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| << | < | > | >> |Indice
1. Il Grande Uomo di Niafounqué, lo sceicco
bianco e gli spiriti del Niger 11
2. Un tè con il dandy 33
3. Il Grande Mare di Sabbia e un paziente
non tanto inglese 45
4. Asceti, anacoreti, monaci, eremiti 79
5. Il monte di porfido riflette bagliori
rossastri 97
6. Alla ricerca dei mangiatori di tuberi
nel luogo che non c'è 115
7. Il 'Sahara Express" 129
8. Il piccolo principe tra i tuareg 145
9. Matera, le oasi, e il bagno nelle foggara 155
10. Lo Scatolone di Sabbia e gli italiani
brava gente 173
11. Vladimir non aveva mai visto un deserto 227
12. «Paura di morire? È di sposarmi che ho
sempre avuto paura» 237
13. Il più grande libro sul deserto che sia
mai stato scritto? Forse 253
14. La carica di Winston e le quattro piume 269
15. Il beduino che portava le scarpe di Lobb 281
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| << | < | > | >> |Pagina 79Come quasi tutti i monasteri copti, anche quello di Sant'Antonio del Deserto, in Egitto, ha l'aspetto di una cittadella sahariana fortificata, difesa da torri e da alte mura color ocra che da lontano non lasciano vedere nulla al loro interno, dando l'impressione di chiuso e di caserma. Il deserto è sempre stato un luogo portentoso per tutte le religioni, dove sono avvenute rivelazioni impensabili altrove, perché la smisuratezza dello spazio vuoto induceva ai pensieri più arditi e quello che fantasticavano alcuni, non conoscendo limiti, si gonfiava e si innalzava, prendendo forme smisurate, destinate a cambiare il mondo. Queste rivelazioni non erano per tutti e si presentavano dopo che gli eletti avevano dimostrato di poter superare prove tremende e di non cedere ai mostri generati dalla loro paura. Ma ai comuni monaci, che non erano aiutati dalla fantasia e nemmeno tormentati da angosce escatologiche, il deserto appariva per quello che era, fonte di pericoli reali e non immaginari: un territorio senza legge, né pietà, in mano ai predoni e ai briganti, molto più determinati e letali di tutti i mostriciattoli che potevano uscire dal subconscio e molto più concreti. E se una comunità voleva darsi un insediamento, prima pensava a costruire una linea difensiva e poi agli ambienti interni. E anche i poveri pastori circondavano con siepi di rami dell'acacia spinosa le loro miserande capanne perché gli scorridori del deserto non facevano prigionieri. Avevo letto una considerevole quantità di libri su questi monasteri. Sapevo che erano stati costruiti a partire dal quarto secolo, che il loro numero si era moltiplicato in modo straordinario per tutto l'Egitto, che san Gerolamo aveva detto: «Nel deserto sono sbocciati i fiori di Cristo» e molte altre cose ancora. Ma tra tante notizie storiche, dati anagrafici, biografie degli eremiti, non avevo trovato una risposta a una domanda che mi aveva incuriosito fin dall'inizio. Non era stato un formidabile paradosso, di solito ignorato dalle storie canoniche della Chiesa di Roma, che nel momento in cui il cristianesimo aveva trionfato, un numero crescente di fedeli si fosse rifugiato nel deserto a purificare la loro anima con la rinuncia e la solitudine? Fino a qualche decennio prima il modello del perfetto cristiano era stato un altro, di genere molto più eroico e combattivo, un soldato di Cristo mosso da un'incontenibile e assoluta fede che lo predestinava alla vittoria finale anche se finiva i suoi giorni nelle arene, o sulla croce. E adesso che Pan era morto, come aveva gridato tristemente quella voce quando una barca era passata davanti alla costa di un'isola greca, c'era chi aveva fatto della mortificazione del corpo e apparentemente anche dello spirito l'unica risposta