Copertina
Autore Lucia Motti
Titolo Le donne
EdizioneEditori Riuniti, Roma, 2000, Storia fotografica della società italiana , pag. 191, dim. 170x218x9 mm , Isbn 88-359-4661-1
LettoreRenato di Stefano, 2000
Classe storia contemporanea , fotografia , politica , scienze sociali
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Indice


  5    Fotografia e storia delle donne

 27    Non solo madri

 51    A cavallo tra due secoli

 83    Donne italiane tra le due guerre

109    In guerra e nella ricostruzione

141    Il pane e le rose

169    Donne del nuovo millennio

188    Foto simbolo

190    Letture consigliate
191    Referenze fotografiche

 

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FOTOGRAFIA E STORIA DELLE DONNE



Lo sguardo che proponiamo per raccontare, attraverso le fotografie, come cambiano le donne in un secolo e mezzo di storia d'Italia, intende soffermarsi sulla sottile linea di confine che corre tra pubblico e privato: un limen che ci porta al cuore della storia delle donne nella contemporaneità. Non solo la vita privata, o «il costume», che vedrebbero le donne racchiuse nella sfera della domesticità e dell'effimero, ma anche i momenti di maggiore protagonismo politico, in cui esse acquistano visibilità pubblica. Non solo, ma anche donne «eccezionali», che spesso hanno anticipato, in solitudine e pagando prezzi altissimi, comportamenti che diventeranno comuni.

Le donne cambiano e, nel loro cambiamento, trasformano la società e i rapporti tra i sessi. Raccontare di storia delle donne vuol dire allora metterle al centro del nostro immaginario obiettivo fotografico, senza dimenticare però che vivono e si muovono all'interno di reti di relazioni che vedono uomini e donne interagire reciprocamente.

La storia delle donne pone domande nuove alle fonti storiche; tra queste, accanto a biografie e autobiografie, testimonianze e fonti letterarie, un posto importante è occupato dalla fotografia. Le donne popolano sin dall'inizío la fotografia, e la macchina fotografica ci rinvia l'idea che una società ha delle donne. In modo particolare, prima dell'avvento di altri media come il cinema e la televisione, la fotografia ha svolto un ruolo fondamentale nella costruzione di «modelli» e stereotipi, rivelandosi uno strumento indispensabile per cogliere i mutamenti della rappresentazione del «femminile». Ma, quella ambiguità che, secondo studiosi come Castel, la contraddistingue, fa sí che, almeno in parte, l'immagine fotografica contribuisca a produrre nell'opinione pubblica quei cambiamenti che documenta, diventandone, allo stesso tempo, testimone e origine; in altre parole, mentre rappresenta il cambiamento, mettendolo in scena, lo rende pensabile e quindi lo legittima (Di Cori). L'immagine fotografica, inoltre, non nega, anzi mette esplicitamente in scena i corpi, rendendo, tra l'altro, possibile scorgere come muta, e se muta, lo sguardo maschile sul corpo femminile. Sappiamo anche che, dietro l'apparente oggettività di immagini che dovrebbero «parlare da sole», le fotografie sono dei testi aperti ad una molteplicítà di interpretazioni possibili e, d'altra parte, qualsiasi documento risponde solo alle sollecitazioni di chi lo interroga, può tacere del tutto o illuminare zone prima immerse nell'ombra. Per quanto riguarda le donne, il documento fotografico tende a cristallizzare nella rappresentazione una precisa identità sociale o un mondo di relazioni dove i ruoli sessuali sono rigorosamente definiti, ma ci invita anche a porre un'ulteriore domanda: oltre alla rappresentazione che la foto «mette in scena», è rintracciabile una autorappresentazione delle donne ritratte, una loro «interpretazione» del ruolo assegnato?

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Donne italiane tra le due guerre

Quando la guerra finisce molte voci si levano perché le donne riprendano il loro posto «naturale» all'interno della famiglia, soprattutto perché lascino liberi per i reduci i posti di lavoro occupati durante l'emergenza bellica: la pretesa di continuare a lavorare viene bollata come un atto di egoismo femminile. Nel dopoguerra, infatti, continua la polemica, che già si era accesa negli anni del conflitto, contro le donne che lavorano per «migliorare il guardaroba» e sciupare i guadagni in «calze di seta e fronzoli». Ma ormai le cose sono profondamente mutate e non torneranno piú come prima, nemmeno per le donne, malgrado i tentativi di ricondurre alla normalità comportamenti femminili poco rassicuranti, come quelli che portano ad una riduzione del tasso di natalità, o quelli in aperta concorrenza con il bisogno di lavoro dei reduci.

[...]

Il dopoguerra sembra portare con sé per le donne la conquista di una piena cittadinanza politica: non c'è forza politica che, almeno a parole, non dichiari maturi i tempi per la «concessione» del diritto di voto con cui alcune nazioni, come l'Inghilterra e la Germania, «premiano» l'impegno femminile negli anni di guerra. Anche in Italia la discussione riprende su questo terreno: il primo passo è la legge Sacchi del 1919 che abolisce l'autorizzazione maritale e ammette, anche se con qualche eccezione, le donne all'esercizio delle professioni e nell'impiego pubblico; non a caso è definita «premio di smobilitazione». Sempre nel 1919 la Camera dei deputati decide di estendere alle donne di tutte le classi sociali, anche se solo in via di principio, il diritto di elettorato attivo e passivo. L'obiettivo per cui, sin dall'indomani dell'unità, si era battuta una generazione di emancipazioniste sembra a portata di mano ma, pochi anni dopo, l'avvento al potere del fascismo negherà ad ambedue i sessi l'esercizio del diritto di voto.

