Copertina
Autore John le Carré
Titolo Il giardiniere tenace
EdizioneMondadori, Milano, 2001, Omnibus , pag. 524, dim. 145x225x35 mm , Isbn 88-04-49346-1
OriginaleThe Constant Gardener
TraduttoreAnnamaria Biavasco, Valentina Guani
LettoreAngela Razzini, 2001
Classe gialli
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Pagina 7

La notizia arrivò all'Alto Commissariato britannico di Nairobi alle nove e trenta di un lunedì mattina. Per Sandy Woodrow fu come una fucilata, che lo colpì diritto nel suo cuore inglese diviso. Era in piedi, con i denti stretti e il petto in fuori, questo lo ricordava. Era in piedi e il telefono interno stava squillando. Aveva allungato il braccio per prendere qualcosa, ma lo squillo l'aveva interrotto inducendolo a chinarsi per sollevare la cornetta e rispondere: «Woodrow» o forse: «Pronto, Woodrow». Certamente era stato brusco, lo ricordava. La sua voce gli era parsa quella di qualcun altro, un po' tagliente. «Pronto, Woodrow.» Solo il cognome, senza l'aggiunta del soprannome Sandy, buttato lì come se non gli piacesse, perché mezz'ora dopo aveva la riunione obbligata del lunedì mattina con l'alto commissario e, in qualità di cancelliere, avrebbe dovuto fare il moderatore con un gruppo di primedonne della cooperazione, il cui scopo principale era entrare nelle grazie dell'alto commissario.

Per farla breve, si preannunciava come l'ennesimo stramaledetto lunedì di fine gennaio, la stagione più calda a Nairobi, tempo di polvere e razionamenti idrici, erba secca, occhi che bruciano e marciapiedi che paiono sciogliersi nell'afa, con gli alberi di jacaranda che, come tutto il resto, aspettano le lunghe piogge.

Perché esattamente fosse in piedi non era ancora riuscito a ricostruirlo. In realtà sarebbe dovuto essere curvo dietro la scrivania, le dita sulla tastiera, a rivedere con ansia le istruzioni arrivategli da Londra e i messaggi provenienti dalle vicine missioni africane. Invece era davanti alla scrivania, intento a fare qualcosa di indispensabile che non ricordava, forse raddrizzare la fotografia di sua moglie Gloria con i due bambini, quella che avevano scattato l'estate precedente durante le ferie in patria. L'Alto Commissariato era su una collina che non si era ancora assestata e bastava un week-end per ritrovarsi con tutti i quadri appesi storti.

O forse stava spruzzando insetticida contro qualche zanzara keniota cui neanche i diplomatici erano immuni. Alcuni mesi prima c'era stata un'invasione dei cosiddetti Nairobi eyes, moscerini che, se schiacciati e sfregati accidentalmente sulla pelle, potevano provocare bolle e irritazioni, quando non addirittura la cecità. Era possibile che stesse spruzzando l'insetticida quando il telefono era squillato e che avesse posato la bomboletta sulla scrivania e alzato il ricevitore, perché in un ricordo successivo c'era un'istantanea a colori di una bomboletta rossa di insetticida sul vassoio della posta in partenza. Ricordava di aver detto «Pronto, Woodrow» con il telefono premuto contro l'orecchio.

«Pronto, Sandy. Sono Mike Mildren. Buongiorno. Sei solo?»

Lucido, grasso, ventiquattrenne, Mildren, segretario personale dell'alto commissario, accento dell'Essex, arrivato fresco fresco dall'Inghilterra, al suo primo incarico all'estero, era stato poco fantasiosamente soprannominato "Mildred" dai colleghi più giovani.

Si, rispose Woodrow, era solo. Perché?

«C'è un problema, temo, Sandy. Posso scendere un momento da te?»

«Non possiamo parlarne dopo la riunione?»

«Veramente sarebbe meglio di no. No, meglio di no» rispose Mildren convincendosene sempre di più a mano a mano che parlava. «Riguarda Tessa Quayle, Sandy.»

Un Woodrow diverso, nervi tesi, antenne ritte. Tessa. «Come?» chiese in tono volutamente indifferente, mentre i pensieri correvano in tutte le direzioni. Oh, Tessa. Oh, Cristo. Che cos'hai fatto stavolta?

«La polizia di Nairobi dice che è stata trovata morta» disse Mildren, come se fosse cosa di tutti i giorni.

«È assurdo» esclamò Woodrow senza neppure darsi il tempo di pensare. «Non essere ridicolo. Dove? Quando?»

