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| << | < | > | >> |Indice
I - L'Ospedale 9
II - la fabbrica 19
III - nell'esercito sarò 27
IV - quelli che bevono 35
V - fare finta 47
VI - soltanto un sogno 55
VII - un cambiamento 61
VIII - amici e parenti 69
IX - vita selvaggia 77
X - il toccasana 89
XI - fare progressi 97
XII - trionfi e fallimenti 109
XIII - diventar grande 117
XIV - animali piuttosto particolari 131
XV - una nonna nera 139
XVI - che gente siamo? 149
XVII - diventa qualcosa 157
XVIII - il mondo del lavoro 167
XIX - innovazioni alla casa 171
XX - una nuova carriera 183
XXI - la confessione 195
XXII - un inizio 203
XXIII - un ospite 217
XXIV - volere è potere 225
XXV - parte della nostra storia 239
XXVI - legami con il passato 249
La storia (1893 - 1950) di Arthur Corunna
257
XXVII - e dopo? 309
XXVIII- ritorno a Corunn 317
XXIX - qualcuno come me 339
La storia (1931 - 1983) di Gladys Corunna
345
XXX - qualcosa di serio 433
XXXI - buone notizie 447
La storia (1900 - 1983) di Daisy Corunna
455
XXXII - il canto dell'uccello 487
Nota del traduttore 499
| << | < | > | >> |Pagina 9 [ inizio libro ]Di nuovo L'Ospedale, e l'eco dei miei piedi che attraversavano svogliati i corridoi lunghi e vuoti. Odiavo gli ospedali e gli odori degli ospedali. Odiavo le assi nude che brillavano di cera appena passata, i davanzali senza polvere e lo scintillio del cromo lucente che carpiva la mia sagoma distorta mentre passavamo di corsa. Ero una ragazzina impiastricciata di cinque anni in un ambiente alieno. A volte odiavo Papà perché stava male e odiavo Mamma perché mi costringeva ad andarlo a trovare. Solo di rado Mamma ci portava Jill e Bill, mia sorella e mio fratello minori. Mi trovavo sempre nella posizione piú scomoda. La mia presenza assicurava l'assenza di discussioni. Mamma non ne poteva piú di discussioni, ne aveva abbastanza. Sospirai nell'attesa di giungere in fondo all'ultimo dei corridoi. C'erano ancora Le Porte che mi aspettavano. Enormi porte massicce sormontate da spessi riquadri di vetro. Oscillavano su pesanti cardini d'ottone, e quando le spingevo verso l'interno, immaginavo che invece loro spingessero me verso l'esterno. Se non fosse stato per il peso in piú di Mamma, che era notevole, mi sarei ritrovata gambe all'aria ogni volta. | << | < | > | >> |Pagina 49Quell'anno non c'era molto da imparare, a parte i diversi modi di fingere la malattia. Tutte le lezioni sembravano non avere alcun rapporto con la vita reale. Spesso mi chiedevo come fosse possibile che la mia insegnante avesse cosí tanto interesse per le addizioni che sbagliavo, e cosí poco per i giochi che facevo fuori dalla scuola, o per il fatto che Papà fosse tornato dall'Ospedale oppure no.La cosa migliore della scuola era che la seconda e la terza condividevano la stessa aula; questo significava che io e Jill ci vedevamo piú spesso e ci sedevamo accanto. Un pomeriggio la nostra insegnante domandò se ci fossero dei bambini che sapevano cantare in una lingua straniera. Immediatamente quattro bambini alzarono la mano, io e Jill incluse. A un cenno dell'insegnante, i primi due bambini si alzarono e cantarono «Frere Jacques», uno di seguito all'altro. Poi toccò a me e Jill. Eravamo entrambe molto timide e imbarazzate e, con gli occhi bassi, ci spingemmo davanti. Ci prendemmo sottobraccio e poi, ciondolando energicamente avanti e indietro, cantammo a squarciagola, in italiano, «L'Internazionale». Mrs. White e il resto della classe restarono a bocca aperta per la nostra fulminea manifestazione di talento teatrale. Di norma evitavamo qualsiasi forma di esposizione pubblica. - Delizioso, ragazze - disse infine - delizioso. | << | < | > | >> |Pagina 54I ragazzini a scuola avevano inoltre cominciato a domandarci da quale paese venissimo. Questo mi confondeva perché, fino ad allora, avevo