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| << | < | > | >> |Pagina 5Arrivarono come una sfilata di carri da fiera, e sotto il sole del mattino salirono su per la collina fra i campi di ginestre, con il camioncino che traballava e beccheggiava lungo i solchi del sentiero mentre i musicisti, seduti sulle loro sedie sopra il cassone, vacillavano all'unisono e accordavano gli strumenti, e il grassone con la chitarra sorrideva e gesticolava verso altri che li seguivano in macchina, e si piegava per dare una nota al violinista che girava un bischero e ascoltava con la faccia tutta grinze. Passarono sotto meli in fiore, rasentarono una mangiatoia fatta di grossi tronchi fra cui si aprivano fessure tappate con fango secco arancione, e giunsero in vista di una vecchia casa di assi che sorgeva nell'ombra azzurra sotto il fianco della montagna. Dietro la casa c'era un granaio. Uno degli uomini sul camioncino diede un pugno sul tetto della cabina e il camion si fermò. Macchine e autocarri proseguirono fra le erbacce che infestavano il cortile, e qualcuno andava a piedi.Sulla porta del granaio, un uomo guarda tutto ciò scaturire da un mattino bucolico e per il resto completamente muto. È piccolo, sporco, con la barba lunga. Si muove con impacciata ferocia tra la paglia secca, in mezzo alla polvere e alle strisce di luce. Sangue di sassoni e celti nelle sue vene. Nient'altro che un figlio di Dio come voi, forse. Le vespe attraversano i fasci di luce che erompono scalati uno sull'altro fra le assi del granaio, si aggirano dorate e tremolanti fra buio e buio, come lucciole nella fitta oscurità del sottotetto. L'uomo tiene le gambe divaricate, ha appena fatto nella terra scura una pozzanghera ancora piú scura su cui galleggiano fili di paglia e una schiuma biancastra. Mentre si riabbottona i jeans cammina lungo il muro del granaio. La luce gli dà una sagoma di violino, una cosa da niente che barbaglia dietro la finestrella sul muro. Ora si staglia sulla porta d'ingresso del granaio e sbatte gli occhi. Alle sue spalle una corda pende dal soffitto. Le sue mascelle coperte di setole sottili si contraggono e distendono come se stesse masticando qualcosa, ma non sta masticando niente. Il sole lo costringe quasi a chiuderli, gli occhi, e attraverso le palpebre sottili e venate di azzurro si scorgono globi mobili, guardinghi. Un uomo vestito di blu sta gesticolando dal cassone del camioncino. Qualcuno prepara un baracchino di limonate. I musicisti attaccano un motivo della Virginia, il cortile si riempie di gente e dall'altoparlante escono i primi suoni striduli. | << | < | > | >> |Pagina 60Se vi va di aspettare un momento, vi farò vedere come si prepara un'ascia che taglierà il doppio di qualsiasi merdoso arnese che potreste comprare nuovo di zecca qui all'emporio.Quanto mi verrà a costare? Con il manico e tutto, volete dire. Già, con un manico nuovo. Vi costa due dollari. Due dollari. Il conto è giusto. I manici vengono un dollaro e venticinque. La mia idea era solo di farle rifare il filo e lasciare giú venticinque cent, qualcosa del genere. Non vi trovereste mai bene con un arnese del genere, disse il fabbro. Posso comprarne una nuova per quattro dollari. Io preferirei tenermi questa e sistemarla come si deve piuttosto che averne due nuove. Bene. Ditemi voi. D'accordo. Il fabbro ficcò l'ascia nel fuoco e diede qualche giro alla manovella. Fiamme giallastre uscirono da sotto la lama. I due guardavano. Bisogna tenere alto il fuoco, disse il fabbro. Una decina di centimetri dal livello delle bocchette. Bisogna che sia un bel fuoco pulito, con del buon carbone che non abbia preso sole. Girò la lama con le tenaglie. Bisogna che si prenda una prima scaldata fino a diventare bella gialla, poi abbassiamo il fuoco poco per volta. Ma adesso non è ancora calda abbastanza. Per fare queste osservazioni aveva alzato la voce, benché dalla fucina non uscisse alcun suono. Azionò di nuovo la manovella, e sotto i loro occhi il fuoco si ravvivò. Non troppo in fretta, disse il fabbro. Piano. È cosí che va scaldata. Tenete d'occhio i colori. Se per caso diventa bianca è rovinata. Ecco, adesso ci siamo. Tolse la lama dal fuoco e le fece descrivere un semicerchio a mezz'aria, tutta vibrante per il calore e luminosa di un giallo traslucido, fino ad appoggiarla sull'incudine. Adesso attenzione, bisogna lavorare solo sui due lati, disse, prendendo il martello. E cominciare dal taglio. Calò il martello, e l'acciaio ammorbidito rispose al colpo con uno strano suono smorzato. Martellò il taglio da entrambi i lati, poi rimise la lama sul fuoco.
Le diamo un'altra scaldata, ma meno di prima, stavolta.
Basta che prenda un bel rosso. Appoggiò le tenaglie
sull'incudine e si sfregò forte i palmi delle mani sul
grembiule, tenendo gli occhi fissi sul fuoco. Guardatela
bene, disse. Mai lasciare l'acciaio sul fuoco piú di quanto
gli basta per scaldarsi. Certa gente se ne va in giro a
fare qualcos'altro, e cosí mandano in malora lo strumento
che stanno scaldando, invece la cosa giusta da fare è
toglierla proprio nel momento in cui prende il colore
perfetto. Vogliamo vedere un bel rosso. Vogliamo un bel
rosso. Ecco, ci siamo.
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