Copertina
Autore Pierre Magnan
Titolo Il Casino Forcalquier
EdizioneVoland, Roma, 2003 [1998], Intrecci 8 , pag. 288, cop.fle., dim. 145x207x18 mm , Isbn 88-88700-07-2
OriginaleLa Folie Forcalquier
EdizioneDenoŽl, Paris, 1993
TraduttoreEmilia Gut
LettoreElisabetta Cavalli, 2004
Classe narrativa francese
PrimaPagina


al sito dell'editore

per l'acquisto su IBS.IT

per l'acquisto su BOL.COM

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 7 [ inizio libro ]

Avevo appena comprato il carro funebre che doveva fare la mia fortuna. Stavo scendendo da Saint-Symphorien dove l'avevo strappato a forza a un cavallaio imbroglione di Céreste che voleva dipingerlo di rosso per abbellire le corse taurine alle quali partecipava dalle parti di Arles. Ne offriva un prezzo irragionevole sul quale non volevo seguirlo, così non mi era rimasta altra scelta che quella di bussargli sulla spalla prima della transazione e di invitarlo a bere nell'unico caffé di Saint-Symphorien, che poi avrebbe chiuso i battenti per sempre.

Lì gli avevo versato nel bicchiere qualche anodino zuccherato di cui per fortuna conosco il segreto. Dormiva ancora, il naso appoggiato al marmo del tavolo, quando attraversai il ponte della Reine-Jeanne sul Vanson con le redini in mano.

Era in perfetto stato. Un sindaco megalomane, che però non perdeva la testa, lo aveva ordinato per sé (visto che faceva il carradore) dodici anni prima, quando il comune, a seguito del colera, contava ormai solo venticinque abitanti. Da allora era stato utilizzato solo quattro o cinque volte e in particolare per quel sindaco che, benché lucido e accorto nei propri affari, non era immortale. Tanto vale dire che era nuovo fiammante. Lungi dall'essersi impregnato di morte per via della costante frequentazione con essa, trasudava di profumi soavi dei tempi in cui le sue tavole erano ancora alberi nei boschi di Mélan, e io che sono sensibile a tante cose della natura, sulle quali taccio per prudenza, nell'odore gentile di tavole nuove potevo cogliere i profumi trasportati dal vento, dei tempi in cui la carrozza dei morti era ancora un faggio.

Niente è più rassicurante per l'uomo dell'odore di falegnameria e se questo lo accompagna in una notte strana per un lungo tratto di strada, in quel profumo egli si sente come accanto al focolare.

Perciò, tra le ombre chiare dei filari di pioppi, avevo buone ragioni per avanzare fischiettando e, per passare il tempo, sfogliavo la lista dei miei successi galanti. Per quanto fossero ancora poco numerosi, mi sbagliavo sempre nell'enumerarli. Potevo pure evocarli lentamente, sgranando i loro nomi sulle dita come un rosario, ne dimenticavo sempre qualcuno però, e dei meno importanti. Imprecavo a bassa voce per la mia scarsa riconoscenza per il bassoventre, ma allo stesso tempo ero molto orgoglioso di essere già così ben fornito da perdere persino qualche nome strada facendo.

Avevo anche un altro motivo di soddisfazione: da qualche parte in una località a est di cui non mi preoccupavo proprio, l'imperatore aveva preso una batosta per mano di Moltke che - patriottismo a parte - non poteva che rallegrare un abitante di Forcalquier come me. Se le cose andavano per il verso giusto ce ne saremmo presto sbarazzati. A quindici anni avevo avuto a che fare con i suoi sbirri. Allora mi ero fatto arruolare stupidamente con altri duecentocinquanta provenzali del nord sui centomila che si erano opposti con coraggio al colpo del 2 dicembre.

Era finita al crepuscolo nelle paludi di Villeneuve in compagnia di Ailhaud il superbo. Lì sfiorai una morte inutile. Attorno a me, nelle Iscles, i soldati inchiodarono a terra i feriti e, facendosi luce con la lanterna, giustiziarono quattro o cinque miei compagni che sarebbero morti ai loro piedi abbracciando le ghette dei carnefici. I soldati, ostacolati da quegli abbracci, li finivano a colpi di baionetta. Nel frattempo io me la facevo nelle mutande, rannicchiato sotto i salici spinosi.

