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| << | < | > | >> |Indice
PREFAZIONE 11
I OGGETTI STRANI 17
Il naturale e l'artificiale, 17.
Le difficoltà di un programma spaziale, 19.
Oggetti dotati di un progetto, 21.
Macchine che si costruiscono da sé, 22.
Macchine che si riproducono, 23.
Le proprietà strane: invarianza e teleonomia, 24.
Il 'paradosso' dell'invarianza, 27.
La teleonomia e il principio di oggettività, 29.
II VITALISMI E ANIMISMI 31
Dilemma fondamentale: il rapporto di priorità tra
invarianza e teleonomia, 31.
Il vitalismo metafisico, 33.
Il vitalismo scientistico, 34.
La 'proiezione animistica' e la 'antica alleanza', 36.
Il progressismo scientistico, 37.
La proiezione animistica nel materialismo dialettico,
38.
La necessità di un'epistemologia critica, 41.
Il fallimento epistemologico del materialismo
dialettico, 42.
L'illusione antropocentrica, 44.
La biosfera: un evento strano non deducibile dai primi
principi, 45.
III I DIAVOLETTI DI MAXWELL 47
Le proteine, agenti molecolari della teleonomia
strutturale e funzionale, 47.
Le proteine enzimatiche, catalizzatori specifici, 49.
Legami covalenti e non covalenti, 53.
Il concetto di complesso stereospecifico non covalente,
56.
Il diavoletto di Maxwell, 57.
IV LA CIBERNETICA MICROSCOPICA 59
Coerenza funzionale dell'apparato cellulare, 59.
Proteine regolatrici e logica delle regolazioni, 60.
Meccanismi delle interazioni allosteriche, 64.
Regolazione della sintesi degli enzimi, 67.
La nozione di gratuità, 70.
L'olismo e il riduzionismo, 71.
V L'ONTOGENESI MOLECOLARE 73
L'associazione spontanea delle subunità nelle proteine
oligomere, 74.
La strutturazione spontanea di particelle complesse, 75
Fenomeni morfogenetici microscopici e macroscopici, 77.
Struttura primaria e struttura globulare delle proteine
, 79.
La formazione delle strutture globulare, 81.
Il falso paradosso dell'"arricchimento" epigenetico, 82
L'ultima ratio delle strutture teleonomiche, 83.
L'interpretazione del messaggio, 84.
VI INVARIANZA E PERTURBAZIONI 86
Platone e Eraclìto, 86.
Gli invarianti anatomici, 88.
Gli invarianti chimici, 88.
Il DNA come invariante fondamentale, 90.
La traduzione del codice, 92.
L'irreversibilità della traduzione, 94.
Le perturbazioni microscopiche, 95.
Indeterminazione operativa e indeterminazione
essenziale, 96.
L'evoluzione: creazione assoluta e non rivelazione, 98.
VII L'EVOLUZIONE 99
Il caso e la necessità, 99.
La ricchezza della fonte di eventi casuali, 100.
Il 'paradosso' della stabilità delle specie, 101.
L'irreversibilità dell'evoluzione e il secondo
principio della terinodinamica, 102.
L'origine degli anticorpi, 103.
Il comportamento come agente che orienta le pressioni
selettive, 104.
Il linguaggio e l'evoluzione dell'uomo, 106.
L'apprendimento primario del linguaggio, 110.
L'apprendimento del linguaggio, programmato nello
sviluppo epigenetico del cervello, 111.
VIII LE FRONTIERE 113
Le frontiere attuali della conoscenza biologica, 113.
Il problema delle origini, 114.
L'enigma dell'origine del codice, 116.
L'altra frontiera: il sistema nervoso centrale, 118.
Le funzioni del sistema nervoso centrale, 121.
L'analisi delle impressioni sensoriali, 122.
L'empirismo e l'innatismo, 123.
La funzione di simulazione, 125.
L'illusione dualístíca e la presenza dello spirito,127.
IX IL REGNO E LE TENEBRE 129
Pressioni selettíve nell'evoluzíone umana, 129.
I pericoli di degradazione genetica nelle società
moderne, 131.
La selezione delle idee, 133.
L'esigenza di una spiegazione, 134.
Le ontogenie mitiche e metafisiche, 135.
La rottura dell'antica alleanza animistica e il male
dell'anima moderna, 136.
I valori e la conoscenza, 138.
L'etica della conoscenza, 141.
L'etica della conoscenza e l'ideale socialista, 142.
