Copertina
Autore Danilo Mainardi
Titolo l'animale irrazionale
Sottotitolol'uomo, la natura e i limiti della ragione
EdizioneMondadori, Milano, 2001, Saggi , pag. 166, dim. 150x223x20 mm , Isbn 88-04-48837-9
LettoreRenato di Stefano, 2001
Classe biologia , scienze umane , scienze naturali , scienze cognitive
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Indice


  3    I L'etologia può spiegarci perché
         crediamo?
         Il problema, 3 - Una premessa, 4 - Sul
         metodo comparativo, 7 - Il percorso,
         13

 17   II La consapevolezza
         L'autoconsapevolezza, 17 -
         La consapevolezza della morte, 27

 33  III La capacità di mentire
         La duplice natura della menzogna, 33 -
         Mentire agli altri e a se stessi, 42

 51   IV La superstizione
         L'origine della superstizione, 51 -
         Sviluppi e ricadute, 54

 59    V La cultura
         Culture animali, 59 - Culture gelide,
         culture bollenti, 65 - Tradizioni: le
         culture di mezzo, 76

 81   VI Il rito
         L'utilità degli accessori, 81 - La
         ritualizzazione biologica, 82 - Dalla
         ritualizzazione biologica a quella
         culturale: un intermezzo zoologico, 85
         - Il rito nella specie umana, 87

 97  VII Il potere
         La ritualizzazione dell'aggressività,
         97 - Un'escursione nell'etologia
         umana, 103 - La casta degli anziani,
         il principio d'autorità, il superalfa,
         108

115 VIII L'uomo esce data natura
         Sapore di miele, 115 - La strategia
         dell'aquila, 117 - Evoluzione
         biologica, evoluzione culturale, 126 -
         Dalla strategia K alla strategia r,
         128 - Le specializzazioni culturali,
         132

135   IX L'etologia può spiegarci perché
         crediamo
         Fare la somma dei preadattamenti, 135
         - La specie e gli individui, 143 -
         Vivere nel passato, nel presente, nel
         futuro, 147 - La pseudospeciazione,
         149 - La centralità della cultura
         naturalistica, 152

155      Letture consigliate

161      Indice analitico

 

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Pagina 3

I
L'etologia può spiegarci
perché crediamo?


Il problema

L'uomo è, tra gli animali, il più razionale. Eppure anche in quest'epoca dominata dalla scienza, o almeno dove la scienza ha prodotto straordinari avanzamenti conoscitivi, l'uomo continua a credere in una varietà di fenomeni, esseri o entità di non provata esistenza. Dalla telepatia ai rabdomanti, all'anima, alla sopravvivenza dopo la morte, alla reincarnazione, a un qualche dio, agli angeli, a cure non scientifiche del cancro, all'astrologia, alla lettura dei tarocchi e della mano. E l'elenco potrebbe continuare, ma non è l'enumerazione di casi che qui interessa, è la misteriosa capacità della nostra specie di possedere in contemporanea due strumenti alternativi, il conoscere e il credere, e su questa base duplice e diversa fabbricarsi una cultura e uno stile di vita. E poco itnporta, a questo livello, la distinzione tra la parola fede (che compare per gli importanti credo religiosi) e la parola superstizione (usata invece dispregiativamente), e ancora poco importano i tentativi di gerarchizzazione tra fede e ragione (si pensi all'assunto medievale: philosophia ancilla theologiae). Anche questo, certo, è un discorso interessante, però sta a valle del fenomeno di cui si vuole trattare in questo saggio.

A monte sta la domanda: perché si crede? Per definizione, si crede quando non si conosce «per ragione», ciò nonostante anche la persona più intelligente, la più colta, può nutrire una convinzione, addirittura una certezza, «per fede». Esiste, per esempio, una minoranza di scienziati indubbiamente preparati che pure professa un credo religioso (negli Stati Uniti il 39,3% tra gli scienziati in genere, il 7% tra quelli di maggior prestigio, di cui solo il 2% di biologi; questo secondo quanto asserito dalla rivista «Nature», 23.7.1998). E sì che gli scienziati dovrebbero avere il culto della ragione; eppure, di norma trincerandosi dietro l'adusata argomentazione delle aree di competenza, trovano anche loro uno spazio per credere.

