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| << | < | > | >> |Pagina 19Se a queste notizie sulle vicende del defunto Adrian Leverkühn alla prima e certo molto-provvisoria biografia dell'uomo diletto, cosí terribilmente provato, inalzato e abbattuto dal destino, alla vita del geniale musicista premetto alcune parole su me stesso e sulle mie condizioni, dichiaro in modo assoluto che non lo faccio per il desiderio di mettere avanti la mia persona. M'induce a questo passo unicamente la supposizione che il lettore - dirò meglio, il futuro lettore, poiché per il momento non sussiste ancora la minima probabilità che questo scritto veda la luce, - a meno che, per un miracolo, esso possa lasciare la nostra fortezza europea minacciata da tutte le parti e recare a quelli di fuori un vago sentore dei segreti della nostra solitudine; - mi sia permesso di ricominciare: solo perché prevedo che si sentirà il desiderio di sapere almeno approssimativamente qualche cosa sul conto dello scrivente, solo per questo premetto alle mie rivelazioni alcune poche notizie su me stesso: non senza la tema, beninteso, di spingere proprio cosí il lettore a chiedersi se è in buone mani, vale a dire se io, in vista di tutta la mia esistenza, sia veramente uomo da assumermi un compito al quale mi spinge forse piú il cuore che qualsiasi altra affìnità giustificatrice.Rileggo le righe precedenti e non posso fare a meno di notarvi una certa inquietudine, una certa pesantezza di respiro fin troppo significativa di quello stato d'animo in cui oggi, il 27 maggio 1943, due anni dopo la morte di Leverkühn, vale a dire due anni dopo che da una notte già fonda egli è entrato nella profondissima, io, qui a Freising sull'Isar, nel mio vecchio studiolo, mi accingo a iniziare la biografia dell'infelice amico che - oh possa essere cosí! - riposa in Dio; significativa, dico, di uno stato d'animo nel quale un palpitante e affannoso bisogno di comunicazione si mescola nel modo piú assillante con un grande timore di scrivere cose sconvenienti. Io sono un uomo perfettamente moderato e, posso ben dire, sano, di tempra umana, tendente all'armonia e al raziocinio; un erudito, un conjuratus dell'«Esercito latino», non senza contatti con le Belle Arti (suono la viola d'amore); ma sono un figlio delle Muse nel senso accademico della parola e amo considerarmi discendente degli umanisti tedeschi vissuti al tempo delle «Lettere degli oscurantisti», di un Reuchlin, di un Crotus von Dornheim, di un Mutianus e di un Eoban Hesse. Per quanto non osi negare l'influsso dei dèmoni sulla vita umana, li ho sempre sentiti alieni alla mia natura, li ho esclusi istintivamente dalla mia figurazione del mondo e non ho mai avuto la minima voglia d'impacciarmi temerario con le potenze infere o di evocarle addirittura per spavalderia; né, sentendole avvicinarsi spontaneamente tentatrici, ho mai porto loro nemmeno il mignolo. Per questi miei sentimenti ho affrontato sacrifici, sacrifici ideali e di materiale benessere, abbandonando senza esitare e prima del tempo la mia cara professione di insegnante quando m'accorsi che non la potevo conciliare con lo spirito e con le esigenze delle nostre evoluzioni storiche. In questo punto sono contento di me. Ma la risolutezza o, se vogliamo, angustia della mia personalità morale non può che approfondire in me il dubbio di essere l'uomo adatto ad assolvere il compito che sto per svolgere. Avevo appena incominciato poc'anzi a scrivere, allorché mi uscí dalla penna una parola che, tra me e me, mi mise in un certo imbarazzo: la parola «geniale» adoperata parlando della musicalità dell'amico defunto. Ora, la parola «genio» ha certamente un suono, un carattere, nobile, armonico e umanamente sano, seppur trascendente l'ordinario, e uomini come me, cosí lontani dalla pretesa di partecipare con la propria natura a queste zone elevate e di essere stati mai beneficati con influssi divini ex alto, non dovrebbero avere alcun motivo plausibile per ritrarsene spauriti, alcun motivo per non parlarne e trattarne con gioia devota e con reverente confidenza. Cosí pare. Eppure non si può negare e non si è mai negato che i dèmoni e l'irrazionale abbiano una parte sconcertante in questa zona radiosa, che tra essa e il regno infero esista sempre un collegamento capace di suscitare un leggero brivido e che appunto perciò mal le si adattano gli epiteti rassicuranti che ho tentato di attribuirle, gli epiteti di «nobile», «umanamente sano» e «armonico», anche quando - stabilisco la differenza con decisione quasi dolorosa - anche quando si tratti di una genialità pura e genuina, elargita o magari inflitta da Dio, e non di una genialità acquisita