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| << | < | > | >> |Indice
Presentazione di Maria Montagna 7
Introduzione 11
I. L'arsenico: principe dei veleni, veleno dei principi 19
II. La morte dell'imperatore Arrigo VII di Lussemburgo
(1313) 37
III. La morte contemporanea di Francesco I de' Medici e
della sua sposa Bianca Cappello (1587) 49
IV. L'«acqua» di Giulia Tofana (1640) 67
V. La morte di «Madame» (1670) 83
VI. La marchesa di Brinvilliers e la «poudre a succession»
(1676) 95
VII. La «Chambre Ardente» ovvero il processo dei veleni
(1679) 113
VIII.Giovanna Bonanno, «La vecchia di l'acitu» (1788) 127
IX. Napoleone: morte naturale o veneficio? (1821) 143
X. L'«affaire Lafarge» (1840) 157
XI. Madame Eufemia Lacoste (1844) 169
XII. Hélène Jégado: ventisei avvelenamenti e otto tentativi
(1851) 189
XIII.Girolamo Lo Verso: un Borgia da strapazzo? (1945) 205
XIV. Il processo Massai: la parola all' arsenico (1950) 231
XV. Il caso Nigrisoli (1964) 257
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| << | < | > | >> |Pagina 11«L'avidità dell' oro, la giurata vendetta, la segreta rivalità, e molte altre consimili perverse passioni, sono le cause per se stesse potentissime, che indur possono talvolta l'uomo scellerato, e di malafede a premeditare, e quindi a dare effetto al distruggimento della vita altrui, mediante il mezzo di sostanze armate di somma potenza, colla speranza poi che occulto ed impunito resti mai sempre il di lui compiuto misfatto». Così scriveva del veneficio Pandolfini-Barbieri nel 1833. In realtà l'impiego del veleno per uccidere un proprio simile è uno dei crimini più odiosi e condannato da sempre in tutte le civiltà e in tutte le epoche con il massimo della pena. Una legge romana, risalente all'imperatore Antonino Pio, lo dice in termini precisi: «Plus est hominem extinguere veneno, quam occidere gladio» (È più grave uccidere un uomo con il veleno che con la spada). Il termine veleno si presta a varie dissertazioni; presso i Romani si faceva una distinzione tra venenum bonum, quello che serviva a curare e venenum malum quello che era letifero. La dualità semantica del vocabolo anglosassone «gift» che nella lingua tedesca designa il «veleno» e nella lingua inglese il «dono» è stata discussa ampiamente da etimologisti e sociologi. In altre lingue vi è questa medesima polisemia come ad esempio nel greco antico «dosis» che indica l'atto del donare ma anche la «dose» di una sostanza mortale. Sempre a proposito del doppio ed opposto significato ce ne viene dato un esempio da un episodio della conquista romana dell'Africa, quando il re Massinissa offre il veleno alla sua sposa Sofonisba, offerta che costituisce l'estrema risorsa per evitarle la prigionia nelle mani dei Romani. Sofonisba accetta di buon grado il «dono» della coppa con il «veleno» che le permetterà, pur con la morte, di salvaguardare la propria libertà. Di fronte al destino, il dono che assicura la possibilità di mettere fine alla propria esistenza è uno degli ossimori più eloquenti che esistano. È noto come presso gli antichi Greci veniva impiegato il veleno nelle condanne a morte: a Socrate fu data da bere una pozione di cicuta, potente veleno, per la sua esecuzione capitale. Anche nei tempi attuali, nei moderni Stati Uniti d'America, molte condanne a morte vengono eseguite tramite iniezione letale di una sostanza farmacologicamente attiva che per quantità volutamente eccessiva agisce come veleno. | << | < | > | >> |Pagina 67L'«acqua Toffana», «acqua di Napoli», «acquetta», il «poison à la mode» era, secondo Garelli, medico di Carlo VI d'Austria, una soluzione di anidride arseniosa in acqua distillata aromatica, addizionata con alcoolato di cantaridi. Ma chi era questa Toffana o meglio Tofana? Giulia Tofana era una cortigiana, peraltro anche fattucchiera, che visse nella Palermo dei primi del '600. Con ogni probabilità Giulia era imparentata, se non ne era addirittura la figlia, con tale Thofania d'Adamo, giustiziata a Palermo il 12 luglio 1633 per aver fatto morire «cum veneno propinato» suo marito Francesco ed altre persone. In realtà in quell'anno, durante il viceregno di Afan de Rivera, duca di Alcalà, che governò la Sicilia dal 1632 al 1634, erano stati scoperti ed assicurati alla giustizia altri due avvelenatori. La prima, una donna, a nome Francesca la Sarda o Rapisardi, venne giustiziata in quanto «fabbricatrice d'un veleno diabolico in acqua, della quale dandone una stilla in qualsivoglia cosa, faceva perdere il calore naturale, e fra tre giorni al più ne morivano le persone che la bevevano, così in Palermo come nel regno». Con sentenza della Regia Corte Capitanale la donna fu condannata ad essere decapitata il 17 febbraio del 1633. Poco tempo dopo, il 21 giugno dello stesso anno, per sentenza della Gran Corte Criminale, venne giustiziato Placido di Marco, anche lui accusato di «aver composto acqua velenosa per ammazzare diverse persone». Il di Marco venne «garrottato» secondo il costume spagnolo sulla pubblica piazza ed il cadavere squartato sottoponendolo alla trazione di quattro galere. Questa spettacolare modalità di esecuzione fu messa in atto dalle autorità probabilmente per incutere terrore in chi avesse avuto in mente di imitare l'attività di questo avvelenatore. Il di Marco, prima di essere giustiziato, fu naturalmente sottoposto a tortura e confessò che Thofania d'Adamo era la mente diabolica che provvedeva alla fabbricazione