Copertina
Autore Doris Lessing
Titolo Memorie di una sopravvissuta
EdizioneFanucci, Roma, 2003, Collezione immaginario , pag. 252, dim. 140x220x18 mm , Isbn 88-347-0923-3
OriginaleThe Memoirs of a Survivor
EdizioneThe Octagon Press, -, 1974
Prefazione diOriana Palusci
TraduttoreCristiana Mennella
LettoreAngela Razzini, 2003
Classe narrativa inglese
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Pagina 7 [ inizio libro ]

Lo ricordiamo tutti quel periodo. E anche per me non è stato diverso. Eppure coutinuiamo a raccontarci i particolari degli avvenimenti che abbiamo vissuto insieme, e ripetendo, ascoltando, è come se dicessimO: «È andata cosi anche per te? Allora è proprio vero, già, non può essere altrimenti, non me lo sono immaginato.» Ci diamo ragione o torto come persone che durante un viaggio si sono imbattute in creature straordinarie: «E quel grosso pesce blu, l'hai visto? Ah, tu ne hai visto uno giallo!» Ma il mare che abbiamo navigato era lo stesso, il lungo periodo di disagio e di tensione prima della fine era lo stesso per tutti, dappertutto: nelle unità urbane più piccole - le strade, gli alti caseggiati, un albergo - come nelle metropoli, le nazioni, un continente... si, in effetti sono immagini un po' iperboliche, considerata la natura degli avvenimenti in questione: pesci bizzarri, oceani, e chi più ne ha piu ne metta. Ma forse sarà il caso di notare che a tutti - senza eccezione - capita di ripensare a un periodo della vita, a una serie di avvenimenti, e di trovarli assai piu significativi di quanto non fnssero all'epoca. E il discorso vale anche per quelli deprimenti quanto i rifiuti sparsi su un prato dopo una scampagnata. Ci scambieremo impressioni come desiderando o sperando nella conferma di un dettaglio che quegli avvenimenti non avevano lasciato trapelare, che sembravano avere addirittura escluso a priori. La felicità? È una parola che ogni tanto ho preso e studiato - ma direi che non tiene, nella forma. E nel contenuto? E se avesse un intento? Comunque sia, rievocato con questo spirito, il passato sembra immerso in una sostanza estranea, avulsa dal modo in cui lo abbiamo vissuto. Possibile che la memoria sia fatta veramente di questo? Nostalgia? Macché. Non sto parlando certo del desiderio, del rimpianto - quella smania velenosa non c'entra. E nemmeno l'importanza che ognuno di noi vorrebbe attribuire al suo trascurabile passato: «Io c'ero, sai. Io l'ho visto.»

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Pagina 55

Chissà se dovevo parlarne con Emily, farle qualche domanda? Ma non osavo, ecco la verità. Avevo paura di lei. Avevo paura perché mi faceva sentire impotente.

Portava i suoi vecchi jeans che le stavano troppo stretti, una camicetta rosa strizzata.

«Dovresti metterti qualcosa di nuovo» dissi.

«Perché? Vorresti dire che non sto bene?» Il solito terribile 'acume', ma c'era anche sgomento... si era concentrata, pronta a fronteggiare le critiche.

«Stai benissimo. Ma ormai quei vestiti ti vanno piccoli.»

«Santo cielo, non mi ero accorta che fosse cosi grave.»

E si allontanò da me per sdraiarsi sul lungo divano marrone con Hugo accanto. Senza succhiarsi il pollice, anche se avrebbe benissimo potuto farlo.

Dovrei descrivere il suo atteggiamento nei miei confronti? Non è facile. Direi che non mi vedeva. Quando quello sconosciuto me la portò, vide una persona anziana, mi vide molto chiaramente, non le sfuggi nulla, nemmeno un dettaglio. Ma credo che da allora non mi avesse considerato, neppure per un attimo, neppure in tutte le settimane della nostra convivenza, nient'altro che una persona anziana, con le caratteristiche che si attribuiscono a chi è avanti negli anni. Naturalmente non aveva idea del terrore, dell'ansia, del bisogno di proteggere che suscitava in me. Non sapeva che occuparmi di lei mi riempiva la vita, acqua che imbeve una spugna... ma questo mi dava il diritto di lamentarmi? Non avevo parlato, come tutti gli altri adulti, della 'gioventu', dei 'giovani', dei 'ragazzi' eccetera, eccetera? E non battevo sempre sullo stesso tasto, a meno di non fare uno sforzo per trattenermi? E poi ci sono poche giustificazioni per gli anziani che si dissociano dai giovani bollandoli mentalmente con etichette del tipo: «Non lo capisco», o «Non lo capirò mai» - perché anche loro sono stati giovani... dovrei vergognarmi di scriverle, certe frasi fatte, quando sono cosi pochi gli anziani e le persone di mezza età capaci di vivificarle con la pratica? Quando sono cosi pochi a sapere accettare i loro ricordi? I vecchi sono stati giovani; i giovani non sono mai stati vecchi... certe considerazioni, o altre dello stesso tenore, figurano su migliaia di diari, di libri di precetti morali, di zibaldoni, di raccolte di proverbi e cosi via... è forse cambiato qualcosa? Ben poco, direi... Emily vedeva una persona anziana, fredda, controllata, distante. La spaventavo, rappresentando ai suoi occhi quella cosa inimmaginabile che è la vecchiaia. Io invece mi sentivo vicina a lei, alla sua condizione, come ai miei ricordi.

Quando andava ad allungarsi sul divano, dandomi le spalle, mi teneva il broncio. Mi stava usando per frenare l'impulso di abbandonare l'infanzia e diventare grande, una giovane donna con gli abiti, i vezzi e i discorsi conformi a quella condizione.

