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| << | < | > | >> |Indice
I. Le premesse p. 7
II. La Repubblica 41
III. Il 1948 81
IV. La guerra civile fredda 119
V. La crescita economica 157
VI. Il centro-sinistra 195
VII. Il Sessantotto 223
VIII. Gli anni della solidarietà democratica251
IX. La crisi dell'egemonia della DC 289
X. Il tramonto della prima Repubblica 315
361
Bibliografia 361
Indice dei nomi 375
| << | < | > | >> |Pagina 3337. La crisi dei partitiEssa aveva cause ideologiche, politiche ed economiche insieme. La costruzione di partiti di massa, nel dopoguerra, era stata una necessità. Ma essi avevano continuato a conservare le stesse, costose strutture organizzative, indispensabili nei primi decenni di vita della repubblica per mantenere una forte presenza sull'intero territorio nazionale, necessaria non solo a fare politica ma anche a fare conoscere programmi e posizioni, ma che avevano perso una parte rilevante della loro funzione originaria, ora che il dibattito politico avveniva anche, e spesso soprattutto, attraverso la televisione e che esisteva perciò la possibilità della trasformazione dei partiti di massa in partriti di opinione. Negli ultimi due decenni erano avvenute altre importanti trasformazioni. In passato, il traguardo da raggiungere, per i politici non inseriti nell'attività di governo e anche per molti che lo erano, era stato esclusivamente di prestigio. Il tramonto delle ideologie e la sua sostituzione con un sistema di valori fondato essenzialmente sul denaro (sicché il prestigio doveva trasformarsi in denaro, per essere considerato tale) portò a un profondo e vasto inquinamento che colpì soprattutto i partiti di governo. In passato, la selezione al loro interno era avvenuta soprattutto sul fondamento di una cultura politica, che può essere anche considerata troppo partitica, ma che rappresentava comunque un vaglio efficace. Era sul suo fondamento che si effettuava la scelta dei gruppi dirigenti e dei funzionari: a essa si potevano muovere molte critiche, ma non si poteva negare che era, comunque, uno strumento utile per una selezione che avvenisse sulla base di capacità intellettuali. A partire daqli anni Ottanta, la cultura partitica tradizionale, come mezzo di affermazione, fu in gran parte sostituita dalla capacità di portare consensi o finanziamenti, nei casi peggiori senza badare al modo come essi erano ottenuti, e nei casi migliori senza badare se la ricerca del successo elettorale era coerente con i valori affermati in passato. All'interno dei partiti di opposizione la selezione continuava a essere effettuata sul fondamento della cultura partitica, che però si era venuta sempre più burocratizzando, con la trasformazione dell'attività politica da militanza in una professione, a cui sempre piu spesso si dedicava chi trovava difficile emergere in altri campi. Anche i partiti di opposizione apparivano a molti come canali di mobilità sociale che offrivano ampie possibilità di affermazione, soprattutto alla piccola borghesia intellettuale. A questo sistema nel suo complesso si andò contrapponendo la cultura pre-politica delle leghe, in cui veniva celebrata la possibilità che l'uomo comune si trasformasse da governato in governante, senza, per questo, diventare un «politico». Il modello era rappresentato dallo stesso Umberto Bossi, il segretario della Lega Nord, così come amava raffigurarsi lui stesso: «uomo medio» tipico, con i difetti e le virtù dell'uomo medio. Il successo delle leghe era dovuto a molti fattori, interni e anche internazionali. In primo luogo, il voto per esse appariva come il solo utile per chi voleva protestare contro i partiti e contro i tentativi di riformarli solo in superficie, a opera degli stessi dirigenti che li avevano guidati fino ad allora. Ma il voto alle Leghe non era solo di protesta, per il disgusto di scoprire una corruzione che solo che vi era molto addentro poteva immaginare così vasta e diffusa.
C'erano, a sostenerlo, interessi economici che, fino a
quel momento, erano passati in secondo piano di fronte a più
urgenti interessi politici. Il sistema politico italiano si
era retto su una serie di delicati equilibri, che per lungo
tempo avevano trovato i loro contrappesi nella situazione
internazionale. Il crollo dell'Est e l'arrivo del processo
di unificazione europea a una svota decisiva sconvolsero
questi equilibri. Venute meno le ragioni che avevano tenuto
insieme il blocco di potere, le forze sociali ed economiche
che lo avevano costituito ripresero la loro libertà di
movimento. Non c'era più, a fondamento della loro alleanza,
l'interesse comune di fronteggiare il pericolo rappresentato
da un partito comunista che fino al 1989 aveva ottenuto i
voti di oltre un quarto dell'elettorato. Una parte della
borghesia del Nord cominciava a non scorgere più rilevanti
vantaggi politici nell'alleanza con i politici del Sud e
a vederne soprattutto gli svantaggi economici.
L'assistenzialismo, che era stato una necessaria valvola di
sfogo per evitare l'esplosione delle tensioni sociali e
anche un mezzo per procurare voti al blocco dominante,
appariva ora solo come un impedimento a un maggiore sviluppo
economico. L'unione tra Nord e Sud cominciava a essere
vista come un ostacolo a un più veloce ingresso in Europa.
Le leghe davano voce anche alla protesta degli strati meno
agiati, alla preoccupazione della minaccia al posto di
lavoro che poteva essere portata dagli immigrati, alla
volontà di mantenere le risorse nelle provincie e nelle
regioni dove venivano prodotte.
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