Ecco allora che diviene interessante interrogarsi su che cosa determini, in certe circostanze o a proposito di determinati argomenti, l'ampiamente generalizzata tendenza a credere. Ebbene, è mia convinzione che l'etologia, la scienza naturale del comportamento, possa fornire assai utili elementi di comprensione sull'origine e sul significato adattativo di questo fenomeno così importante per la nostra storia di uomini. Scopriremo come risultino coinvolte sia le nostre capacità intellettive sia quelle sociali, soprattutto se affrontate in una prospettiva evolutiva, perché tracce di ciò che noi siamo sono reperibili in altre specie per quanto riguarda non solo le caratteristiche organiche e fisiologiche, ma anche quelle comportamentali. La nostra tendenza a credere può, in quest'ottica e con questa metodologia, trovare una spiegazione di carattere adattativo. In altre parole: uno spazio d'irrazionalità nella nostra mente e nel nostro comportamento può favorire la nostra sopravvivenza. Ma non solo, può aiutarci a vivere, soprattutto a morire, meglio.

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Pagina 10

[...] Generalizzando, il comportamento è sempre il risultato dell'interazione tra genetica e ambiente. In definitiva, è sempre, per usare un termine proprio della biologia, fenotipo, anche se l'apporto dell'informazione genetica può essere assai variabile sia qualitativamente sia quantitativamente.

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Pagina 13

Il percorso

A determinare la comparsa, lo sviluppo e il permanere dell'umana capacità di credere è stato un peculiare assommarsi di caratteristiche mentali e sociali. Ma c'è di più: può sembrare stupefacente, ma proprio perché la nostra specie ha raggiunto un elevato livello di razionalità s'è sviluppata in noi la necessità di mantenere uno spazio intellettivo irrazionale.

Caratteristiche della nostra mente e della nostra socialità hanno innescato o favorito l'organizzarsi e il consolidarsi del fenomeno. Sono interessati, per guanto concerne le capacità mentali, l'autocoscienza, il pensiero astratto e la possibilità di costruire un universo mentale immaginario, la capacità di mentire e anche quella di produrre comportamenti superstiziosi. Quanto alle caratteristiche sociali, hanno contribuito al fenomeno la gerarchizzazione, la facilitazione sociale, che rende uniformi e sincroni i comportamenti dei gruppi, l'apprendimento sociale, con la conseguente evoluzione culturale, e infine la ritualizzazione.

[...]

L'indagine procederà «dal basso», almeno se vogliamo riferirci all'immagine tradizionale dell'albero filogenetico, e «di lato», cioè ponendo grande attenzione, quando sarà utile, anche ai percorsi evolutivi paralleli. In altre parole verranno considerate non solo omologie, ma anche analogie.

Molti differenti animali saranno chiamati in causa, perché se è vero che alcune componenti del «fenomeno del credere» sono proprie di poche specie provviste di elevate capacità cognitive, è altrettanto vero che altre componenti hanno invece origini ben più antiche e generalizzate. L'«irrazionale necessario» è comparso nell'uomo per l'assommarsi di più proprietà che sono altrimenti presenti in modo qualitativamente o quantitativamente discontinuo nelle altre specie. Rimane il fatto che sembra rientrare a pieno titolo nello specifico umano come uno dei più singolari prodotti evolutivi caratterizzanti la nostra specie.

