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| << | < | > | >> |Indice
Pag.
7 Prefazione
11 1 - Ciberspazio,
uno spazio democratico?
14 Teleputer
19 La comunità virtuale
22 Democrazia diretta o indiretta
27 La rete senza centro
31 La ragnatela e il labirinto
34 Democrazia diretta e autonomia
42 Repubblica elettronica
48 Populismo e populismo informatico
52 Identità e molteplicità di ruoli
58 Persona e identità on line
63 Un gioco?
64 Democrazia e frammentazione del Sé
67 Plasticità individuale e
turbolenza sistemica
75 L'uso on line del linguaggio
81 Altre modalità di comunicazione
on line
85 Sapere individuale e sapere sociale
88 Sull'opulenza informativa
91 Conclusione
93 2. Telematica e nuovi scenari urbani
95 Scomparsa delle città e
dei grandi centri?
97 La città come configurazione
comunicativa
100 Infrastrutture materiali e immateriali
103 Un "grande sistema tecnologico"
105 Telematica e lavoro
110 Vantaggi e svantaggi
112 Le categorie del telelavoro
116 Telematica e popolazioni metropolitane
119 Occupazione e mobilità spaziale
122 Metropoli tra esclusione e inclusione
127 Teledidattica come telelavoro
129 Problemi dell'interattività a distanza
133 Libro elettronico vs libro cartaceo
136 3. Corpo umano e conoscenza digitale
139 Consapevolezza del corpo
141 Artefatti e corpo protesico
143 Naturale-artificiale
147 Dall'opacità alla trasparenza
del corpo
150 Oltre l'occhio nudo
154 Medical imaging e il rapporto
reale-virtuale
157 Spazio reale e spazio virtuale
159 Percezione e locomozione
164 Virtualità e modellazione scientifica
167 Corpo e visione: il caso del colore
171 Colore e doppio binario
176 Colori e visione artificiale
179 Bibliografia
207 Indice dei nomi
| << | < | > | >> |Pagina 7PrefazioneQuesto non è un libro contro le nuove tecnologie informatiche, e neppure contro la prospettiva di una società altamente informatizzata. Il fatto che io prenda le distanze, senza mezzi termini, dall'ottuso conformismo e dall'euforico trionfalismo oggi dilagante nei confronti di quelle tecnologie, e del loro eventuale impatto sulla società, non deve trarre in inganno: nulla mi è più estraneo che un atteggiamento di pregiudiziale diffidenza sul ruolo della tecnologia. Mi auguro che la mia ormai lunga traiettoria di studioso (e di educatore) nel campo della progettazione di oggetti tecnici mi ponga al riparo dal sospetto che la mia posizione abbia qualcosa da spartire con una sorta di tecnoscetticismo camuffato. Detto questo, io sono profondamente convinto che le tecnologie, se si vuole tutelare la loro carica innovativa, devono restare sempre aperte al dibattito delle idee. Disposte a esaminare (e riesaminare) non solo i loro presupposti fondativi, ma anche, e forse in primo luogo, i loro rapporti con le dinamiche della società. Ma tutto ciò, si sa, cozza apertamente con gli interessi di coloro che non vogliono turbare la quiete del giardino informatico. Chi non è a favore, sentenziano i ciberpoliziotti del pensiero, deve tacere. | << | < | > | >> |Pagina 11l. Ciberspazio, uno spazio democratico?Vi è oggi una speranza, assai cliffusa in alcuni settori della nostra società, che le teletecnologie interattive e multimediali possano contribuire a un drastico spiazzamento del nostro presente modo d'intendere (e praticare) la democrazia. Si confida che queste tecnologie siano in grado, in sé e per sé, di aprire la strada a una versione diretta, ossia partecipativa di democrazia. In questo modo, si argomenta, sarà possibile superare le debolezze, le incoerenze e le finzioni, tante volte denunciate, dell'attuale impianto parlamentare e rappresentativo della democrazia. Ancora una volta, dunque, alla tecnologia viene assegnato un ruolo taumaturgico nel risolvere questioni di fondo della nostra società. E' un fatto che merita attenta considerazione, non soltanto per le implicazioni di carattere teorico che suscita, ma anche per gli interessi concreti che mobilita. | << | < | > | >> |Pagina 17[...] Se prendiamo, per esempio la comunicazione via Internet è chiaro che l'utente è libero di decidere con quali persone o cose vuole mettersi in contatto. E ciò per il semplice motivo che, come dicono i promotori del servizio in rete, everyone and everything is on the net.Bisogna tuttavia intendersi su questa conclamata possibilità di assoluto libero accesso alla rete. Si tratta di un punto cruciale, nell'odierno dibattito sul rapporto informazione-democrazia. Perché una cosa è la possibilità di un libero accesso all'informazione, tutt'altra la probabilità che i cittadini possano farne uso. La possibilità di stabilire contatto con everyone ed everything può essere tecnicamente (e legalmente) garantita, ma non significa che ciò effettivamente accada. E questo per due ragioni. In primo luogo, perché un universo di accesso omogeneamente disponibile solleva, per forza di cose, il problema dei vincoli soggettivi di accesso, vale a dire dei vincoli che gli attori stessi si pongono in consonanza con i propri valori, credenze e preferenze, senza escludere i pregiudizi che da questi derivano. Non si cerca senza sapere ciò che si vuole trovare e dove trovarlo. Il che, nei fatti, implica una scelta di detertninati obiettivi e itinerari e una conseguente rinuncia ad altri. In secondo luogo, vi è il problema delle limitazioni esterne della nostra libertà. Malgrado ci venga assicurata quella che Isaiah Berlin chiama la "libertà negativa", ossia, nel nostro caso specifico, l'"assenza d'interferenza" nell'uso della rete, l'effettiva probabilità di godere di tale libertà è minima. | << | < | > | >> |Pagina 20Ecco perché le comunità virtuali si configurano come punti di ritrovo (o di rifugio?) in cui si coltivano soprattutto le "affinità elettive".Personalmente, nutro forti dubbi che da un tipo di comunicazione come questa si possa ricavare un sostanziale arricchimento della vita democratica. Le comunità virtuali, in quanto associazioni che derivano da una libera e spontanea confluenza di soggetti con unanimi vedute, sono comunità con scarsa dinamica interna. Per il loro alto grado di omogeneità, tendono a essere decisamente autoreferenziali. E non di rado si comportano come vere sette, in cui l'esacerbazione del senso di appartenenza conduce, nei fatti, a escludere qualsiasi differenza di opinione tra i suoi membri. E' il fenomeno intravisto da A. de Tocqueville nella sua penetrante analisi della vita democratica negli Stati Uniti: "Gli americani," scrive, "si dividono con grande cura in piccole associazioni molto distinte per gustare a parte le gioie della vita privata. Ognuno di essi vede con piacere che i suoi concittadini gli sono uguali... io credo che i cittadini delle nuove società, invece di vivere in comune, finiranno per formare piccoli gruppi". | << | < | > | >> |Pagina 47Abbiamo già tentato prima di stabilire quali siano le somiglianze e le differenze tra il sistema comunicativo vigente generato dal televisore e quello, in procinto di |
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