«Sul lago Turkana. Sulla riva orientale. Il week-end scorso. Sui particolari sono molto diplomatici. Nella sua auto. Uno spiacevole incidente, dicono» aggiunse in tono di scusa. «Ho avuto la sensazione che cercassero di risparmiarci il peggio.»

«Nell'auto di chi?» chiese Woodrow sconvolto - lottando, rifiutando quell'ipotesi folle - respingendo il chi, il come, il dove e tutti gli altri pensieri e sensazioni e cancellando furiosamente tutti i ricordi segreti di lei per sostituirli con il paesaggio lunare di Turkana, come lo ricordava da una visita fatta sei mesi prima in compagnia dell'impeccabile attaché militare. «Resta dove sei, vengo su io. E non parlarne con nessun altro, capito?»

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Pagina 127

In cerca di distrazioni, Woodrow si dedicò allo studio attento delle vetrate della chiesa. Santi, tutti bianchi, tutti maschi, nessun Bluhm. Tessa avrebbe protestato. Una finestra commemorava un bel bambino bianco vestito alla marinara e circondato da belve adoranti. "Una iena sente l'odore del sangue da dieci chilometri di distanza." Di nuovo le lacrime. Woodrow si impose di guardare il buon vecchio sant'Andrea, che pareva il ritratto dello scozzese Macpherson quella volta che siamo andati con i ragazzi a Loch Awe a pescare i salmoni. Fiero sguardo da scozzese, barba rossastra da scozzese. Che cosa devono pensare di noi? si chiese stupito, osservando la congregazione. Che cosa immaginavamo di fare qui a quei tempi, con il nostro Dio bianco e il nostro bianco santo scozzese mentre usavamo il paese come un parco giochi per aristocratici debosciatí alla moda?

«Personalmente, cerco di fare ammenda» mi rispondi quando io per corteggiarti ti rivoigo la stessa domanda sulla pista da ballo del Muthaiga Club. Ma non rispondi mai senza ritorcermi contro la domanda e usarla contro di me: «E lei che cosa fa qui, signor Woodrow?» mi chiedi. La musica è alta e dobbiamo ballare vicinissimi per sentirci. Si, è il mio seno, mi dicono i tuoi occhi quando io oso abbassare lo sguardo. Si, sono i miei fianchi, che muovo mentre tu mi tieni per la vita. Puoi guardarli, se vuoi, accomodati. Lo fanno tutti, non devi per forza fare eccezione.

«Aiuto i kenioti ad amministrare ciò che abbiamo dato loro, suppongo» grido pomposo per farmi sentire nonostante il fracasso e ti sento irrigidire e allontanare prima ancora di avere finito la frase.

«Non abbiamo dato loro un bel niente, noi! Se lo sono presi con la minaccia delle armi! Non abbiamo dato loro niente, assolutamente niente!»

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Pagina 136

Seduto rigidamente nel posto di prima classe in cui era stato trasferito nonostante avesse il biglietto di classe turistica, con la borsa di vacchetta nell'apposito scomparto sopra di lui, Justin Quayle osservava lo spazio scuro oltre il proprio riflesso sul vetro. Era libero. Né perdonato, né riconciliato, né confortato, né risolto. Non era libero dagli incubi che gli ripetevano che era morta per poi svegliarsi e scoprire che era vero, né dal senso di colpa dei superstiti o dalla preoccupazione per Arnold, ma libero di piangere la morte di Tessa a modo suo, finalmente. Libero dalla sua cella spaventosa e dai carcerieri che aveva imparato a detestare. Libero dall'abitudine di passeggiare avanti e indietro per la stanza come un detenuto, temendo di impazzire per lo sbalordimento o lo squallore della prigionia. Libero dal silenzio della sua stessa voce, dall'abitudine di sedersi sul bordo del letto a chiedersi interminabilmente perché. Libero dai momenti vergognosi in cui stanchezza e scoraggiamento arrivavano quasi a convincerlo che non gliene fregava niente, che quel matrimonio era stata una follia e si era concluso, grazie a Dio. E se il dolore, come aveva letto da qualche parte, era una sorta di pigrizia, era libero dalla pigrizia che a nulla pensa tranne che al dolore.

Era libero anche dagli interrogatori della polizia, quando un Justin che non riconosceva si era portato al centro del palco e, con una serie di frasi perfettamente scolpite, si era sgravato davanti agli inquisitori stupefatti del proprio fardello, o perlomeno di ciò che il suo sgomento istinto gli aveva suggerito che era prudente rivelare. Avevano cominciato accusandalo di omicidio.

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