Per fortuna i soldati erano stanchi di uccidere. Si ha un bel dire, alla fine fanno male i muscoli. Non si caccia una baionetta in un corpo vivo come si infilza un arrosto di maiale. E certamente era l'ora della mensa serale.

Dopo un'intera notte di sconforto tornai a Forcalquier attraverso il letto del Bèveron tirando fuori a singhiozzi la mia avventura, come un'indigestione. A più riprese vomitai nell'erba il disgusto di essere uomo. Questa reazione organica mi salvò dall'amarezza profonda. I moribondi che perdevano la loro sostanza nella sabbia asciutta delle Iscles, probabilmente sussultavano ancora, con la sorprendente vitalità degli organismi di diciassette anni, spenti nel pieno dello sviluppo. Pensavo a tutti quelli che più tardi, cinti di qualche sciarpa tricolore e davanti a uno sparato di gendarme, si sarebbero vantati di quei cadaveri ricordandone il sacrificio. Non ero fiero né di me, né dei soldati, né degli scampati. Si ha un bel dire: non c'è eroe senza biasimo se non da morto e io ero vivo.

Da allora, avendo visto tanti e tanti irriducibili aderire a poco a poco, me l'ero tenuto per detto e facevo servilmente come loro. Non gridavo: "Viva l'Imperatore!", ma tutta la mia persona sembrava esultare talmente al solo sentirne il nome che anche l'informatore più suscettibile lasciava perdere.

Respirare l'aria buona di Forcalquier in tutta tranquillità valeva questa piccola umiliazione che solo io conoscevo. Tuttavia non si è mai a proprio agio per essere stati codardi e perciò, pur fischiettando di felicità, a questo ricordo sospiravo. Anche a me sarebbe piaciuto ricoprirmi di gloria postuma. Non ho ereditato ahimè un coraggio sconsiderato e alla fine, per tutto il tempo della tirannia, mi ero accontentato di vivere mellifluamente.

Per questo non avevo mai perdonato Badinguet di avermi tenuto la testa così a lungo rivolta ai difetti del mio carattere. Non si può guardare per forza in uno specchio per diciotto anni senza odiare colui che vi costringe a farlo.

Perciò oggi ero tutto felice del suo fallimento. Le voci sulle battaglie ci avevano informato che aveva condotto tutta la guerra tormentato da un calcolo grosso come un ditale incastrato all'imbocco dell'uretere. Mi era già capitato di vedere simili malati alle prese con quegli inconvenienti. Il dolore cessava di essere insostenibile solo quando, urlando, facevano velocemente il giro della loro sala da pranzo a quattro zampe.

Ricordare Badinguet in sella che si sforzava di mantenere un certo contegno con un calcolo di un grammo imboscato in un condotto del basso ventre, mi era particolarmente gradevole. Così, tenendo alte le redini, fischiettai ancora più forte respirando l'aria della notte che mi è sempre piaciuta tanto.

Anche il cavallo, un alverniate raplot, tarchiato e pieno di vita, non stava in sé dalla gioia. Ogni tanto, con la testa alta come una tromba, nitriva verso i canaloni della valle. Era passato dalla mia giardiniera mal squadrata, con le ruote deformate e recalcitranti al movimento, a questa carrozza elegante e nera, perfettamente equilibrata che ancheggiava sulle sue curvature con il movimento del bilanciere di un pendolo e, nonostante fosse funebre, possedeva assali generosamente ingrassati e belle molle elastiche. Un carro funebre che cigola è un cattivo presagio. Evoca troppo le sofferenze passate dal trasportato, ed è per questo che il carradore di Saint-Symphorien ne aveva curato la silenziosità.

L'alverniate l'apprezzava molto e tirava allegramente. Ero assolutamente tranquillo e senza pensieri. Sapevo che un uomo, scaraventato di notte attraverso le piste poco sicure delle Basses-Alpes, non ha bisogno di armi per difendersi se si trova alla guida di un carro funebre. Con un veicolo simile, com'è noto, non si converte nulla in denaro e il passaggio di questo emblema che accompagna pesantemente l'espressione materiale della morte, mette tutti sull'attenti. Tanto più che avevo insistito perché mi dessero in omaggio i pennacchi di prima classe e li avevo issati agli angoli del baldacchino. Erano come tanti maliziosi fantasmi che il vento agitava davanti ai vivi promettendo loro impalpabili amori.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 117

Alle undici, mentre aprivo un occhio morente alla vita, sentii pesanti calci e pugni battere sulla porta che si era incastrata completamente quando Aigremoine, nel suo disappunto, l'aveva tirata a sé con violenza. All'improvviso mi vidi spuntare davanti Albertine che era riuscita ad avere la meglio sul battente.

