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| << | < | > | >> |Indice
IX Introduzione
CAPITOLO 1 Geografia politica e geopolitica attraverso
il tempo e lo spazio
3 1.1 Uno sguardo al passato
1.1.1 I classici -
1.1.2 L'età moderna
1.1.3 L'opera di Friedrich Ratzel
1.1.4 La geografia politica dopo Ratzel
1.1.5 La nascita della geopolitica
1.1.6 Nazionalismi e geopolitica
1.1.7 Geopolitica «esterna» e geopolitica «interna»
27 1.2 Il potere e la politica nel nuovo secolo
1.2.1 Il contesto geopolitico del secondo dopoguerra e i
principali tentativi di interpretazione
1.2.2 La scuola regionale-descrittiva
1.2.3 Teoria politica e analisi geografica
1.2.4 Nuovi campi di ricerca per la geografia
politica dei dopoguerra: la geografia del potere
1.2.5 Tendenze recenti della geografia politica e della
geopolitica
45 1.3 Il territorio e lo spazio
1.3.1 Vecchie e nuove interpretazioni del territorio
1.3.2 Individualità nazionali e tendenze confederative
alla base degli aggregati politici comtemporanei
1.3.3 Verso una concezione soggettiva dello spazio
CAPITOLO 2 Le diverse scale dell'analisi geopolitica:
regione, quadrante, macro-regione
53 2.1 La regione del Caucaso e del Mar Caspio:
un laboratorio geopolitico
2.1.1 Vuoti di potere ed «effetto domino»
2.1.2 Le aree contese
2.1.3 Gli interessi economici
63 2.2 Il quadrante mediorientale
2.2.1 L'estensione territoriale
2.2.2 Gli avvenimenti recenti
2.2.3 Il peso degli interessi economici
2.2.4 I percorsi dell'integrazione economica
2.2.5 Medio Oriente: quale futuro?
72 2.3 La macroregione Asia-Pacifico e i suoi
protagonisti
2.3.1 L'Associazione per la Cooperazione Economia
Asia-Pacifico
2.3.2 L'Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico
2.3.3 La «Grande Cina»
2.3.4 Il Giappone
2.3.5 La penisola coreana
2.3.6 Le «tigri» del Sud-Est asiatico
2.3.7 Tentativi di interpretazione
CAPITOLO 3 Espressioni del potere sul territorio
108 3.1 Le basi territoriali delle organizzazioni
politiche
3.1.1 Formazione e dinamica del potere
3.1.2 Lo Stato e i suoi elementi costitutivi
3.1.3 Fattori unificanti ed espressioni d'identità
131 3.2 Forze centripete e centrifughe nella formazione e
trasformazione del potere
3.2.1 Tra Stato e Nazione
3.2.2 Forze di natura fisico-geografica
3.2.3 Forze di natura storica, economica, culturale ed
etnica
143 3.3 Le strategie del potere
3.3.1 Il peso dei fattori economici sulle scelte
strategico-militari
3.3.2 Forma e dimensione dei poteri sul territorio
3.3.3 Il concetto di posizione relativa nella geografia
del potere
153 3.4 Lo Stato tra federalismo e regionalismo
3.4.1 Contenuto e modelli del principio federale
3.4.2 La soluzione federalista e i suoi limiti
3.4.3 L'evoluzione del concetto di regione: lo Stato
regionale
165 3.5 Il quadrante mediorientale quale espressione
dinamica dei poteri sul territorio
3.5.1 Scontri locali, interessi globali: il caso
mediorientale
2.5.2 Governi e democrazie
3.5.3 Gli arsenali militari
CAPITOLO 4 Dai confini chiusi ai confini aperti
176 4.1 Il confine nella storia
4.1.1 L'evoluzione
4.1.2 Logica politica e determinanti attuali
187 4.2 La complessa misurazione dei confini naturali
4.2.1 Percezione, delimitazione e demarcazione
4.2.2 La regolamentazione giuridica dei confini aerei
193 4.3 Le acque territoriali: quando l'incontro diventa
scontro
4.3.1 La funzione strategica delle acque territoriali
4.3.2 Gli spazi marini tra sfruttamento economico e
salvaguardia ambientale
4.3.3 La regolamentazione dei confini marittimi nel
diritto internazionale
206 4.4 Speranze e delusioni del dopoguerra
4.4.1 I mutamenti confinari come riflesso degli eventi