e rovinosa, del divampare peccaminoso e morboso di doti naturali, dell'esercizio di un orrendo patto di compravendita... Qui m'interrompo, umiliato di aver commesso un errore e di non aver saputo applicare il freno dell'arte. Adrian non avrebbe, credo, fatto comparire cosí prematuramente questo tema, poniamo in una sinfonia - lo avrebbe, se mai, annunciato alla lontana, larvatamente e non in modo cosí tangibile. D'altro canto può darsi che ciò che mi è sfuggito tocchi anche il lettore soltanto come un accenno oscuro e misterioso, e a me solo sembri indiscrezione e irruzione goffa e precipitata. Per un uomo come me è molto difficile e sembra quasi frivolo adottare il criterio dell'artista compositore di fronte a un argomento che, come questo, gli è caro al pari della vita e gli brucia la lingua, e disporre di questo criterio con la riflessiva facilità dell'artista. Cosí si spiega la mia precipitata dissertazione sulla differenza fra genio puro e impuro, differenza che riconosco soltanto per chiedermi immediatamente se sussista a buon diritto. Invero l'esperienza mi ha costretto a riflettere su questo problema cosí intensamente, cosí faticosamente da farmi credere talvolta con terrore di essermi spinto oltre quel piano di pensiero che mi fu veramente assegnato e che a me si conviene, e di subire io stesso un «impuro» potenziamento delle mie doti naturali... M'interrompo di nuovo ricordando che sono venuto a parlare del genio e della sua natura in ogni caso influenzata da dèmoni solo per illustrate un dubbio, che mi si era affacciato: se avessi l'affinità necessaria al mio compito. Valgano ora a combattere gli scrupoli della mia coscienza tutti gli argomenti che posso addurre in sua difesa. Mi fu concesso di passare molti anni della vita in dimestichezza con un uomo geniale, il protagonista di questi fogli, di conoscerlo fin dall'infanzia, di essere testimone della sua formazione e del suo destino e di avere modestamente contribuito alla sua attività. Mia fu l'elaborazione a libretto d'opera della commedia shakespeariana Pene d'amore perdute, la capricciosa opera giovanile di Leverkühn, e io ho potuto influire anche sulla preparazione del testo per la grottesca suite operistica Gesta Romanorum come pure per l'oratorio Apocalisse di San Giovanni teologo. Questo è uno degli argomenti, o qui ci sono già tutti. Oltre a ciò sono in possesso di documenti, di inestimabili annotazioni che il defunto ha lasciato per testamento a me e a nessun altro, in condizioni di buona salute o, diciamo pure, di salute relativa e legale, documenti sui quali si baserà la mia esposizione, e dei quali, anzi, dopo una debita scelta, conto di citare direttamente alcuni passi. Ma in ultimo e in primo luogo - e questa giustificazione fu pur sempre la piú valida, se non davanti agli uomini, certamente davanti a Dio: io l'ho amato - con terrore e tenerezza, con pietà e devota ammirazione - e non ho mai chiesto se egli abbia in minima parte ricambiato il mio sentimento.
No, non l'ha ricambiato. Nel lasciarmi in eredità le
composizioni abbozzate e le pagine di diario manifestò una
fiducia, cordialmente oggettiva e, direi quasi, degnevole e
certamente per me lusinghiera, nella mia scrupolosità, nel
mio affetto e nella mia correttezza. Ma amarmi? Chi
avrebbe mai amato, questo uomo? Una volta una donna -
forse. Un bambino alla fine - può darsi. Un giovane,
leggero e capace di conquistarsi la simpatia di tutti, un
uomo di tutte le ore che egli poi, probabilmente appunto
perché gli era affezionato, mandò via - e precisamente alla
morte. A chi ha mai aperto il suo cuore?
Chi ha mai accolto nella sua vita? Non erano cose fatte per
lui. Egli accettava la devozione altrui - spesso, giurerei,
senza neanche notarla. La sua indifferenza era tale che
raramente s'accorgeva di ciò che accadeva intorno a lui,
della società nella quale si trovava, e siccome molto di
rado chiamava per nome la persona con la quale stava
discorrendo, mi vien fatto di supporre che il nome non lo
sapesse nemmeno, mentre l'altro aveva certo ogni diritto di
presumere il contrario. Vorrei paragonare la sua solitudine
a un abisso nel quale sprofondavano, in silenzio e senza
lasciar traccia, i sentimenti che gli altri nutrivano per
lui. Intorno a lui era il
gelo
- e con quali sentimenti uso questa parola che anche lui un
giorno scrisse in una mostruosa occasione! La vita e
l'esperienza possono conferire a singoli vocaboli un
accento che li strania dal loro significato quotidiano e li
cinge di un nimbo terrificante che nessuno può comprendere
se non li ha conosciuti nel loro piú spaventevole
significato.
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