Copertina
Autore Romano Màdera
CoautoreLuigi Vero Tarca
Titolo La filosofia come stile di vita
SottotitoloIntroduzione alle pratiche filosofiche
EdizioneBruno Mondadori, Milano, 2003, Testi e pretesti , pag. 226, cop.fle., dim. 104x170x15 mm , Isbn 88-424-9144-6
LettoreRiccardo Terzi, 2004
Classe filosofia , psicologia , psicoanalisi , psichiatria
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Indice

       Introduzione

  IX   Un'esperienza di filosofia
       di Luigi Vero Tarca

XXII   Appunti biografici di un praticante
       di Romano Màdera

       Filosofia come esercizio e come conversione
       di Romano Màdera

  1 1. La ricerca del senso
  6 2. Il metodo biografico come sentiero universale
 12 3. Cura dell'anima e filosofia:
       a confronto con le diverse fedi
 19 4. Cura della psiche e filosofia:
       l'interazione con le psicologie del profondo
 29 5. Mitobiografia come terapia e come ricerca
       della saggezza
 44 6. Il licitazionismo e le sue patologie
 50 7. Il sacrificio dell'io
 68 8. L'età cosmopolitica e l'etica
       dell'autorealizzazione solidale
 73 9. Esercizi di pratica filosofica
 95 10.Qualche considerazione su libertà, verità e
       individualità

       Filosofia ed esistenza oggi.
       La pratica filosofica tra epistéme e sophía
       di Luigi Vero Tarca

111 1. L'epistéme (scienza) come sophía (sapienza)
131 2. La filosofia come estensione totale del sapere
       scientifico
139 3. La verità come liberazione rispetto alla necessità
149 4. Il principio filosofico dalla ricerca
       dell'innegabile al nichilismo
171 5. Fare filosofia oggi. La pratica teorica come
       con-posizione
186 6. Filosofia in prima persona
202 7. Verità plurale: la filosofia come pratica
       comunitaria
215 8. La pratica filosofica come valorizzazione e cura
       delle "belle persone"

221 Indice dei nomi
 

 

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Pagina IX

Introduzione


Un'esperienza di filosofia di Luigi Vero Tarca


"Concreto" è un concetto astratto. Spesso siamo spinti ad affermare che vogliamo fatti, non parole; ma dovremmo fare attenzione al fatto che anche "fatto" è una parola. D'altra parte anche le parole sono fatti; e spesso anzi sono fatti tra i più significativi e importanti.

Se ogni dire è coinvolto in questo cerchio magico della parola, in maniera particolare lo è il discorso che viene qui proposto, il quale sostanzialmente intende sostenere che il significato dell'esperienza filosofica va ben al di là di qualsiasi contenuto teorico-linguistico oggettivo perché dipende in maniera essenziale dal contesto pratico ed esistenziale rappresentato dalla concreta vita di colui che fa filosofia. Per questo è opportuno introdurre almeno in parte, in questa proposta filosofica, quell'elemento autobiografico che, pur restando sempre all'interno del "gioco astratto" della parola, tuttavia conferisce maggiore coerenza e completezza al discorso complessivo. Mi pare che il modo più semplice per £arlo sia accennare brevemente alla relazione che sussiste fra la "teoria filosofica" che presento in questo libro e un aspetto particolare della mia reale esperienza filosofica.

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Filosofia come esercizio e come conversione

di Romano Màdera


1. La ricerca del senso


La filosofia è sempre stata un modo di vivere, quel modo di vivere che riceveva la sua impronta dall'amore per la sapienza.