storici
4.4.2 La percezione dei confini in Medio Oriente
4.4.3 Altri particolari confini contesi
4.4.4 Il «caso Antartide»
4.4.5 Il confine del XXI secolo tra teoria tradizionale
e attualità geopolitica
CAPITOLO 5 I popoli confrontano
232 5.1 Il fenomeno etnico
238 5.2 Essere minoranza oggi
5.2.1 Minoranza etnica: una definizione contestata
5.2.2 La difesa delle minoranze nelle dichiarazioni
degli organismi internazionali e negli accordi
bilaterali
5.2.3 Gradi di percezione dell'identità etnica e
implicazioni socio-economiche
5.2.4 Il più evidente criterio distintivo di una
minoranza: la lingua
252 5.3 Le ragioni del dissenso
5.3.1 Forme violente dello scontro etnico
5.3.2 La scala regionale delle problematiche etniche
266 5.4 Riflessioni sul caso jugoslavo
5.4.1 Il quadro storico-geopolitico
5.4.2 Il nazionalismo. L'idea della «grande Serbia»
5.4.3 Una pace possibile?
5.4.4 Kosovo: una lezione per l'Occidente
CAPITOLO 6 La discriminante religiosa
279 6.1 Cause ed effetti della diversità religiosa
287 6.2 Le grandi religioni monoteiste
6.2.1 Il mondo cristiano
6.2.2 Il mondo islamico
6.2.3 L'ebraismo
311 6.3 Potere e spiritualità nel mondo asiatico
6.3.1 L'induismo
6.3.2 Il confucianesimo, il taoismo e il buddhismo
6.3.3 Lo shintoismo
6.3.4 L'animismo
CAPITOLO 7 Il confronto tra popolazione e risorse
322 7.1 La paura del limite
33U 7.2 Geografia della popolazione
339 7.3 Strategia delle migrazioni
7.3.1 Migrazioni oggi: la pressione dai Paesi in via di
sviluppo e i nuovi orizzonti della società
multietnica
7.3.2 Le emigrazioni europee tra Ottocento e Novecento:
l'esperienza italiana
7.3.3 Sviluppo demografico e flussi migratori in Medio
Oriente
7.3.4 Una «diaspora» storica: il caso cinese
358 7.4 L'attrazione urbana
364 7.5 Sviluppo e sottosviluppo
7.5.1 La fame nel mondo. Calamità naturali e calamità
sociali
7.5.2 I condizionamenti reciproci tra povertà e malattie
7.5.3 Sovrappopolamento e sottopopolamento, sviluppo e
sottosviluppo
CAPITOLO 8 Geoeconomia
8.1 La giobalizzazione economica e l'emergenza degli
squilibri
8.1.1 L'internazionalizzazione delle merci, dei capitali
e dei servizi
8.1.2 Il difficile ruolo dello Stato
8.1.3 L'ineguale distribuzione delle risorse e la
contrapposizione Nord-Sud
8.1.4 Approcci interpretativi alla problematica Nord-Sud
399 8.2 La «guerra delle risorse»
8.2.1 Gli interessi delle grandi potenze sulle risorse
minerarie
8.2.2 Valore geostrategico delle risorse idriche:
l'idrogeopolitica
8.2.3 Il carbone e il petrolio
8.2.4 Le altre fonti energetiche
425 8.3 Dall'agricoltura all'industria
8.3.1 Sviluppo dell'agricoltura e modifiche del
paesaggio
8.3.2 Le industrie ad alto e a basso valore aggiunto
8.3.3 Divisione territoriale del lavoro e localizzazione
industriale
436 8.4 Comunicazione e movimento
8.4.1 I nuovi orientamenti
8.4.2 I trasporti aerei e terrestri
8.4.3 Navigazione marittima e navigazione interna
8.4.4 Le principali teorie alla base dell'analisi
geografico-economica dei trasporti
8.4.5 Le reti di comunicazione
Appendicí
465 1. I 188 membri dell'ONU
471 2. Le principali organizzazioni e istituzioni
internazionali (31.12.2000)
483 Bibliografia
517 Indice dei nomi
525 Indice dei luoghi
539 Indice analitico
