specie di ideale. Secondo Torben, la missione dei druidi era mantenere vive le conoscenze del mondo, e questo era più o meno lo scopo a cui anche Torben aveva dedicato la sua vita. Se qualcuno poteva capire di cosa parlava il giornale di bordo di Pekka, era proprio lui.

Avrei dovuto proporre a Torben di venire con me in Scozia? Il pensiero non era poi così assurdo. Conoscevo Torben da molti anni e avevo sempre considerato la sua amicizia come una scontata necessità. Non avevo dunque alcun timore al pensiero di passare diversi mesi insieme a lui a bordo di una piccola barca a vela - come invece capita con molti altro. Inoltre, Torben aveva sia la facoltà che la possibilità di mandare a monte qualsiasi progetto con il preavviso di un quarto d'ora. Sempre che avesse progetti che andavano oltre al giorno successivo.

A quarantadue anni non aveva ancora dovuto mai patire il giogo di un impiego fisso a tempo pieno. Era un assiduo visitatore delle librerie antiquarie di Copenaghen. Quando aveva bisogno di soldi, faceva un giro tra i negozi di libri usati o tra i disordinati scaffali dí libri delle case d'aste, e scopriva qualche prima edizione che rivendeva il giorno stesso a qualche antiquario del centro, con un guadagno sufficiente a coprire le sue esigenze più immediate. L'altra fonte di reddito di Torben non era altrettanto remunerativa, ma in compenso era decisamente più piacevole: faceva il consulente enologo. Torben era un intenditore e le sue papille erano così sensibili che alcuni rinomati importatori di vino gli affidavano le loro degustazioni. A volte veniva pagato in vino, altre in contanti. Lui preferiva quasi sempre il vino. Il denaro, secondo lui, era troppo astratto, oltre a rappresentare un credo collettivo che disprezzava e che accettava solo nella misura strettamente necessaria.

Per soddisfare in una certa misura la brama di ordine delle autorità - ma anche per interesse personale - Torben studiava russo all'università e poteva quindi, in caso di bisogno, classificarsi come studente. Ma i suoi studi ufficiali andavano a rilento. Sosteneva che l'università aveva trasformato la conoscenza in un mestiere, invece che in un modo di vivere. Lui studiava di tutto, ma a modo suo, con i propri ritmi e i propri metodi. Non avevo mai incontrato nessuno con una sete di sapere paragonabile a quella di Torben, senza che per questo provasse il minimo desiderio di vedere le sue conoscenze certificate o trasformate in fonte di reddito. Parole come carriera, ambizioni, prestigio, prospettive per il futuro o aspirazioni gli erano totalmente sconosciute. Quando qualcuno dei nostri conoscenti comuni mi chiedeva cosa facesse Torben, non sapevo mai cosa rispondere. Era disponibile al massimo grado, sia spiritualmente che fisicamente.

Di tanto in tanto avevamo accennato alla possibilità che mi accompagnasse per un po', il giorno che fossi davvero partito. Non era certo un marinaio, il che, nelle attuali circostanze, poteva essere sia un bene che un male. Un bene perché forse non si sarebbe reso conto di cosa significava attraversare il Mare del Nord in gennaio, almeno non prima che fosse troppo tardi per tornare indietro. E un male perché naturalmente avrei preferito avere a bordo un aiuto esperto.

Non ci ho messo molto a prendere una decisione. Sono andato alla cabina telefonica più vicina e ho chiamato Torben. Ha risposto immediatamente, come se stesse aspettando la mia chiamata. Dedicava sempre tutta la sua attenzione alla persona con cui stava discorrendo e ci si sentiva in un certo modo eletti e privilegiati a parlate con lui.

"Parto per la Scozia stasera", ho detto soltanto. 'Vuoi venire?"

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Quando sono uscito in coperta, ho visto le luci di Helsinborg e Helsingor brillare come se si trattasse di un'unica città su una lunga striscia di terra. Alle 4.30 abbiamo oltrepassato il profilo del castello di Kronborg, e da quel momento la nostra rotta portava al largo. Il termometro segnava -3°, il vento soffiava ancora leggero da poppa e il buio era sempre impenetrabile. Mancavano ancora parecchie ore prima del sorgere del sole.

Mi sono alzato e mi sono messo al timone per combattere l'insidiosa stanchezza che mi assaliva sempre prima dell'alba. Per tenermi occupato ho preso un rilevamento sul faro lampeggiante di Kullen. La carta nautica, sotto la luce rossa della bussola, era protetta da una foderina plastificata, e mi allenavo a prendere i rilevamenti senza goniometro. Con un po' di allenamento si possono fare a occhio con un'approssimazione di circa cinque gradi.

Alle otto ha iniziato ad albeggiare, impercettibilmente come sempre. Non si riesce mai a distinguere il momento in cui il buio lascia il posto alla luce. All'improvviso si indovina, più che vedere, una sfumatura di grigio nella notte, o in quella che fino a poco prima era notte. La luce dei fari e delle stelle impallidisce a poco a poco, finché è difficile distinguerli nel grigiore generale. Si fissa febbrilmente lo sguardo e si crede di vedere perché ci si convince e si desidera che sia giorno. In realtà non si vede niente nel passaggio tra oscutità e luce, tutto si confonde. E' per questo, credo, che l'alba porta con sé una specie di timore e di inquietudine. La notte è un bozzolo confortevole, l'alba è una terra di nessuno senza cielo né mare. In caso di tempesta, si trema al pensiero di vedere onde schiumanti, alte come torri, quando viene giorno. Se c'è bel tempo, si ha paura di scoprire i primi segni di un temporale che si avvicina. All'alba non si crede mai che la mattina sarà bella, calma e limpida. Non so perché, ma è così.

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"Cosa sai del Celti?" gli ho chiesto, sia per reale interesse che per distogliere i miei pensieri dalle burrasche e dal cigolio delle manovre.
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