Eppure, se oggi chiedessimo alla maggior parte dei filosofi in che cosa consista il loro particolare stile di vita, ci accorgeremmo che esso tende a coincidere con quello dei professori: la filosofia, come modo di vivere, è diventata il modo di vivere dei professori che si occupano di filosofia. Se questa è la pratica filosofica essa si riduce all'esercizio dello studio, della scrittura e dell'insegnamento dei risultati di tale studio. Nella maggior parte dei casi non viene neppure percepito il problema della riducibilità, o dell'irriducibilità, della figura del filosofo a quella di un mestiere. Tuttavia, amare la sapienza non può essere un mestiere particolare: questa vocazione può toccare tutti, indipendentemente dal lavoro svolto e dal ruolo ricoperto nella società. Anche i personaggi dei libri di storia della filosofia sono stati insegnanti di filosofia solo in epoche determinate, soprattutto nella modernità, e pur sempre con vistose eccezioni. Questa semplice verità, provata da numerosissimi esempi, leggendari e biografici (da Talete a Socrate, Diogene, Epicuro, Marco Aurelio, Avicenna, Bruno, Spinoza, Kierkegaard, Marx, Wittgenstein), è stata oscurata per decenni dall'identificazione tra filosofia e insegnante di filosofia. Benché libera, la vocazione filosofica è stata, nella maggior parte dei casi, vincolata per secoli alle modalità previste dalle legislazioni degli stati per insegnare qualsiasi altra "materia scolastica".

Oggi l'insegnamento della filosofia nelle scuole è una possibilità occupazionale assai ridotta, e questa incertezza sugli "sbocchi professionali" può diventare un'occasione per riproporre una domanda cruciale per ogni epoca; quali possono essere le forme della filosofia in quanto pratica della filosofia? Una pratica unita a un discorso filosofico, ma non riducibile a esso?

Studiare, insegnare e scrivere devono certamente continuare a riguardare la filosofia come arte dell'inesauribile domandare ragione di ogni conoscenza in ogni campo della conoscenza. Amare la sapienza significa prima di tutto sentirsi spinti a oltrepassare ogni risposta che trova acquietamento in una sua bastante funzionalità. La sapienza chiede a volte l'inutile, il sapere per il sapere, per la bellezza e il tormento della sua stessa impresa. Ma la sapienza non è senza mondo: il suo desiderio nasce nelle passioni, nei comportamenti, nelle tecniche, nelle scienze e nelle arti del mondo. La storia della filosofia non può quindi autoriferirsi alla storia della sola filosofia senza esaurire l'humus dal quale nasce. Ogni volta essa riprende vigore dalle domande del mondo, dalle circostanze della storia di una particolare comunità umana, dalla vita quotidiana di singoli individui. Credo che nel nostro mondo la filosofia si debba rinnovare ma che, per rinnovarsi, debba uscire dalle limitazioni di una pratica solo professorale e reimmergersi nella sua più ampia vocazione di ricerca della via alla sapienza. Pretesa apparentemente risibile, sommersi come siamo da ingestibili quantità di informazioni e infinite offerte di formazione. Ancor peggio, pretesa anacronistica per rilevanti settori di specialisti che ritengono ormai proponibile solo una filosofia nei limiti della storia della filosofia, e assurda per una diversa e significativa parte della comunità filosofica, potremmo dire di derivazione quiniana, che assegna alla filosofia il compito di essere scienza fra le scienze, dedita ai problemi di tipo generalistico che attraversano diversi campi scientifici. Dunque la filosofia come viene concepita e proposta in questo scritto rappresenta un diverso modo di praticarla, che intende rinnovarla ritornando alla sua vocazione originaria, per aprire un sentiero di saggezza che accolga le domande di senso della nostra epoca.

Secondo questa scelta, praticare la filosofia significa mettersi alla scuola della domanda sul senso e del senso del tutto. Sentendo questa domanda come un intenso desiderio. Niente di meno, e niente di più lontano dalla mentalità maggioritaria di un'epoca prostrata dalle delusioni dei miti del moderno che, a loro volta, avevano relegato nei musei dello spirito i miti religiosi. Ma è esattamente la combinazione fra il debito con ciò che il tempo pare aver abbandonato e il profluvio di offerte per rimediare a un'angosciosa domanda di senso che chiede una svolta. Non possiamo sottrarci, anche se il compito appare disperato, perché la domanda di senso sembra, già nel suo porsi, sapersi destinata all'elusione: infinite e reciprocamente relativizzabili le risposte, e presumibilmente ininfluenti.