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| << | < | > | >> |Pagina IXCirca un secolo fa il politologo svedese Rudolf Kjéllen adoperò per primo la parola «geopolitica». Non era solo una parola nuova, oppure un cambiamento di nome alla geografia politica, bensì come sostennero più tardi Massi e Roletto, fondatori della geopolitica italiana, si trattava di una nuova dottrina che, senza volersi sostituire alla geografia politica, intendeva «estendere la propria indagine ai legami che vincolano gli eventi politici alla terra e vuol indicare le direttrici di vita politica agli Stati, desumendole da uno studio geografico-storico dei fatti politici, sociali ed economici e della loro connessione» (Roletto, Massi, 1939). La geopolitica, dunque, non si sostituisce alla geografia politica, che considera anzi come la sua naturale piattaforma: essa supera la tradizionale concezione ratzeliana degli Stati quali organismi politici, e applicando alla loro esistenza un metodo di analisi geografico-politico dinamico, ne studia i fattori di competitività ricercando le manifestazioni territoriali e le leggi geografiche dei loro rapporti reciproci. In Germania la geopolitica incontrò il favore di numerosi studiosi che sotto la guida di Karl Haushofer, valorizzando l'eredità di studi e di pensiero lasciata dal Ratzel, ne svilupparono il carattere dinamico e la concezione di Stato a base spaziale e determinista. In Francia, come reazione a tali orientamenti, Jacques Ancel contrappose la ricerca della nazione e della sua espressione geografica. Alla geografia degli Stati si venne così a contrapporre la geografia delle nazioni. Avvenne così per la geopolitica ciò che già era accaduto per la geografia politica. Quest'ultima, infatti, già dalla sua nascita ad opera di Friedrich Ratzel, con la pubblicazione della Politische Geographie, aveva assunto caratteri e tendenze diverse a seconda che gli studiosi si rifacessero al deterininismo geografico ratzeliano e del Maull - cioè la ricerca delle condizioni geografiche dello sviluppo degli Stati nei limiti ristretti della geografia fisica - oppure al possibilismo di Vidal de la Blache e del Febvre che facevano leva su una più vasta pìattaforma umana e storica. Comunque, la geopolitica, quale applicazione di un metodo geografico d'indagine e di rappresentazione anche fuori dei limiti tradizionali della scienza geografica che studia il comportamento degli Stati e le basi geografiche dei problemi politici ed economici che nascono dai loro rapporti, si sviluppò e si consolidò affermando la sua autonomia dalla geografia politica. Ricordano ancora Massi e Roletto: «Alla posizione geografico-politica degli Stati e delle unità geografiche che è ben determinabile sulla carta politica, si sovrappone la posizione geopolitica, che è essenzialmente mutabile in relazione alle alleanze, alle direttrici di gravitazione e alla situazione politico-economica contingente. Ogni territorio ha perciò un valore geopolitico che si aggiunge a quello geografico-politico». Se dunque la geografia politica misura il valore e la gerarchia degli Stati sulla base di indici di superfici, di popolazioni, di prodotto interno lordo, di sviluppo economico, di commercio internazionale, la geopolitica estende la sua valutazione su più vaste basi, quali anche i fattori storico-strategici, culturali e spirituali. Cioè, in altre parole, considera l'espressione dinamica della potenza e competitività dei territori organizzati politicamente nel contesto dell'analisi interdisciplinare degli spazi politici. [...] Il XX secolo ha consegnato ai suoi figli un bagaglio di problemi irrisolti resi ancor più virulenti dallo sviluppo tecnologico, dai mass-media, dalle rivendicazioni e dalle mai sopite rivalse nei confronti del potere costituito qualunque esso sia. È tutto il modello di sviluppo economico e politico ad essere in discussione, con evidenti implicazioni nella sfera della fede e dei suoi itinerari alla conquista di nuovi credenti. Ma lo scontro vero, a nostro