La politica del fascismo nei confronti delle donne segue un tracciato ben noto, anche se contraddittorio, se inizialmente si assume un atteggiamento di disponibilità rispetto alla partecipazione diretta delle donne alla vita politica (le donne sono iscritte ai primi fasci di combattimento e il voto attivo e passivo alle donne è previsto nel programma del 1919), negli anni del regime si afferma invece un modello che vede la donna essenzialmente come forza riproduttiva e individua nella sfera domestica il suo luogo «naturale». L'esclusione delle donne dall'insegnamento nei licei, il limite del 10% posto alle assunzioni nell'impiego pubblico e privato, le tasse scolastiche piú alte rispetto a quelle pagate dai loro colleghi maschi, la decurtazione del salario operaio femminile, sono alcune delle tappe che scandiscono il tentativo di ridimensionare la presenza femminile negli impieghi e nelle professioni.

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La legge n. 23 del l° febbraio 1945, denominata «estensione del voto alle donne», pone fine ad un'esclusione di lunga durata e rende alle italiane la piena cittadinanza politica. A dispetto di quanti avevano previsto una scarsa affluenza delle donne alle urne, le italiane vanno a votare in tante, facendo registrare alte percentuali sia alle amministrative della primavera del 1946, che alle elezioni per la Costituente del 2 giugno: 21 saranno le elette. Tra queste troviamo cattoliche come Maria Federici e Maria Guidi Cingolani, antifasciste che venivano dall'esperienza del carcere, dell'emigrazione e del confino come Teresa Noce, Angela Merlin e Adele Bei, giovanissime, maturatesi nell'esperienza della resistenza, come Teresa Mattei e Nilde Jotti.

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Il pane e le rose

Lo slogan che sintetizza lo spirito degli anni Settanta è «vogliamo il pane e le rose»; uno slogan, ma soprattutto un modo di guardare alla politica: il pane, e quindi il protagonismo di tante donne, giovani e meno giovani nelle lotte dell'«autunno caldo», ma soprattutto le rose, cioè una qualità diversa della vita che investa tutti gli aspetti dell'esistenza.

Il passaggio dagli anni Sessanta ai Settanta è caratterizzato dal «baby boom» e dal massiccío ingresso delle donne nel terziario e nel pubblico impiego, anche connesso con lo sviluppo del Welfare State. Accanto ad un esercito di insegnanti, commesse, impiegate di banca e delle assicurazioni, si fa strada una nuova professionalità legata a settori che, come la sanità, sono stati investiti da processi riformatori. Ma alle porte c'è una nuova rivoluzione che, certo non a caso, parte da una inchiesta sulla condizione della donna. «La Zanzara», giomale studentesco del liceo Parini di Milano, decide di pubblicare, il 22 febbraio 1966, i risultati di un dibattito tra gli studenti, in cui sono state poste anche domande intorno ai rapporti sessuali. Un quotidiano milanese riprende queste risposte innescando lo scandalo. Interrogazioni al ministro della pubblica istruzione, convocazione dal sostituto procuratore della Repubblica del preside del liceo e degli studenti responsabili della pubblicazione: Marco De Poli, Marco Sassano, Claudia Beltramo. I tre vengono invitati a spogliarsi per sottoporsi alla visita medica prevista dal codice per i minorenni colpevoli di reato. La ragazza rifiuta e pretende di vedere un avvocato. Il preside del Parini e i tre studenti sono rinviati a giudizio per il 30 marzo. Il 23, per la prima volta nel dopoguerra, migliaia di studenti scendono in piazza in segno di protesta. Un episodio di cronaca solo apparentemente marginale, in realtà il primo soffio di un vento che, di là a pochi anni, investirà tutto il paese.

L'alleanza tra giovani donne e giovani uomini contro l'autoritarismo del mondo dei padri, soprattutto nella scuola e nella famiglia, che è alla base del '68 e che vede tante ragazze al fianco dei loro compagni, si incrina di fronte alla contraddizione di genere. Il passaggio da «angeli del focolare» ad «angeli del ciclostile» non è sufficiente per il protagonismo politico delle donne dei gruppi.

La fotografia riesce a restituirci figure che manifestano una naturalezza piena: donne che intervengono alle assemblee, che distribuiscono volantini, che partecipano alle manifestazioni occupando con grande padronanza la scena pubblica. Sono ad esempio le donne della Milano industriale ritratte da Silvestre Loconsolo, appassionato testimone ed interprete di quelli che sono stati definiti «gli anni dell'impazienza». Sono donne a proprio agio all'ombra dei capannoni quanto i propri compagni di lavoro, anche nel momento piú acuto di una lotta di fabbrica. Il sorriso e l'allegria di queste donne fanno presagire gli ironici e scanzonati cortei degli anni del femminismo e la fotografia ne coglie la disinvoltura, il nuovo protagonismo.

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Quando le donne fotografano

Alla grande esposizione di arti decorative a Torino nel 1902, nel padiglione eretto nel parco del Valentino, venne ospitata la prima grande manifestazione internazionale di fotografia d'arte. All'esterno del padiglione erano sistemate due piramidi fatte dai cavalletti di due macchine fotografiche gigantesche, intorno erano dipinte alcune scenette: «veggonsi due bambine, con macchine istantanee, in atto di ritrarre una signora seduta che sembra schernirsi con l'ombrellino, mentre un'altra damina sta osservando la
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