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| << | < | > | >> |Indice
p.V I miei compagni d'acqua corrente
VII La barca
Nikawa
I. Il fiume Hudson
5 Un celestiale richiamo a bordo
10 Fiumi senza sorgenti
17 Dove sta in agguato il demone viscido
22 Un fiume annegato
28 Dove non dormirebbero i mohicani
35 Il disgelo e un torrente senza nome
II. L'Erie Canal
43 La forza di un continente
50 Liberi dai fardelli terreni
58 Come Giona nel ventre del Leviatano
65 Questioni nodistiche e ia corda del
boia
71 Dormiamo con una donna di cattivo
carattere agitata dalla febbre
III. I laghi
79 Segnale di partenza
87 Come il sole sorse a ovest per rimettermi
sulla retta via
IV. Il fiume Allegheny
95 Un cocktail d'ammoniaca e un affilato
coltello da cipolla
103 Uno stormo d'aquile, un letto di ferro
e cosí via
108 Arca di Espansione Illimitata
113 Zing, boom, taratel!
V. L'Ohio
119 Dove si dimostra che l'uomo bianco è
bugiardo
127 La giornata comincia con un
Goonieburger
137 Parla Enamel
141 Sulla scia dei ghiacciai
146 Dalla monotonia al tedio
151 Una storia dell'Ohio in quattro
parole: dai mastodonti ai preservativi
160 Una tempesta infernale
163 Una necessità topografica e del cuore
170 Nudo e senza mazzolino
176 Pesci con otto teste e nessun occhio
181 Il grande omphalos del Piccolo Egitto
VI. Il Mississippi
189 Una notte senza luce su un fiume senza
uscite
194 Il fantasma del Mississippi
197 Villani e samaritani
202 Ci prepariamo al suono di Garry Owen
VII. Il basso Missouri
209 Comincia la risalita del grande
Missouri
217 La mia vita appesa alle radici di un
pioppo
220 Una lingua senza la parola inondazione
226 Guardando il fiume negli occhi
231 Grappoli di coincidenze e torta di
pesche
237 Gone with the windings
244 Cattive notizie per la visione del
mondo di Pilotis
250 Le linee dei sogni di Thomas Jefferson
256 Un serpente d'acqua a prua
262 Cerchi sacri e ruote di formaggio
dolce
VIII. L'alto Missouri
271 Alla scoperta del quarto Missouri
279 La nave fantasma dei canneti del
Missouri
286 Come rubare terra indiana
294 Una casalinga paranoica
299 Flusso, punti nave e cazzeggio
308 Toro Seduto e la scopa del cielo
313 Un diavolo di marinaio di fiume
323 Salire lassú, sopra i manici di scopa
328 Da zero a zero
334 Camminiamo sotto il grande fiume
340 Perché Ulisse non ha scoperto
l'America
347 Pilotis inventa un nome indiano di Dio
352 Rivoli, ruscelletti e gocciolii
359 La mia vita diventa una preposizione
373 Piccoli dèi e catechismi in miniatura
376 Mangiando fulmini
382 Insulti al vento
386 Nel quinconce
400 Qualsiasi piano che non prenda in
considerazione tutto
405 Sul fiume in ebollizione
408 Ex aqua lux et vis
416 Debolezze delle montagne e degli
uomini
420 Un vicolo da incubo
425 Senza urrah nel cuore
IX. I torrenti di montagna
433 Incontriamo Mister Undici
441 Mangio la forza che muove la mia vita
446 Un'arca divina o un miracolo degli
Shoshone
451 Una tavola imbandita senza vergogna
X. Il Salmon River
461 Cocchiumi a balzi audaci
XI. Lo Snake River
483 Il mio viaggio ermafroditico
488 Baciando un pegno d'amore
492 Bazzicare intorno alle barche
XII. Il Columbia River
501 Sul fiume Cocito
509 Posto dei morti
516 Teatro del Cimitero
519 Un tasso di nome Piano A
526 Robot del fiume
531 Una bettola degna di Ann la Stracciona
536 Da sale a sale, da marea a marea
541 L'Occano Pacifico
543 Un poscritto di apprezzamentO
545 Se volete essere d'aiuto
| << | < | > | >> |Pagina 7Se volete i particolari: aveva un nocciolo di balsa spesso cinque centimetri ricoperto di vetroresina, con scafo piatto a poppa e a V a prua; lunga poco piú di sei metri e mezzo e larga auasi due e mezzo nel punto di massima ampiezza; circa settecentosettanta chilogrammi di peso vuota, venti centimetri di pescaggio minimo che diventavano settantacinque con motore e carico; modello C-Dory, costruita vicino a Seattle nel gennaio del 1995. La barca poteva essere facilmente caricata su un piccolo rimorchio. A bordo c'era lo stretto necessario: bussola, scandaglio, doppio tachimetro e doppio misuratore per i due serbatoi di carburante da duecentosessanta litri che alimentavano i due motori Honda a quattro tempi e quarantacinque cavalli (molto efficienti ed ecologicamente avanzati). L'unico tergicristallo veniva azionato da una leva manuale. La