parere, non è tra culture diverse, che anzi costituiscono la vera ricchezza del nostro pianeta, è soprattutto tra i diversi livelli di sviluppo economico tra chi ha e chi non ha, tra chi soffre l'umiliazione di non avere speranza e chi spavaldamente vive nell'opulenza. La geopolitica può, in questo senso, dare un concreto aiuto alla comprensione e risoluzione di questi problemi. Il tanto declamato processo di globalizzazione dovrà prima o poi risolvere questi problemi e trovare all'interno delle maggiori libertà di mercato le risposte idonee a contrastarli. Ci si accorgerà allora che confini, etnie, religioni, non sono fattori fissi di discriminazione bensì di aggregazione dinamica nell'uso corretto della geopolitica per la coesione nazionale e la solidarietà internazionale. | << | < | > | >> |Pagina 2325.1 Il fenomeno etnico Azeri e armeni, bosniaci, curdi, mozambicani, peruviani, rohingia, somali, sud-sudanesi e tuareg, sono dieci popoli che sono stati dichiarati in pericolo di morte dall'organizzazione umanitaria Médecins sans frontières. Per alcuni di essi sono state utilizzate espressioni quali «protagonisti di una spirale di violenza che confina con il suicidio collettivo», «vittime di una guerra etnica e di una carestia di cui nessuno è in grado di misurare le dimensioni», «bersaglio di un regime gangster che li perseguita». Per tutti è stato lanciato l'allarme: le autorità nazionali e la comunità internazionale - è scritto nel libro bianco dell'organizzazione umanitaria - troppo spesso restano passivi affermando che si tratta di «situazioni troppo complesse». Non è compito del geografo politico dare un giudizio morale su quanto è accaduto e accade, ma rientra nei suoi compiti studiare quelle «situazioni troppo complesse» che talvolta si tramutano in tragedie. Sono esempi di queste situazioni i recenti avvenimenti in Ruanda, Burundi, o contro i curdi nell'Iraq settentrionale, oppure tra armeni e azeri nel Nagorno-Karabakh, o in Messico. Anche i discendenti degli Incas che vivono nelle Ande centrali non hanno avuto migliore fortuna e ora rischiano oltretutto di rimanere coinvolti nel conflitto tra Perù ed Ecuador su un fronte di guerra che divide un popolo - gli jivaros - che vive su questa terra da secoli senza le frontiere che si contendono Lima e Quito. Non meno grave è la situazione dei | << | < | > | >> |Pagina 2796.1 Cause ed effetti della diversità religiosa «Primus in orbe deos fecit timor»: fu la paura la prima a creare gli dei nel mondo. Così Petronio, proconsole di Bitinia e poi consigliere di Nerone, liquidava le vecchie e nuove religioni del suo tempo. Ma l'idea dei divino, presente nell'animo umano già da millenni, ha continuato a radicarsi fra gli uomini anche nei secoli successivi a questa affermazione. Forse perché la paura è rimasta un elemento costante nella psicologia umana, o - come spiega l'antropologo americano William Howells - perché le religioni sono un impulso irresistibile dettato dalla peculiarità dell'uomo, «creatura che capisce cose che non può vedere e crede in cose che non può capire» (1933). Non è questa la sede per un dibattito sull'origine delle religioni né dal punto di vista filosofico né da quello storico. Ciò che interessa il geografo politico ed il geopolitico è piuttosto capire l'influenza che queste hanno avuto e hanno sull'organizzazione politica territoriale, i legami e le cesure che creano nelle relazioni internazionali, il contributo che forniscono all'evoluzione delle società. Perché, per dirla con Virgilio, «ci si stanca di tutto, tranne che di cercare di capire». L'analisi parte quindi dalla