pensato di essere come loro. Se insistevamo nel dire che eravamo australiani, loro replicavano: - Sí, ma i vostri genitori di certo non sono australiani.Un giorno, mentre stava lavando i piatti, affrontai Mamma. - Che significa: «Da dove venite?». - Significa da quale paese. I ragazzini a scuola vogliono sapere da quale paese veniamo. Secondo loro non siamo australiani. Mamma, siamo australiani? Mamma rimase in silenzio. Nan grugní in modo risentito, poi si alzò da tavola e uscí. - Dài, Mamma. Che cosa siamo? - Che cosa dicono i ragazzini a scuola? - Tutto. Italiani, greci, indiani. - Digli che siete indiani. A quel punto divenni tutta eccitata: - Davvero? Indiani! -. Sembrava cosí esotico. - E quando siamo venuti qui? - continuai. - Tanto tempo fa - rispose Mamma. - Adesso basta con le domande. Digli che siete indiani e basta. Era bello finalmente avere una risposta e i nostri compagni di gioco furono soddisfatti. Potevano credere senza problemi che eravamo indiani; volevano solamente che non fingessimo di essere australiani quando non lo eravamo. | << | < | > | >> |Pagina 85Da quando era morto Papà, Nan aveva elaborato diverse azioni rituali di emergenza per fare fronte a ciò che riteneva possibili calamità naturali. Per i terremoti, ci aveva istruiti di correre sull'aia davanti a casa nostra e di evitare, mentre andavamo, i pali dell'elettricità. E se eravamo tanto sfortunati che la terra ci si apriva davanti, dovevamo saltare il piú in alto possibile, sperando che una volta tornati giú, la terra si fosse nuovamente richiusa.Nonostante l'eventualità di un grosso terremoto fosse considerata estremamente remota dal resto del nostro vicinato, Nan ci aveva invece convinti che era uno dei pericoli della vita quotidiana. Avevo degli incubi dove mi vedevo correre in pigiama sull'aia mentre i pali della luce elettrica si abbattevano e tuonavano intorno a me. Oltre ai terremoti, ciò che Nan temeva di piú erano i temporali. I tuoni e i lampi, suoi vecchi favoriti, non mancavano mai di premere il pulsante del suo panico. Sfrecciava per la casa come una tromba d'aria, ci raccoglieva in braccio e poi ci depositava alla rinfusa nell'ingresso. Poi correva in veranda e trascinava dentro una cassa di legna da ardere. Tornava di corsa e cacciava un grosso pezzo di legno pieno di schegge in ogni paio di mani esitanti, con la seguente criptica istruzione: - Bambini, non mollate quel pezzo di legno o finirete fulminati. Eravamo talmente spaventati che non osavamo muoverci. Mentre eravamo seduti sul pavimento, presi dal panico, Nan si affrettava, di stanza in stanza, a spegnere le luci e a buttare lenzuola sugli specchi, sulle stoviglie, sulle posate, al bagno e persino sul lavandino della cucina. Una volta fatto tutto questo, filava al contatore ed estraeva tutti i fusibili. Nella testa di Nan, lampi ed elettricità erano la stessa identica cosa, entrambi pericolosi e totalmente indegni di fede. Rimuoveva i fusibili perché questo voleva dire che l'elettricità, incitata dal violento temporale, non poteva scappare e farci del male. Gettava lenzuola e coperte su tutto ciò che luccicava, perché era credenza comune che non c'era nulla che i lampi amassero di piú che una superficie scintillante. | << | < | > | >> |Pagina 89........................... Dell'arma segreta di Mamma non sapevamo nulla. Aveva rinunciato, a quanto pare, a ogni tentativo di controllo su di noi, rimettendoci invece nelle mani di Dio. Suppongo che, a modo suo, Mamma sia sempre stata piuttosto religiosa, ma per noi divenne veramente ovvio solo quando diventammo grandi, e dopo la morte di Papà. Occasionalmente, quando ero piú piccola, era stata alle adunanze in chiesa, ma Papà non era molto favorevole a certe cose e questo bastava a scoraggiarne la pratica. Fondamentalmente, credo, la religione e la