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Pagina 19

4. Cura della psiche e filosofia: l'interazione con le psicologie del profondo


La filosofia può, innovando se stessa nella considerazione attenta della biografia, ritrovare la sua vocazione di cura dell'anima. Non si solleva in questo modo nessuna pretesa sostitutiva rispetto alle terapie psicologiche. Potremmo anzi dire che si tratta di una complessa interazione. Fino a oggi, con un atteggiamento puramente epistemologico, la filosofia si è occupata delle categorie della conoscenza, più o meno scientifica, ermeneutica e analogico-simbolica, nelle quali compendiare psicoanalisi, psicoterapie e psichiatria. Abbiamo visto che il costo di questa severa autolimitazione è la perdita di contatto con il vissuto immediato e con le domande riflessive che da esso nascono. In un'epoca caratterizzata dall'individualizzazione, un tale tenersi discosti dalle passioni nella loro effettuale circostanzialità equivale a rendere inascoltabili le proprie parole. Non si intende ovviamente dire che alle passioni del tempo si debba in qualche modo acconsentire; è in questione, invece, la capacità di ascoltarle e di comprenderle, fosse anche allo scopo di superarle. Tanto che si potrebbe sospettare un'inconscia collusione con la pretesa di svincolare la conoscenza vera da ogni coinvolgimento vitale, cosicché la vita, resa cieca di ogni lume conoscitivo suo proprio, perda ogni possibilità di dirigersi altrove rispetto allo "stato di cose presente". In questo modo la filosofia si infiacchisce, ricama esangue una trama che non si permette più di giudicare, una volta dimenticate le sue radici e disatteso il compito precipuo assegnato dal tempo. Anche per questo ritrarsi della filosofia, insieme timido e orgoglioso, ogni drammatica, singolarmente vissuta ricerca di senso ha dovuto scavarsi un personale accomodamento nelle tradizionali dottrine religiose, o patologizzarsi, per poter legittimare la cura di sé. Affrontare il mestiere e il dolore di vivere volendo non solo prendersene cura, ma sforzandosi di guarirli, è uno stigma fra i più tipici del nostro mondo. Non è obbligatorio, tuttavia, subirlo senza provare a escogitare soluzioni alternative. Se nevrosi e psicosi sono condizioni che impediscono di amare e di lavorare (secondo il pensiero di Freud), allora possiamo dire che la domanda di attenta considerazione e di riflessione sulla difficoltà di condurre la propria esistenza (la domanda normale di ogni essere consapevole in un'epoca di individualizzazione e di legame sociale impersonalmente funzionale) confluisce impropriamente nella richiesta psicoterapeutica. Qui non si tratta di erigere nuovi steccati disciplinari; il tema dovrebbe anzi sollecitare gli stessi psicologi del profondo a chiarire e differenziare i loro obiettivi e le loro tecniche in relazione a domande di cura diversamente orientate. Non è certamente un caso se, da Jung a Bion, per citare solo due grandi esempi, una spregiudicata autoriflessione su quel che spesso accade in terapia abbia condotto a parlare del "senso" come della più profonda terapia, e della psicoanalisi come di una specie di nuova e rifondata "antropologia". Quanto è qui in questione è dunque ben altro dal desiderio di ritagliare un nuovo spazio applicativo della filosofia tra le professioni di cura. Direi anzi che è un passo, quello della presa in carico filosofica della ricerca di senso biograficamente sperimentabile, verso il quale tendono sia la più acuta autoriflessione degli psicoanalisti sia, e soprattutto, la domanda che esplicita la normale, e angosciosa, sofferenza di molti.

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Pagina 42

Qui diventa necessario, anche se per accenni, distinguere questo modo di intendere la filosofia, come "pratica filosofica" di ricerca della saggezza, sia dagli aspetti psicoterapeutici sia dalla riproposizione delle antiche scuole di saggezza.