Un'assoluta novità, nella storia della vita, l'uomo. Per spiegare davvero a fondo il significato della novità che rappresenta la nostra specie, proverò a inquadrarla all'interno di quel grandioso esperimento che è stata l'origine e poi l'evoluzione della vita sul pianeta. Poco meno di quattro miliardi di anni fa fecero la loro comparsa nel mare i primi organismi unicellulari, che circa 6-800 milioni di anni fa si organizzarono in esseri viventi pluricellulari. Da allora la conquista di tutti gli ambienti della biosfera, soggetta alle forze selettive dell'evoluzione, alla progressiva trasformazione delle condizioni ambientali e a numerose periodiche crisi globali o locali, ha dato origine alla straordinaria varietà attuale di esseri viventi: si valutano in almeno 30.000.000 le specie animali e vegetali che condividono con noi la Terra. Tutte queste specie, se non altro per il fatto di essere viventi, possono ritenersi provviste di istruzioni adattative e, in quanto tali, «intelligenti». Nella maggior parte dei viventi queste istruzioni sono quasi esclusivamente scritte nella memoria genetica. Sono, in altre parole, l'esperienza della specie. Ma, col progredire, nella linea animale, della complessità e del differenziamento, sempre più si è andata affermando la capacità di apprendimento su base individuale, una capacità che sa offrire un cospicuo contributo integrativo all'esperíenza della specie (gli istinti). È un processo che ci fa scoprire, oggi, una straordinaria pluralità di intelligenze. Eppure un'unica specie, la nostra, ha saputo affinare le sue capacità inquisitive, cognitive e introspettive fino a realizzare lo straordinario fenomeno circolare per cui la materia organica, da cui la vita miliardi di anni fa si originò, è in grado di indagare e meditare su se stessa. Anche in quest'ottica, a pensarci bene, si può leggere l'asserzione che, questa, è un'analisi «dal basso».

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Pagina 31

Il senso biologico della vita, se un senso c'è, consiste nel mantenimento della vita stessa, e tale mantenimento viene ottenuto con un continuo ricambio, sostituzione, evoluzione, degli individui. L'individuo, ogni individuo, non è che un limitato segmento di una lunghissima trama che si muove e si evolve nello spazio e nel tempo. Va tutto bene finché non si raggiunge la consapevolezza, soprattutto quella del sé. È a questo punto che diviene inevitabile il conflitto tra il valore della sopravvivenza della specie e quello della sopravvivenza dell'individuo.

L'individuo infatti, col procedere dell'evoluzione, acquisisce una sua complessità, una sua storia, una sua sapienza, una sua affettività. Ogni individuo è, in definitiva, unico, al di là di ogni diversità genetica e fenotipica, proprio per la sua unicità esperienziale. E l'individuo umano, che nella sua storia e nelle sue esperienze identifica il sé, è pienamente consapevole del valore di questo sé. Valore immenso, che nella consapevolezza raggiunta di gran lunga travalica, nell'ottica individuale, quello della sua funzione di segmento nella trama della vita. È facile dedurre come la raggiunta consapevolezza della propria morte possa rappresentare un incubo, un nemico da sconfiggere, da cancellare con ogni mezzo. Qualcosa di ben diverso dal generalizzato istinto di sopravvivenza che ogni animale possiede. Questo è il bel regalo che ci hanno fatto la consapevolezza del sé sommata con la capacità di ragionare.

Non credo di dire niente di nuovo affermando che è stata proprio la paura della morte a stimolare la produzione di ogni tipo di fantasia che faccia sperare in una vita oltre la morte. Non ci vuole molto a supporlo, se si ragiona laicamente, e infatti in molti l'hanno supposto. Mi basta qui, a titolo indicativo, rimandare al bellissimo saggio di Robert Hinde Why Gods Persist, dove è possibile trovare un'ampia documentazione al proposito. È intuitivo, d'altro canto: è bello credere in un'altra vita, aiuta a vivere bene questa. Aiuta ad affrontare meglio la morte, nostra e dei nostri cari, perché non sarebbe più una morte vera.

Ciò che di originale può offrire l'etologia, oltre a puntuali domande, e conseguenti risposte, sui significati adattativi dello spazio mentale irrazionale è la possibilità di evidenziare, con le sue analisi comparative, i «preadattamenti» mentali e sociali che hanno determinato il consolidarsi della singolare capacità di credere facendo tacere la ragione.

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Pagina 32

III
La capacità di mentire

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Pagina 46

Perché, a proposito del mentire a se stessi, fra le capacità cognitive di animali dall'intelletto ben sviluppato, ho scelto di illustrare proprio l' insight e le mappe cognitive, due fenomeni connessi con la produzione di «teatrini mentali»? Devo confessare che è stata un'abitudine umana a spingermi in questa direzione: quella, espressa da millenni in molteplici varianti culturale, ma sempre legata alla paura per la propria morte,
[...]

 


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