Si sentiva combattuta, per questo mi usava senza ritegno, era molesta, e andò avanti cosi per qualche settimana, con lei che si lamentava perché criticavo il suo aspetto, perché per colpa mia avrebbe dovuto buttare i soldi per i vestiti, perché per colpa mia si piaceva o non si piaceva - avrebbe voluto portare solo pantaloni, camicette e maglioni per tutta la vita, oppure «mettersi finalmente qualcosa di decente»; ma siccome la mia generazione aveva combinato un gran macello, la sua non aveva niente di interessante da mettersi, i suoi coetanei si ritrovavano con le riviste di moda stravecchie e con i sogni di un delizioso passato ormai defunto... e via di questo passo.

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Pagina 58

Io trascorrevo molto tempo fuori casa, impegnata come tutti a raccogliere notizie. Pur avendo anch'io una radio, pur essendo socia di un circolo di lettura - data la penuria di carta da giornale, gruppi di persone acquistavano quotidiani e riviste e se li scambiavano - anche io cercavo notizie, quelle vere, fra la gente riunita per le strade, nei bar e nei pub e nelle sale da tè. La città era disseminata di gruppi che si spostavano da un punto all'altro, dal pub alla sala da tè al bar alla vetrina di un negozio che ancora vendeva televisori. Erano come un organo supplementare che germogliava dagli organi di informazione ufficiali; nuovi gruppi, o coppie, o individui si aggiungevano costantemente a una scena, ascoltavano, si mescolavano, offrendo ciò che sapevano - le notizie erano diventate una sorta di moneta di scambio - fornendo voci e pettegolezzi in cambio di pettegolezzi e voci. Poi proseguivamo e ci fermavamo; proseguivamo e ci fermavamo di nuovo, come se il movimento stesso potesse alleviare il disagio che ci attanagliava. Le notizie raccolte in quel modo erano di dominio pubblico giorni o addirittura settimane prima che i notiziari le ufficializzassero. Spesso erano imprecise. Come tutte le notizie, del resto. Spostandoci continuamente da un angolo all'altro della città, razzolando in cerca di notizie, incamerando informazioni, cercavamo di isolare i frammenti di verità dalle semplici voci, perché un po' di verità c'era quasi sempre. Sentivamo che bisognava trovare qualche prezioso frammento: era nostro dovere, nostro diritto. Perché ci faceva sentire più sicuri e ci dava un'identità. Quando restavamo a mani vuote, o quasi, ci sentivamo poveri, entravamo in ansia.

Allora la pensavamo così. Ma adesso la vedo diversamente: secondo me parlavamo. Parlavamo e basta. Proprio come le persone sopra di noi, eternamente impegnate nelle loro interminabili chiacchierate, a parlare di cosa stava succedendo, cosa doveva succedere, cosa speravano vivamente di far succedere - senza mai riuscirci, è chiaro. Li chiamavamo i Parolai... ma anche noi, ogni giorno, passavamo ore a parlare e a sentire parlare.

Naturalmente ci premeva sapere cosa stava succedendo nei territori a est e a sud - che indicavamo dicendo «di là» o «laggiú» - perché sentivamo che prima o poi sarebbe capitato anche dalle nostre parti. Dovevamo sapere quali bande erano in avvicinamento o venivano date in avvicinamento - bande composte, come ho detto, non solo da 'ragazzi' o 'giovani', ma da persone di ogni tipo ed età, bande sempre più simili a tribú, che ormai rappresentavano una nuova unità sociale; dovevamo sapere quali prodotti sarebbero venuti a mancare e quali sarebbero tornati in circolazione; se un'altra periferia aveva deciso di rinunciare al gas, l'elettricità e la benzina per tornare alla luce delle candele e all'arte di arrangiarsi; se fosse stata rinvenuta un'altra discarica di rifiuti, e in tal caso, se le sue ricchezze erano accessibili a ognuno di noi; dove trovare i negozi che vendevano pellame o vecchie coperte o rose canine per lo sciroppo vitaminizzato, o riciclavano oggetti di plastica o di metallo come passini e tegami, o qualunque cosa, qualunque oggetto riesumabile dalla defunta era dell'abbondanza.

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Pagina 81

Emily, la bambina, si era allontanata dal bracciolo della sedia, a cui si era tenuta stretta per resistere alla tempesta di maltrattamenti e critiche. Andò dal padre, si mise accanto alle sue ginocchia, a guardare quella donna grande e possente, sua madre, e quelle mani capaci di fare cosi male. Si rannicchiò sempre più vicino al padre, che sembrò non accorgersi della sua presenza. Con un movimento maldestro, l'uomo rovesciò il posacenere e, lanciandosi istintivamente a raccoglierlo, le diede una gomitata. Emily cadde all'indietro, ruzzolò via, come un oggetto travolto da un'ondata o da una corrente d'aria. Scivolò sul pavimento e rimase li, faccia in giù e dito in bocca.

La voce dura, accusatoria, andò avanti imperterrita, non smetteva mai, non avrebbe mai smesso, niente poteva fermarla, niente poteva fermare quelle emozioni, quel dolore, quel sentirsi in colpa di essere venuta al mondo, provocando tanto dolore, fastidio, difficoltà. La voce avrebbe continuato a tormentarla, non si sarebbe mai spenta, e anche quando il suono si affievoliva nella memoria, restava il peso insopprimibile dell'avversione, del rancore. Spesso nella mia vita sentivo una voce, un lamento amaro e sommesso risuonare dall'altro lato: era lí, in una delle stanze dietro il muro, ancora lí, sempre lí... guardavo Emily dalla finestra, la ragazza sveglia e attraente sempre attorniata da persone che ascoltavano le sue chiacchiere, le sue risate, le sue

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