APPENDICI 145
I LA STRUTTURA DELLE PROTEINE 147
II GLI ACIDI NUCLEICI 151
III IL CODICE GENETICO 155
IV SUL SIGNIFICATO DEL SECONDO PRINCIPIO
DELLA TERMODINAMICA 159
INDICE ANALITICO 161
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| << | < | > | >> |Pagina 11PrefazioneLa Biologia occupa, tra le scienze, un posto marginale e centrale al tempo stesso. Marginale in quanto il mondo vivente rappresenta solo una parte minima e assai 'speciale' dell'universo noto, di modo che lo studio degli esseri viventi non rivela mai in apparenza leggi generali applicabili al di fuori della biosfera. Ma se, come credo, l'ambizione ultima della Scienza consiste proprio nel chiarire la relazione tra uomo e universo, allora bisogna riconoscere alla Biologia un posto centrale poiché, tra tutte le discipline, essa tenta di raggiungere più direttamente il nocciolo delle questioni che è indispensabile risolvere prima di poter anche solo porre in termini che non siano metafisici il problema della 'natura umana'. La Biologia è dunque, per l'uomo, la più significativa di tutte le scienze, quella che ha già contribuito, forse più di ogni altra, alla formazione del pensiero moderno, profondamente sconvolto e irreversibilmente segnato in tutti i campi - filosofico, religioso e politico - dall'avvento dell'evoluzionismo. Tale teoria, per quanto la sua validità fenomenologica fosse stata accertata fin dagli ultimi anni del XIX secolo e pur dominando essa tutta la Biologia, era destinata però a rimanere in sospeso finché non si fosse elaborata una teoria fisica dell'eredità. Ancora trent'anni or sono, nonostante i successi della genetica classica, la speranza di riuscire in questo intento sembrava quasi una chimera e invece proprio questo è il contributo dato oggi dalla teoria molecolare del codice genetico. Uso qui l'espressione 'teoria del codice genetico' in senso lato, per includervi non solo le nozioni relative alla struttura chimica del materiale ereditario e dell'inforinazione che esso porta, ma anche i meccanismi molecolari di espressione, morfogenetica e fisiologica, di tale informazione. Così definita, la teoria del codice genetico costituisce la base fondamentale della Biologia. Il che non significa affatto, s'intende, che le strutture e le funzioni complesse degli organismi possano essere dedotte da essa e neppure che siano sempre direttamente analizzabili in scala molecolare (così come non si può né predire né risolvere tutta la Chimica alla luce della teoria quantistica che pur ne costituisce, indubbiamente, la base universale). Ma anche se la teoria molecolare del codice non può oggi (e probabilmente non potrà mai) prevedere e risolvere tutta la biosfera, essa costituisce tuttavia fin d'ora una teoria generale dei sistemi viventi. Non esisteva nulla di simile nelle conoscenze scientifiche antecedenti l'avvento della biologia molecolare. Il 'segreto della vita', che allora poteva sembrare inaccessibile nel suo stesso principio, è oggi in buona parte svelato. Quest'importantissimo avvenimento dovrebbe assumere, a quanto pare, un peso enorme nel pensiero contemporaneo non appena il significato generale e la portata di tale teoria saranno compresi e apprezzati anche al di fuori del ristretto cerchio degli specialisti. Spero che questo saggio potrà favorire una simile comprensione: più che le nozioni della biologia molecolare in sé e per sé ho tentato in effetti di mettere in luce la loro 'forma' e di precisare i rapporti logici che esse hanno con altri campi del pensiero. Oggi è poco prudente per un uomo di scienza inserire il termine 'filosofia', sia pur 'naturale" nel titolo o nel sottotitolo di un'opera: è il modo migliore per farla accogliere con diffidenza dagli scienziati e, per bene che vada, con condiscendenza dai filosofi. Ho un'unica scusante, che però ritengo legittima, ed è il dovere che si impone agli uomini di scienza, oggi più che mai, di pensare la propria disciplina nel quadro generale della cultura moderna per arricchirlo non solo di nozioni importanti dal punto di vista tecnico, ma anche di quelle idee, provenienti dal loro particolare campo di indagine, che essi ritengano significative dal punto di vista umano. Il candore di uno sguardo nuovo (quello della scienza lo è sempre) può talvolta illuminare di luce nuova antichi problemi. Resta da evitare, beninteso, ogni confusione tra le idee suggerite dalla scienza e la scienza stessa; d'altra parte è necessario spingere all'estremo, senza esitare, le conclusioni che essa autorizza alfine di svelarne il pieno significato. Operazione difficile. Io non pretendo di uscirne senza errori. Diciamo pure che la parte strettamente biologica di questo saggio non è affatto originale: ho solo riassunto nozioni ormai affermate in campo scientifico. L'importanza relativa attribuita a diversi sviluppi, come la scelta degli esempi proposti, riflette, in verità, tendenze personali. Importanti capitoli della Biologia non sono neppure menzionati ma, ancora una volta, questo saggio non pretende affatto di esporre tutta la Biologia: tenta solo, dichiaratamente, di cogliere la quintessenza della teoria molecolare del codice. Naturalmente sono responsabile delle generalizzazioni ideologiche che ho ritenuto di poter dedurre, ma non credo di ingannarmi affermando che tali interpretazioni, finché non escono