Innanzitutto, rispetto alle psicoterapie, il centro dell'interesse, e dell'esigenza cui si vuole rispondere, non è la psicopatologia: ciò di cui la pratica filosofica deve prendersi cura è la vita nella sua normalità e, quindi, nella precarietà del suo senso e nell'inconsapevolezza di questa precarietà. Nella convinzione, socratica, che la vita più degna sia quella dedicata all'indagine, alla ricerca del senso. Non avendo al centro del suo interesse le sintomatologie psicopatologiche, la pratica filosofica non è un'attività, e più ancora un'attitudine, che possa dirsi conclusa una volta raggiunto un qualche risultato: essa è infatti una maniera di vivere. Infine, la "neutralità" analitica può essere mantenuta come distanza dall'intromissione nelle scelte e nella vita quotidiana dell'altra persona, per facilitare la possibilità di entrare nella relazione in tutti i diversi ruoli che la traslazione si raffigura, ma deve abbandonare l'oscurità dei riferimenti circa la posizione filosofica di chi si offre come guida. Quali siano i problemi che una chiarificazione del genere comporta nella relazione, non posso discutere qui adeguatamente: la soluzione del conflitto fra il servizio della crescita dell'altra persona nella libertà e verso una sua consapevole individuazione da una parte, e l'esplicita posizione epistemologica ed etica della guida della pratica dall'altra parte, dipende infatti dalle filosofie professate. Di certo non si può evitare una risposta a una questione di tanto peso. Dalla risposta dipenderà l'affidabilità di ogni proposta di pratica filosofica. Si tratta cioè di poter professare una filosofia che sappia servire la libertà e l'individualità dell'altro senza rinunciare alle sue convinzioni.

Voglio peraltro sottolineare, senza infingimenti, che proprio la proposta di filosofia biografica avanzata in questo testo rappresenta la possibile soluzione della tensione fra esplicitazione del proprio punto di vista filosofico e servizio alla libera ricerca di senso da parte dell'altro.

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Pagina 111

Filosofia ed esistenza oggi. La pratica filosofica tra epistéme e sophia

di Luigi Vero Tarca


1. L'epistéme (scienza) come sophía (sapienza)

1.1 Perché oggi mancano "veri filosofi"?

» possibile, nel tempo presente, praticare la filosofia come esperienza di saggezza? Nella nostra cultura il filosofo inteso come "maestro di vita" o "sapiente" è una figura praticamente scomparsa, e il tentativo di farlo rivivere apparirebbe antiquato e patetico. Se per "filosofo" intendiamo, conformemente a un classico uso di questo termine, quel tipo di uomo che orienta la propria esistenza alla saggezza basata sulla verità, saremmo tentati di affermare che la nostra società è priva di filosofi. Eppure la nostra cultura è, ancora oggi, ricca di filosofia, e piena di "professionisti" di questa disciplina (quanti sono, anche solo in Italia, i professori di tale materia?); e in fondo tuttora si pensa alla filosofia come a qualcosa che ha fondamentalmente a che fare con la saggezza. Però sta di fatto che i "filosofi" mancano; anzi, manca anche solo la pretesa di essere filosofi. E c'è di più. Tale mancanza è ben lungi dall'essere avvertita come un difetto: i professionisti della filosofia si schermiscono quando vengono presentati come sapienti, e quasi tutti denuncerebbero come fuori luogo e scorretta la pretesa di un insegnante di filosofia che intendesse proporsi ai suoi allievi come guida spirituale o come maestro di vita. Questo ci fa capire come la divaricazione tra la figura di coloro che esercitano la professione filosofica (in primo luogo gli insegnanti di filosofia) e l'immagine tradizionale del filosofo inteso come sapiente sia dovuta a motivi strutturali piuttosto che casuali, cioè come essa dipenda da ragioni teoriche di principio piuttosto che da circostanze contingenti.

In effetti, questa situazione dipende in gran parte dal fatto che nella nostra civiltà ha prevalso una particolare concezione della saggezza e della sapienza, quella che, per dirla in maniera ultraschematica, fa coincidere la sapienza con il sapere razionale, cioè "logico", e più propriamente con quello "epistemico". La filosofia è l'esperienza nella quale si manifesta in maniera chiara ed esplicita questa concezione per cui la sophía, la sapienza, viene a coincidere con il lógos, cioè con il discorso, e in particolare con il discorso razionale, quello esemplificato in maniera paradigmatica dall' epistéme, cioè dalla scienza. La sapienza - ovvero ciò che guida gli umani, costantemente minacciati dal male (il negativo), verso il bene (il positivo) e quindi alla salvezza - coincide con il sapere, e precisamente con il sapere scientifico: saggezza è attenersi al sapere vero dell' epistéme. La filosofia, potremmo dire, nasce dal fatto che gli uomini sono stati "folgorati" e sedotti, o, se si preferisce, "abbagliati" dalla luce emanata dal sapere delle scienze "esatte" (aritmetica e geometria innanzitutto, poi anche astronomia e musica). Ma perché la scienza ha esercitato un fascino così potente sugli umani?

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