possibile al messaggio evangelico. E la fama dei santi anacoreti e monaci era diventata così grande, che venivano in pellegrinaggio a cercarli dall'Italia, dalle Gallie e da più lontano ancora. Ma Cristo aveva insegnato un'etica fatta di ascesi e di null'altro? Ripensandoci bene, allora queste domande scivolavano via dalla mente con grande rapidità. Avevo scelto di dormire a Hurghada, un Lido di Ostia lungo trenta chilometri, in uno qualsiasi dei grandi alberghi della costa e la mattina mi svegliavo presto, andando a respirare la brezza impregnata della salsedine del Mar Rosso, che arrivava da un Sinai immerso in un orizzonte bluastro. Poi correvo o passeggiavo lungo la spiaggia deserta, con gli ombrelloni di paglia chiusi e la sabbia perfettamente passata al rastrello, ancora senza impronte, prima che arrivassero i bagnini tutti imbambolati a fumarsi una sigaretta con i piedi a mollo nell'acqua. Quando ero sicuro che i miei poveri neuroni avessero ricevuto sufficiente ossigeno per qualche ora, ritornavo nella mia stanza e quaranta minuti più tardi ero pronto per il deserto. Ricordo che lungo la strada il mare cambiava continuamente colore e si incontravano spiagge bianche e solitarie, luoghi incantati il cui splendore è rimasto per pochi attimi negli occhi e poi in quella memoria alla quale ci rivolgiamo nei momenti più difficili. Costruito dopo la morte del santo dai suoi discepoli in un luogo chiamato el Galala el Qiblya, il monastero è naturalmente cambiato nei secoli, ma non molto, alimentato dalla stessa sorgente che continua a dare cento metri cubi d'acqua al giorno. Se la vita di Antonio è stata descritta come una serie di fughe, qui si è conclusa l'ultima sulla terra e spero per lui che nel posto dove si trova ora la sua irrequietezza abbia trovato quello che cercava. Aveva iniziato la vita di anacoreta in un'antica necropoli abbandonata, sconfiggendo i demoni che lo perseguitavano ed era passato nel deserto del Medio Egitto già lontano dal Nilo, sistemandosi in un forte abbandonato tra le montagne, dove rimase per venti misteriosi anni, senza che nessuno riuscisse a vederlo. Questo nascondersi non fece che accrescere la sua fama: fu raggiunto dai discepoli impegnati a non mollarlo, diventò notissimo e ricercato anche come taumaturgo. All'età di cinquantotto anni, il carismatico uomo di Dio, che più fuggiva la celebrità più se la trascinava dietro, trovò la forza di fare un altro balzo. Seguendo quello che gli dettava una voce, si uni a una carovana di nomadi e in tre giorni raggiunse una sorgente del gebel el Galala, da dove non si muoverà più. I testi dicono che è stato il primo anacoreta della storia del cristianesimo, così come san Pacomio che si era ritirato nella Tebaide, un'altra area desertica vicino all'odierna Luxor, è considerato il primo monaco. Anacoreta è una parola che viene da anachóresis, che in greco sta a indicare una separazione: separazione dal mondo, dalle vanità, ma anche dagli affetti del secolo. Spinto da un desiderio profondo di pace, il cristiano autentico abbandona tutto e si spinge nel deserto per incontrare Dio e restare con lui in solitudine. Monaco viene da mónos, solitario e monastero è la casa del solitario, anche se sono in mille. E già il fatto che questi, come altri termini, áskesis, ascesi, koinóbion, vita in comune, siano stati creati e usati al di fuori del cristianesimo e in epoche precedenti a quella dei primi eremiti egiziani, ci fa capire che il fenomeno non è mai stato di esclusiva pertinenza della Chiesa di Cristo. Abbiamo sempre degli antenati e credere che il monachesimo sia nato in Egitto e di qui si sia propagato in tutto il mondo è solo una forzatura storica. Presso i pitagorici, i