considerazione che la religione è un elemento vivo della cultura di oggi. E come tale ha un peso pari - se non maggiore - ad altri elementi che legano le comunità umane: il mondo islamico, con i mutamenti e le contrapposizioni che caratterizzano i Paesi musulmani, ne costituisce un esempio. Non potendo enumerare le molte religioni presenti nel mondo contemporaneo, riteniamo utile affrontare le principali, perché più diffuse o perché costituiscono un fattore detenninante nella politica di uno Stato, come lo shintoismo in Giappone. E lo faremo tenendo presente che esiste una distinzione fra gli insegnamenti di una religione e ciò che la stessa religione è nel pensiero e nella pratica dei suoi seguaci, perché c'è un divario tra la teoria originaria e quello che la fede è diventata dopo essere stata elaborata e interpretata per secoli da migliaia di commentatori e riformatori. Come afferma James G. Frazer (1959) nel suo studio sulla storia delle religioni, Il ramo d'oro, l'annacquare l'insegnamento del fondatore per adattarlo «ai pregiudizi, alle passioni e alle superstizioni del volgo» non solo è inevitabile, ma spesso necessario: nel caso del buddhismo e del cristianesimo, per esempio, il controbilanciare il richiamo alla «cosa eterea» con l'introduzione di «elementi più stabili» ha salvato le due religioni da un eccessivo ascetismo, la cui conclusione logica sarebbe stata l'estinzione del genere umano. Gli studiosi hanno spesso cercato di facilitare la comprensione delle religioni dividendole in grandi categorie. Uno degli esempi più interessanti è quello proposto dallo storico Arnold Toynbee (1993), che - riprendendo la tesi secondo la quale buddhismo e induismo negano la vita, mentre islamismo, giudaismo e cristianesimo la affermano - sostiene come le religioni orientali siano fondamentalmente introverse, mentre le occidentali sono estroverse. In altre parole, osserva Toynbee, mentre secondo i seguaci delle fedi orientali la salvezza umana si basa sulla fuga dai tumulti della vita, secondo le fedi occidentali proprio nella vita l'uomo trova la possibilità di conquiste spirituali e di una preparazione per la vita dell'aldilà. Ma ciò è vero solo fino a un certo punto: se il buddhismo, ad esempio, tenta di mostrare all'uomo come liberarsi dalle pene che permeano la vita, ci sono molti aspetti di questa fede che privilegiano i rapporti dell'uomo con il suo prossimo. E se si considera una religione, e non una filosofia, il confucianesimo, non ce ne è sicuramente un'altra che creda altrettanto nella vita, al punto di tendere esclusivamente alla ricerca di un modo soddisfacente di vivere. E lo shintoismo, che nella sua forma originaria era privo anche di un'etica religiosa, ha sempre avuto più un carattere politico-nazionalista, che una connotazione prettamente spirituale.
La difficoltà di trovare dei parametri di riferimento
per le diverse religioni non è quindi minore di quella
incontrata dal sincretismo, la scuola di pensiero sorta nel
secolo XIX che propone il raggiungimento di una sintesi
delle diverse fedi. È infatti, piuttosto complicato
immaginare che quelle religioni che considerano la salvezza
un premio allo sforzo umano possano fondersi con quelle fedi
secondo le quali la salvezza viene all'uomo come immeritato
dono di Dio. Ed è ugualmente improbabile che la convinzione
orientale secondo cui la verità si trova alla fine della
ricerca umana possa coniugarsi con quella delle tre fedi
occidentali per le quali la verità è stata rivelata per
volontà divina, durante vite che sono fatti storici.
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