spiritualità erano per Mamma una questione privata e personale. Integrava le sue preghiere portandoci a ogni incontro religioso possibile e immaginabile. Quella era una cosa che si poteva dire di Mamma, che in fatto di religione non era prevenuta. Frequentavamo la Chiesa Cattolica Romana, quella Battista, quella Anglicana, la Chiesa di Cristo e quella Avventista dei Settimo Giorno. La nostra favorita era l'Avventista del Settimo Giorno. Una delle nostre vicine, Mrs. Brown, era un'Avventista del Settimo Giorno, e ogni due fine settimana intratteneva i ragazzini del posto con dei film. I film non ci dispiacevano, anche se il contenuto non cambiava mai. Quasi ogni film era sul diavolo. | << | < | > | >> |Pagina 142Sollevò il braccio e con il pugno chiuso picchiò sul tavolo della cucina. - Voi, dannati ragazzini, non mi volete. Voi volete una maledetta nonna bianca; io sono nera. Sentito? Nera, nera, nera! -. Dopo di che, Nan spinse indietro la sedia e corse in camera sua. Rimasi impalata vicino alla porta. Sentivo che la cinghia della mia cartella pesante mi segava la spalla, ma ero troppo sbalordita per togliermela di closso.Per la prima volta nei miei quindici anni, avevo preso coscienza del colore di Nan. Aveva ragione, non era bianca. Beh, pensai secondo logica, se lei non era bianca, non lo eravamo neanche noi. Dunque, questo fatto, cosa ci faceva diventare, che cosa mi faceva diventare? Non avevo mai pensato a me stessa, prima d'allora, come a una persona nera. Quella sera, mentre io e Jill eravamo sdraiate a letto in silenzio, guardando un poster di John, Paud, George e Ringo, dissi: - Jill... lo sapevi che Nan è nera? - Certo che sí. - Io no, l'ho appena scoperto. - So che non lo sapevi, a volte sei proprio stupida. Dio, e poi tu pensi che io sia ingenua con tutte le cose di cui tu non ti accorgi. - Oh... - Lo sai che non siamo indiani, vero? - mormorò Jill. - Mamma ha detto che siamo indiani. - Guarda Nan, ti sembra indiana? - Non ho mai veramente pensato al suo aspetto. Forse discende da qualche tribú indiana che noi non conosciamo. - Ah! Allora sí! Tu sai cosa siamo, vero? - No, cosa? - Boong,, siamo Boong! -. Vedevo che l'idea non rendeva felice Jill. Mi ci vollero alcuni minuti prima di riuscire a mettere insieme il coraggio sufficiente per dire; - Che cos'è un Boong? - Un Boong, sai, aborigeno. Dio, fra tutte le cose, siamo aborigeni! - Oh - di colpo avevo capito. C'era un grosso marchio d'infamia sociale nell'essere aborigeni nella nostra scuola. | << | < | > | >> |Pagina 207Ormai Jill e io avevamo molti amici all'università. Per tutta la vita la gente ci aveva chiesto di che nazionalità fossimo, molti presumevano che fossimo greche o italiane, ma noi avevamo sempre risposto «indiane». Adesso, quando ce lo chiedevano, dicevamo «aborigeni».Spesso ci raccontavamo a vicenda quale fosse stato l'ultimo commento. Alcune nostre conoscenze avevano detto: - Aah, voi la borsa ce l'avete solo per i soldi -. A quell'epoca la somma della borsa aborigena superava la somma che ricevevano molti studenti. Quando qualcuno ce lo diceva, noi ci sentivamo imbarazzate, perché sapevamo come sembrava la faccenda agli occhi degli altri. Di colpo avevamo cambiato fedeltà dall'India all'Australia aborigena e credo che, ai loro occhi, non c'era altro motivo per cui dovessimo farlo se non per i soldi. A volte la gente diceva: - Ma siete fortunate, non si sarebbe proprio detto, potreste passare per qualunque cosa -. Molti studenti reagivano con un silenzio d'imbarazzo. Di tutte quella, forse, era la reazione peggiore. Era come se avessimo detto una parola proibita. Altri mormoravano: - Oh, mi dispiace... - e poi quando si rendevano conto di cosa stavano dicendo, sparivano.
Finora, pensandoci, avevamo entrambe pensato che
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