Prima di riuscire a mettermi al riparo venni morso e graffiato, e con gli stivaletti mi sferrò due calci sulle tibie da farmi fare una smorfia di dolore.

- Puttaniere! Puttaniere! - gridava. - Vi date da fare con quella Aigremoine. Siete solo un puttaniere!

Ero riuscito a immobilizzarle le mani, ma faceva scattare le scarpe a punta con diabolica abilità, con l'intenzione evidente di mettermi fuori combattimento. Schivai appena un colpo di ginocchio al basso ventre che aveva lo scopo di impedirmi il piacere per molto tempo.

- Dove eravate questa notte, eh? Sono venuta a mezzanotte come al solito! E che cosa trovo? Quella puttana che vi aspettava!

Questo era un dettaglio che Aigremoine aveva passato sotto silenzio e certo non avrei mai saputo quello che queste due donne decise si erano dette o avevano taciuto nella tranquillità della mia cameretta.

Malgrado il dolore provocato dai calci e badando a schivarne altri come potevo, ammirai, sorridendo nonostante tutto, quello che lo sconvolgimento amoroso riesce a provocare in una donna ragionevole. Perché poi bisognava vedere Albertine alle prese con le clienti sospettose, dietro la bilancia un pochino squilibrata a suo vantaggio. Ammiravo, dicevo, la temibile forza usata per picchiarmi.

Che passasse con il garzone di macelleria le notti del mercoledì, non implicava che non potesse essere pazza di gelosia nei miei confronti. Chi non dovesse capire il grande motore dell'animo umano, la passione esclusiva per uno o più esseri contemporaneamente, costui sarebbe inutile a questo mondo. Comunque sia, con sorriso filosofico sulle labbra, ammiravo senza riserve lo splendido furore della mia amante che la rendeva quasi bella.

- Gridate più forte, - le dissi con calma, - così sveglierete tutti i Montagnier di Forcalquier.

- Che vadano a farsi fottere i Montagnier!

Gridava queste imprecazioni con la testa girata verso la finestrella nella direzione dei miei vicini. Ero finalmente riuscito a incastrare le graziose scarpe sotto i miei piedoni e a cingerle i polsi per impedirle di graffiarmi. E, anche così, riusciva a sobbalzare come una capra. Mi sputò in faccia due volte. Era arrivato il momento di risponderle per le rime. Pacatamente le dissi:

- Ormai vi potrete consacrare tutta al vostro Clarisse Trescléoux fino a ubriacarvi poiché voi e io non ci piacciamo più.

Dall'allentarsi improvviso della sua resistenza pensai che ne avrei visto il grande corpo accasciarsi sul parquet, testa e braccia penzoloni. Questo però significava non sottovalutare l'indignazione provocatale dall'idea di essere stata smascherata. In effetti pensiamo sempre di essere i soli a tramare brutti scherzi nell'ombra, ma la provvidenza ha lavorato in modo tale che l'ombra è madre di tutti. E le nostre trame alla fine sono talmente ridicole nella loro banalità, che siamo tutti in grado di scoprirle negli altri, mentre crediamo le nostre impenetrabili. Ero pronto a rifilare tutte queste malinconiche riflessioni alla mia furia se per caso si fosse calmata, ma era indomabile e recitava la parte della virtù oltraggiata.

- Chi vi ha detto questo abominio? - gridò.

- Lulu! La notte in cui mi avete fatto rischiare la vita per quell'imgombrante regalo fatto a voi. E sapete quanto sia raffinato contabile delle notti di Forcalquier.

- Lulu? Non avete un testimone migliore?

Improvvisamente, in modo del tutto inaspettato, si gettò bocconi di traverso sul letto singhiozzando rumorosamente.

- » morto la notte scorsa! - gridò. - » stato ucciso!

| << |  <  |