dell'acqua velenosa, mentra la Rapisardi, detta la Sarda, era semplicemente colei che dispensava il veleno. Se la Tofana era davvero imparentata con la d'Adamo non vi è dubbio che da lei aveva appreso i primi rudimenti dell'«arte». Di Giulia Tofana si racconta che fosse una donna estremamente attraente, dotata di particolare intelligenza e molto portata per gli affari. Di più non è dato sapere perché tutto è limitato agli scarni riferimenti giudiziari del tempo. Ci piace però ricordare questa donna con quanto ha scritto Adriana Assini in un romanzo che liberamente ricostruisce la storia dell'inventrice dell'«acqua Tofana»: Venere plebea scolpita in marmo pario, la giovane Tofana non si curò da quel momento in poi che della sua pagana bellezza ammantata di civetteria. [...] Si rimirò nella specchiera grande e chiese all'amica se la trovasse bella. [...] Giulia indugiò ancora qualche istante di fronte alla sua immagine riflessa per aggiustarsi la veste di taffettà aperta sul davanti, dalla quale si intravedeva una sottana ben rigonfia, che le metteva in evidenza i fianchi pieni e larghi. Imbrigliò i lunghi capelli sbionditi in una rete argentata e ravvivò le soppraciglia scure con l'inchiostro di china. Poi mise un vezzo di corallo attorno al collo. La conoscenza e la frequentazione d'un farmacista le dettero la possibilità di disporre di alcuni dei più famosi veleni usati a quei tempi. La Tofana, empiricamente, aveva scoperto che, facendo bollire in acqua in una pentola sigillata, una miscela di anidride arseniosa, limatura di piombo e antimonio, era possibile ottenere una soluzione limpida e trasparente, priva di particolari odori e sapori. Evidentemente con questa tecnica l'anidride arseniosa, creando in acqua un ambiente acido, favoriva parzialmente la dissoluzione sia del piombo che, trattandosi di limatura, si trovava sotto forma di ossido in superficie, sia dell'antimonio. Dopo filtrazione quindi si otteneva una soluzione priva di particolari odori o sapori, contenente un sale di arsenico, sostanza dotata di altissima tossicità come è già stato riferito nel capitolo dedicato a questo veleno, insieme a sali di piombo e di antimonio anch'essi altamente tossici. Era stato quindi scoperto il veleno ideale che poteva essere facilmente aggiunto alle bevande o ai cibi senza che nessuno potesse accorgersene. | << | < | > | >> |Pagina 113[...] I fatti che emersero dalle indagini furono di una gravità inaudita, come si appurerà poi durante il processo, e il re Luigi XIV istituì appositamente una commissione inquirente detta «La Chambre ardente», che si istallò il 10 aprile 1679 nel palazzo dell'Arsenale, ed a presiedere questa commissione fu nominato proprio La Reynie, con funzioni di procuratore generale e relatore. La «Chambre ardente» era così chiamata, secondo alcuni, perché l'aula dove si svolgevano le inchieste e gli interrogatori, e che era tutta tappezzata di tende nere, era illuminata giorno e notte da grandi torce ardenti; secondo altri il nome derivava invece dal fatto che gli accusati, se riconosciuti colpevoli, erano destinati a finire sul rogo. Questa istituzione, chiamata anche «Chambre des poisons», lavorò fino al 21 luglio 1682, a parte una sospensione, come si vedrà più avanti, dal 1° ottobre 1680 al 19 maggio 1681, interrogando 442 accusati, di questi ben 367 furono arrestati, in 218 casi fu confermato l'arresto con varie pene detentive, 37 soggetti furono condannati a morte e la condanna fu eseguita dopo che i rei ebbero subito la tortura ordinaria e straordinaria; 2 dei condannati morirono in carcere di morte naturale, 5 furono condannati al remo nelle galere reali, 23 furono banditi dalla Francia, ma alcuni dei principali colpevoli riuscirono a sfuggire al castigo, grazie all'intervento di protezioni altolocate o con la complicità di grossi nomi dell'aristocazia contro i quali non si ebbe il coraggio di procedere. Alcuni accusati si suicidarono in prigione, come la Dodée, una fattucchiera di 35 anni ancora piacente, che era stata arrestata insieme alla Trianon e che si impiccò nella torre di Vincennes. Dalle inchieste condotte emerse che in quel tempo a Parigi si erano sviluppate due associazioni: una, con indirizzo prevalentemente satanico, con tanto di streghe, stregoni e fattucchiere che eseguivano esorcismi, malefici e messe nere, l'altra, ad indirizzo alchemico, con maghi che lavoravano tra storte ed alambicchi alla ricerca, tra l'altro, della famosa pietra filosofale che si riteneva potesse trasformare in oro i metalli vili. Tra i due gruppi intercorrevano frequenti rapporti, dato che erano soliti scambiarsi i risultati delle loro «sperimentazioni» nelle quali i veleni svolgevano un ruolo non indifferente. Era l'arsenico, tra gli altri, il principale veleno usato: a parte la famosa «camicia all'italiana», cioè imbevuta di arsenico, che portava ad intossicare chiunque l'indossasse venendo il veleno assorbito per via dermica quando soprattutto il malcapitato sudava, l'arsenico veniva messo nei clisteri, nell'acqua per i gargarismi, nel vino, nel brodo, nelle tisane; si mescolava ai cibi, si introduceva nelle pastiglie per la tosse, nei dolci e nei cioccolatini.
Un altro sistema, in effetti assai complicato, per
ottenere un veleno estremamente efficace, secondo quanto detto da un certo
François Belot giustiziato nel 1679, era quello di avvelenare un rospo come già
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