Copertina
Autore Luigi Malerba
Titolo Il pataffio
EdizioneBompiani, Milano, 1978
LettoreRenato di Stefano, 1978
Classe narrativa italiana
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"Pataffio" è una parola che viene da zone lontane e oscure della lingua italiana, una parola lasciata cadere dai vocabolari e ripescata da Malerba come titolo e marchio per il suo nuovo libro. Questo testo a forma di romanzo comico, o saga medievale, o "farsaccia" di impianto popolare, è intonato al disordine, alle infamie e alle violenze d'oggi che (pian piano se ne convincono in molti) mostrano clamorose simmetrie con i periodi più neri del Medioevo: in questo senso il testo è disordinato, infame e violento. L'italiano imbalsamato del marconte di Cagalanza, il latino maccheronico di frate Capuccio, il dialetto laziale del villano Migone sono i linguaggi del potere e delle sue vittime e la loro mostruosa miscela è, sulla pagina, una nuova trasgressione ai tabù che da secoli, senza interruzione, dominano il corpo sociale della nostra penisola. Ne "Il pataffio" converge la tradizione licenziosa dell'antica novellistica italiana che il corso degli eventi letterari ha accantonato da secoli in favore di una narrativa modellata sui temi e sui modi del petrarchismo.

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Pagina 14

Berlocchio mette fuori la testa:

"Che se alzino le tende e i tendaggi per lanotte come se puole per lo meglio o lo peggio. Chese arrangi ciascheduno per se stesso medesimo."

Berlocchio decide che dormirà dentro la carrozza.

Dice la moglie Bernarda:

"Me piacerebbe assai un letto con materacchio de lana pecorina."

"Un letto non ce sta. Se pensava de arivare al castello de Tripalle avanti notte."

"Allora dormimo qua dentro inguattati?"

"è la necessitate che ce costringe con le sue avversità."

"Me piacerebbe assai un letto, anco senza materacchio de lana."

"Non ce sta letto de niuna specie."

Bernarda sospira:

"Te posso rammemorare che questa verginitate me pesa assaissimo?"

"Rammemora pure quel che te aggrada."

"Non me soddisfa rammemorarti alcunchè. Piùtosto me sodisfarebbe assai una incalcata, con o senza materacchio."

"Sai bene che entro la carrozza non se puole cavalcare."

"Se potrebbe, con qualche ingegneria e buona volontà."

"Non se puole."

"Te dico che me contento de un arrangiamento come che sia."

"La giornata de viaggio e de battaglia me ha sfiancato. Se rimandarà la cavalcata a dopo l'arivo nel castello de Tripalle nostro feudo. I sponsali se consumaranno ne la sede apropriata."

"Addomandavo soltanto se non se potrebbe fare una picciola cavalcata d'assaggio qui entro stesso nella carrozza."

"Tu pretendi cose strambe e difficili assai. Me vuoi mettere in difficoltà."

"Ma che dichi?"

"Dico che me vorresti umiliare con le tue pretenzioni."

"Sei tu più tosto che me vorrebbe uccellare con le tue neghittosità."

"Io non intendo uccellare niuno e tanto meno la mia sposa novella al cominciamento de li sponsali."

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Pagina 110

Passo passo arrivano i tre al castello e qui le guardie stirano gli occhi pensando che la somara finirà arrosto su un bel fuoco nel mezzo del cortile o a pezzi dentro una pentola o macinata e insaccata in forma di salami e salsicce. Frate Capuccio vede l'arrivo dalla finestra e scende di corsa le scale. Va incontro a Berlocchio già masticando forte coi denti come gli detta la fantasia di fame.

"Finalmente manducare potremus. Carne asinina squisitissima est!"

Berlocchio invece di rispondere fa un verso che somiglia assai a un raglio di asino e lui medesimo rimane con le orecchie stranite al suono che gli è uscito dalla bocca.

Dice il frato:

"Quod debeo pensare? Rumore sicut raglio asinino udire me parebit."

Risponde Berlocchio con animo risentito:

"Certe bestie sono meglio assai de certi cristiani e in particulare de certe femmine, cristiane de nomine e non de sustanzia."

"In facto de manducare, dubium non est: cristiano aut cristiana manducare non potest."

"Non parlo de magnare."

"De quod, allora?"

"De alcunchè personale, al risguardo."

Frato Capuccio non capisce niente di questo parlare di Berlocchio e vorrebbe sapere qualcosa di altro intorno all'animale tenuto alla canapa da Ulfredo.

"Asina aut asino est?"

"Asina."

"Et manducare non potest, si habeo ben capito."

"Non potest."

"Et quod altro fare potest de asina qua presente?"

Risponde Berlocchio con voce sicura:

"Matrimonium celebrare."

"Matrimonium infra chi? Ubi sunt contraentes?"

"Io e Bianchetta."

"Bianchetta cognoscere non cognosco."

"Bianchetta è la somara che vedere potete davanti a li occhi vostri."

"Matrimonium infra chi sarebbet?"

Berlocchio sbuffa e trapesta con i piedi.

"Infra il vostro marconte qui presente Berlocchio de Cagalanza e la qua presente Bianchetta. Se celebrerà de buona ora ne la chiesa parocchiale da voi medesimo frato Capuccio per mio ordine e voluntate."

Frato Capuccio si asciuga il sudore che sgronda dalla fronte come pioggia quando piove. Poi si stura ambedue le orecchie con i diti mignoli.

"Mihi resultat che vossignoria coniugatus est con madama Bernarda de Montecacchione. Matrimonium già celebratum et consumatum impedimentum est."

"Consumatum mica tanto."

"Ecclesia facit opposizione. Bigamia peccatum est."

"Frato Capuccio, sapete bene che non se tratta de bigamia in questo caso particulare. Bernarda non esclude la somara e viceversa."

"Inaudita cosa auricolas meas ascultant!"

"Non me piace discutere vobiscum, frato Capuccio! Che se

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