dall'ambito dell'epistemologia, incontreranno l'approvazione della maggior parte dei biologi contemporanei. Mi assumo anche la piena responsabilità degli sviluppi di ordine etico, se non politico, che non ho voluto evitare, per quanto pericolosi o ingenui o presuntuosi possano sembrare mio malgrado: la modestia si addice allo scienziato, ma non alle idee che sono in lui e che egli ha il dovere di difendere. Anche qui ho però la certezza, che mi rassicura, di trovarmi in pieno accordo con alcuni biologi contemporanei la cui opera merita il più grande rispetto. Devo fare appello all'indulgenza dei biologi per alcuni passi che essi troveranno noiosi e a quella dei non biologi per l'aridità espositiva di talune nozioni 'tecniche' inevitabili. Le appendici potranno aiutare certi lettori a superare queste difficoltà, ma vorrei insistere sul fatto che non è per nulla indispensabile leggerle se non si desidera affrontare direttamente le realtà chimiche della Biologia. Questo saggio è basato su una serie di conferenze (le "Robbins Lectures") tenute al Pomona College in California nel febbraio 1969. Desidero ringraziare le autorità di quest'istituzione per avermi dato l'occasione di sviluppare, davanti a un pubblico molto giovane ed entusiasta, alcuni temi che da parecchio tempo erano per me oggetto di riflessione, ma non di insegnamento. Su questi stessi argomenti, durante l'anno scolastico 1969-1970, ho tenuto un corso al Collège de France, bella e preziosa istituzione che autorizza i suoi membri a valicare, talvolta, gli angusti confini del programma che viene loro affidato. Grazie per questo a Guillaume Budé e a Francesco I. JACQUES MONOD Clos Saint-Jacques, aprile 1970 | << | < | > | >> |Pagina 17I
Oggetti strani
Tutti noi siamo convinti di saper distinguere immediatamente e senza ambiguità, tra vari oggetti, quelli naturali e quelli artificiali: una roccia, una montagna, un fiume o una nube sono oggetti naturali; un coltello, un fazzoletto, un'automobile sono oggetti artificiali, artefatti. Ma appena si analizzano tali giudizi ci si accorge che essi non sono né immediati né del tutto obiettivi. Sappiamo che il coltello è stato forgiato dall'uomo per un uso, per una prestazione progettata in precedenza. L'oggetto materializza quindi l'intenzione preesistente da cui ha tratto origine e la sua forma è giustificata dalla prestazione a cui era destinato ancor prima della sua effettiva realizzazione. Nulla di simile per il fiume o per la roccia che sappiamo o pensiamo modellati dal libero gioco di forze fisiche alle quali non sapremmo attribuire alcun 'progetto'. Tutto ciò naturalmente è valido se si ammette il postulato fondamentale del metodo scientifico secondo cui la Natura è oggettiva e non proiettiva. È dunque proprio in riferimento alla nostra attività, cosciente e proiettiva, e perché noi stessi fabbrichiamo 'artefatti', che siamo in grado di giudicare come 'naturale' o 'artificiale' un qualsiasi oggetto che ci si presenti. In realtà, sarebbe possibile definire, in base a criteri generali e oggettivi, le caratteristiche degli oggetti artificiali, frutto di un'attività proiettiva cosciente, per contrapposizione agli oggetti naturali, che risultano invece dal gioco fortuito delle forze fisiche? Per accertarsi della completa oggettività dei criteri adottati meglio varrebbe forse chiedersi se, utilizzandoli, sia possibile allestire un programma che permetta a un calcolatore di distinguere un artefatto da un oggetto naturale. Un simile programma potrebbe avere applicazioni estremamente interessanti. Supponiamo che, in un prossimo futuro, un'astronave vada a posarsi su Venere o Marte; che cosa ci sarebbe di più affascinante del sapere se, su questi pianeti a noi vicini, vivono o hanno vissuto in epoche anteriori esseri intelligenti capaci di attività proiettiva? Elementi rivelatori di una simile attività, presente o passata, sarebbero evidentemente i suoi prodotti che, pur diversi da quelli di un'industria umana, dovrebbero essere riconoscibili come tali. Ignorando tutto di quegli esseri, della loro natura e dei progetti che potrebbero aver concepito, il programma dovrebbe utilizzare soltanto criteri molto generali, basati esclusivamente sulla struttura e sulla forma degli oggetti presi in esame, senza alcun riferimento alla loro eventuale funzione. Risulta subito evidente che i criteri da adottare sarebbero due: 1°) regolarità; 2°) ripetizione. In base al criterio di regolarità, si cercherebbe di sfruttare il fatto che gli oggetti naturali, modellati dal gioco di forze fisiche, non presentano quasi mai strutture semplici dal punto di vista geometrico: ad esempio superfici piane, spigoli rettilinei, angoli retti, simmetrie perfette; gli artefatti presenterebbero invece tali caratteristiche, anche se in modo approssimativo e rudimentale.
Il criterio di ripetizione sarebbe senza dubbio più
decisivo. Materializzazioni di un progetto ogni volta
ripetuto, 'artefatti' omologhi destinati allo stesso uso,
riproducono, con certe approssimazioni, le intenzioni sempre
uguali del loro creatore. A questo proposito, sarebbe
dunque estremamente significativa la scoperta di numerosi
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Scheda con 18979 bytes di citazioni. Scheda parziale. Pubblicazione completa in attesa di autorizzazione dell'editore. | << | < | |