Copertina
Autore Claudio Magris
Titolo Microcosmi
EdizioneGarzanti, Milano, 1997, Narratori moderni , Isbn 88-11-66258-3
LettoreRenato di Stefano, 1997
Classe narrativa italiana , viaggi
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Indice


    INDICE

    Caffè San Marco      11
    Valcellina           37
    Lagune               57
    Il Nevoso            93
    Collina             117
    Assirtidi           151
    Antholz             189
    Giardino pubblico   229
    La volta            265


 

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Pagina 11

CAFFE SAN MARCO
Le maschere stanno in alto, sopra il bancone di legno nero intarsiato, che proviene dalla rinomata falegnameria Cante - rinomata almeno un tempo, ma al Caffè San Marco le insegne onorate e la fama durano un po' di più; anche quella di chi, quale unico titolo per essere ricordato, può accampare soltanto - ma non è poco - il fatto di aver passato degli anni a quei tavolini di marmo dalla gamba di ghisa, che finisce in un piedestallo poggiato su zampe di leone, e di aver detto ogni tanto la sua sulla giusta pressione della birra e sull'universo.

Il San Marco è un'arca di Noè, dove c'è posto, senza precedenze né esclusioni, per tutti, per ogni coppia che cerchi rifugio quando fuori piove forte e anche per gli spaiati. A proposito, non ho mai capito quella storia dei Diluvio, qualcuno ricorda che dicesse il signor Schönhut, "shammes" tuttofare dell'adiacente Tempio israelitico, mentre la pioggia picchiava contro i vetri e i grandi alberi del Giardino Pubblico - in fondo a via Battisti, subito a sinistra per chi esce dal Caffè - sbattevano fradici nel vento sotto un cielo di ferro. Se era per i peccati del mondo, tanto valeva farla finita una volta per tutte, perché distruggere e poi ricominciare daccapo? Mica le cose sono andate meglio, dopo; anzi, macelli e crudeltà a non finire, eppure niente più diluvi, addirittura la promessa di non estirpare la vita dalla terra.

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Pagina 18

Afferrarsi al legno, senza paura, perché il naufragio può essere pure salvezza. Come dice la vecchia storia? La paura bussa alla porta, la fede va ad aprire; fuori non c'è nessuno. Ma chi insegna ad aprire? Da tempo non si fa altro che chiudere le porte, è un vero tic; per un po' si tira il fiato, poi l'ansia riafferra il cuore e si vorrebbe sprangare tutto, anche le finestre, senza accorgersi che così manca l'aria e che l'emicrania, in quel soffoco, martella sempre più le tempie, a poco a poco si finisce per sentire solo il rumore del proprio mal di testa.

Scribacchiare, liberare i demoni, imbrigliarli, spesso solo scimmiottarli con innocua presunzione. Nel San Marco i demoni sono relegati in alto, capovolgendo la scenografia tradizionale, perché il Caffè, con la sua decorazione fioreale e lo stile Secessione viennese, ricorda che quaggiù si può stare anche bene, una sala d'attesa in cui è piacevole aspettare, differire l'uscita. Il direttore, il signor Gino, e i camerieri, che arrivano al tavolo con un bicchiere dopo l'altro - talora assumendo l'iniziativa di offrire, ma non a tutti, tartine di salmone con un prosecco speciale - sono una gerarchia angelica minore ma affidabile, quel che basta per sorvegliare affinché gli esuli dal paradiso terrestre si trovino a loro agio in quell'Eden surrettizio e nessun serpente li alletti ad uscire con qualche falsa promessa.

Il caffè è un'accademia platonica, diceva agli inizi del secolo Hermann Bahr - il quale diceva pure che si trovava bene a Trieste, perché in quella città aveva l'impressione di non trovarsi in nessun luogo. In quest'accademia non si insegna niente, ma si imparano la socievolezza e il disincanto. Si può chiacchierare, raccontare, ma non è possibile predicare, tenere comizi, far lezione. Ognuno, al suo tavolo, è prossimo e distante rispetto a chi gli sta accanto. Ama il prossimo tuo come te stesso ovvero sopporta la mania del tuo vicino di mangiarsi le unghie, come lui sopporta qualche tuo tic ancora più sgradevole. Fra questi tavoli non è possibile far scuola, creare schieramenti, mobilitare seguaci e imitatori, reclutare discepoli. In questo luogo del disincanto, in cui si sa già come finisce lo spettacolo senza perdere il gusto di assistervi né l'indulgenza per le papere degli attori, non c'è posto per i falsi maestri, che seducono con false promesse di redenzione chi ha un ansioso e vago bisogno di redenzione facile e immediata.

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Pagina 71

Viaggiare, come raccontare - come vivere - è tralasciare. Un mero caso porta a una riva e perde un'altra. Sull'isola dei Belli, chiamata così per la proverbiale bruttezza di alcuni suoi abitanti, c'era un tempo la vecchia Bela, una strega che faceva alzare i venti, rendeva infruttuosa la pesca di chi non era gentile con lei e, per analoghi motivi, sembra abbia fatto precipitare una volta un ricognitore con un solo gesto della mano. Elemento demonico, l'acqua è propizia agli spiriti malefici; sui dossi gradesi si temeva il Balarin, folletto maligno, o l'Ebreo errante, e la notte dell'Epifania si udivano, negli ululi del vento e nel cigolare delle porte, le Varvuole, le furie che venivano dal mare.

Ci si può immaginare il viso della vecchia Bela, verosimilmente sgradevole per gli anni e le offese ricevute dal crudele pregiudizio, e c'è da augurarsi che chi la ingiuriava come portatrice di scalogna sia veramente tornato spesso a casa a mani vuote. Il viaggiatore è un illuminista quando può sfata la cieca e irrazionale ferocia del mito; anche Ulisse - «colui che non si lascia affascinare», come lo chiama Circe - dissolve il ferino potere di maghe, giganti e sirene. La cattiveria verso chi è segnato dal marchio di portasfortuna è un razzismo peggiore del rifiuto

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