nostra radio era una Apelco tascabile sintonizzata sulle onde nautiche. Per risparmiare peso e guadagnare spazio, non riempimmo la cisterna d'acqua potabile; per evitare spiacevoli corvées e avere una scusa in piú per fermarci nelle città fluviali che avremmo incontrato, lasciammo a terra la toilette chimica. Nella cabina di prua stava un po' rattrappita una cuccetta a V, e nella cabina di pilotaggio (un metro e novanta centimetri scarsi) se ne poteva ricavare una seconda, benché angusta, abbassando il piccolo tavolo di navigazione. A poppa della cabina di pilotaggio c'era il ponte a pozzo con un tettuccio floscio, una bella postazio- ne per stare seduti, bere qualcosa e guardarsi attorno una volta or- meggiati. | << | < | > | >> |Pagina 5Per circa cinque chilometri dopo che fummo usciti dal porticciolo di Elisabeth nel New Jersey sulla baia di Newark (vicoli sporchi, edifici cadenti e una diffusa sensazione di declino, l'accoglienza del sindaco in persona sulla banchina, un discorso di commiato che in quei Giorno della Terra fosse di buon auspicio per la nostra navigazione attraverso il continente e che gli permise di dire che la storia era già passata di lí quando George Washington, quasi alla stessa data, fu condotto su una barca a remi fino a New York per l'ultima tappa del suo viaggio inaugurale) e per altri due fino al Kill Van Kull (dove una freccia trapassò la gola di un marinaio di Henry Hudson, come ricorda il toponimo), dovemmo rimanere dietro una nave da carico norvegese che prendeva il mare tanto vuota da far stare le sue eliche possenti in acqua solo fino a metà, tracciando una scia tempestosa e provocando un tale rollio che la nostra bagnarola beccheggiava a prua e a poppa. Rallentai troppo in fretta e l'ondata di ritorno ci prese la poppa e per poco non superò la bassa balaustra che proteggeva il ponte. Non avevamo neppure una pompa per vuotarlo, e la porta della cabina era tenuta spalancata da un gancio, per far entrare l'aria salmastra della baia di New York in quell'azzurro e luminoso mattino d'aprile. Il mio copilota sbraitò: - Non rallentare cosí bruscamente quando cavalchiamo l'onda! Ci farai colare a picco! - Eravamo salpati da dieci minuti e già stavamo avvicinandoci al fondo, diciotto metri piú giú. Mi voltai e vidi la baia che saliva oltre la balaustra appena prima che l'acqua spingesse Nikawa abbastanza in alto da far sí che la barca prendesse l'onda successiva da sotto e venisse scaraventata verso le eliche tritatutto del cargo. Poi la prua scivolò giú dall'altra parte del rigonfiamento d'acqua, virammo alla larga dalle enormi eliche, e misi in folle; lasciai che quella carretta d'alto mare ci distanziasse, finché non ebbi una linea sgombra a babordo. Andammo avanti, tagliammo la scia del traghetto di Staten Island e facemmo rotta verso l'Atlantico.
- Ecco come si comincia, - disse il mio amico, un
marinaio d'acque profonde, uno di quelli che chiamerò
Pilotis. Naturalmente non era quello il vero inizio. Chi
può dire quando comincia un viaggio - non il movimento, ma
il sogno del viaggio, che preme per farsi strada verso la
realtà? Per questo viaggio in particolare posso citare un
possibile incipit: sono un lettore di cartine, di solito non
si tratta di carte nautiche, ma di carte stradali.
Leggo le cartine come altri leggono le Sacre Scritture, lo
stesso testo piú e piú volte, alla ricerca di una
rivelazione; i libri che ho scritto cominciano tutti col mio
sguardo che vaga sulle cartine del territorio americano. A
casa ho un vecchio atlante stradale, talmente consumato che
l'ho fatto rilegare, le pagine sono cosí lisce per quanto le
ho tenute fra le dita che sospirano quando le giro.
Ho evidenziato in giallo ogni strada che ho percorso, le
pagine sono fitte di segni, ormai posso dire di aver
visitato tutte le contee degli Stati Uniti continentali,
Alaska esclusa, tranne una manciata nel profondo Sud dove
andrò ben presto. Mettete un dito a caso su un punto
qualsiasi della cartina degli Stati Uniti e io ci sono
stato, o comunque sono stato a non più di quaranta
chilometri di distanza, con l'eccezione dei deserti del
Nevada, dove lo scarto può essere doppio. Non l'ho fatto di
proposito, è capitato da sé, in quarant'anni dedicati a
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