cinici, gli stoici, i neoplatonici e in genere presso quelle che vengono chiamate culture pagane la ricerca dell'isolamento per incontrare deità superne in luoghi desolati è stata una pratica comune. L'India non ha conosciuto l'ascesi monacale dai tempi di cui non si ha più memoria? E gli esseni, una comunità tante volte paragonata alla comunità cristiana, non vivevano in edifici che per struttura e organizzazione assomigliano molto alle abbazie medievali, come sappiamo dai famosi rotoli di papiro trovati nelle vicinanze del Mar Morto? Gli stessi monaci cristiani avevano dei modelli ai quali si ispiravano. «I romani hanno Camillo, Regolo, gli Scipioni, i filosofi hanno Socrate, Platone e Aristotele. Noi abbiamo Elia, i figli di Rechab, che non bevevano birra o vino e abitavano sotto le tende...», ha scritto Gerolamo. L'unico elemento nuovo è stato forse un maggior distacco dalle cose terrene, una fuga mundi in senso anche materiale e non solo spirituale, come veniva predicando la Chiesa. | << | < | > | >> |Pagina 173Un'asciutta mattina di novembre, appesantito da troppi bagagli, due grandi valigie e una borsa riempite di libri, sono partito per Tripoli, nemmeno due ore di aereo da Roma. E se avessi potuto, mi sarei portato dietro ancora altri libri, perché sono affetto dalla sindrome dell'archivio: ho bisogno, in ogni momento, di leggere subito, sul posto, tutto quello che è stato scritto di un qualsiasi argomento che mi occupa la mente. Soprattutto le note. Una forma malsana di conoscenza che fa di me non un vero viaggiatore, ma un bibliotecario in trasferta. Ero già stato in Libia due o tre volte, l'ultima nel 1985, quindici anni prima. E proprio all'aeroporto di Tripoli avevo vissuto uno dei più curiosi e veramente imprevedibili momenti che mi siano capitati nel mio lavoro di giornalista. C'è però bisogno di una premessa che non piacerà a tutti, perché va a ledere uno dei pochi miti rimasti quasi intoccati in Italia: quello degli italiani "brava gente". Più di altri popoli, noi siamo pronti all'autodenigrazione, al vilipendio del nostro modo di essere cittadini, democratici, contribuenti, soldati, organizzatori e lasciamo perdere i poeti e i navigatori. Infatti basta attaccare in coda a questi termini la precisazione "all'italiana" e immediatamente tutto quello che dovrebbero avere di buono viene annullato e volge al peggio. "All'italiana" è quasi sempre un marchio negativo, oggetto dei nostri commenti sarcastici, con qualche eccezione: il calcio, il cibo, i vestiti e una volta il cinema. Non bisogna fidarsi di questa tendenza all'autodenigrazione, che ha aspetti schizofrenici. Perché quegli stessi italiani pronti a stracciarsi le vesti, poi non cambierebbero mai paese dove vivere. E perché mai? Inoltre in Italia, non so quando e non so come, forse con il cinema neorealista dopo la seconda guerra mondiale - prima il regime non lo avrebbe permesso, il duce ci voleva tutti cattivi - è nato un mito come forma di compensazione alla insufficienza di qualità civili. Noi avremmo in abbondanza, in tutti gli strati sociali, una qualità rara e nobile, spiritualmente superiore che qualcuno, Dio, la provvidenza, il caso, ci avrebbe insufflato nell'anima come risarcimento dei vistosi difetti: la bontà, o se la parola vi sembra troppo inzuccherata, l'umanità. Gli italiani sono assolutamente convinti di essere "brava gente".
Questa convinzione include anche la nostra storia
coloniale. Noi saremmo stati colonizzatori diversi, molto
più portati a fraternizzare con i locali di altri popoli
europei (soprattutto con le donne), più alla mano e
assolutamente incapaci di azioni indegne. Infatti, quando
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