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| << | < | > | >> |Indice
PREFAZIONE
9 Tentativo di omaggio a Flann O'Brien
di Gianni Celati
LA MISERIA IN BOCCA
39 Prefazione alla prima edizione
41 Premessa
43 Capitolo primo
Perché parlo - La mia nascita - Mia
madre e il Vecchio Grigio - La nostra
casa - La valle in cui sono nato - Le
brutte condizioni di vita dei gaelici
nei tempi andati
53 Capitolo secondo
Una puzza tremenda in casa nostra - I
maiali - L'arrivo di Ambrogio - La
vita dura - Mia madre Þ in pericolo -
L'idea di Martin - Siamo sani e salvi
- La morte di Ambrogio
61 Capitolo terzo
Vado a scuola - "Jams O'Donnell" - La
sovvenzione di due sterline - I maiali
tornano in casa - Il piano del Veccbio
Grigio - Manca uno dei nostri maiali -
Il grammofono e lo shanachee, ovvero
raccontatore
75 Capitolo quarto
Il viavai di Gaeligores - L'universitÓ
gaelica - Una sagra gaelica in
campagna da noi - I signori di Dublino
- Il riso va a finire in pianto
91 Capitolo quinto
A caccia sulle Rosses - Le bellezze e
le meraviglie di quella regione -
Ferdinando O'Roonassa lo shanachee -
La mia camminata notturna - Lo spirito
malefico mi dÓ la caccia - Sono al
sicuro da ogni pericolo
109 Capitolo sesto
Divento uomo - Febbre matrimoniale -
Io e il Vecchio Grigio sulle Rosses -
Mi sposo - Morte e altre sventure
117 Capitolo settimo
Sitric il miserabile - Fame e sfortuna
- A caccia di foche sullo Scoglio -
Una notte di tempesta - L'uomo cbe non
fece ritorno - Alloggio tra le foche
129 Capitolo ottavo
I tempi duri - L'epoca del diluvio di
Corkadoragha - Maeldoon O'Poenassa -
Il Picc= dell'Affamato - Lontano da
casa - Pene e stenti a non finire -
Sono in punto di morte - Fine del
viaggio - Rigagnoli di whiskey - Di
nuovo a casa
143 Capitolo nono
Scontento della mia ricchezza - In
cerca di stivali in città - La mia
camminata notturna - Il Gattomarino
a Corkadoragha - Uno sbirro in casa
nostra - Il colpo di grazia della
sventura - Incontro un familiare -
Conclusione della mia storia
| << | < | > | >> |Pagina 43 [ inizio libro ]Sto registrando i fatti che si trovano in questo documento, perché sono ormai giunto alle soglie della vita futura - allontanaci dal male, o Signore, e impedisci al maligno di mettermi gli occhi addosso - e perché di soggetti come noi s'è perso lo stampo. Veramente è cosa giusta e doverosa lasciare ai posteri la testimonianza di come ce la spassavamo ai tempi nostri, perché di soggetti come noi s'è perso lo stampo e una vita così, in Irlanda, non la farà più nessuno. O'Coonassa è il mio cognome in gaelico, di nome faccio Bonaparte e l'Irlanda è la mia piccola terra natìa. Non posso mica ricordarmi il giorno che sono nato e neanche i primi sei mesi che ho passato su questa terra. Anche se non me lo ricordo, però, è indubbio che ero vivo, perché se non fossi stato vivo allora, non lo sarei nemmeno ora, e noi tutti sappiamo che negli esseri umani, come in qualsiasi altra creatura vivente, il comprendonio si sviluppa a poco a poco. | << | < | > | >> |Pagina 61Avevo sette anni quando mi mandarono a scuola. Ero piccolo, secco e magro. Portavo delle braghe di lana greggia, ma nient'altro, né sopra né sotto. Molti bambini si dirigevano a scuola con me quel mattino, tutti quanti con le braghe ancora sporche di cenere. Alcuni non erano neanche capaci di camminare e strisciavano per la strada. Molti venivano da Dingle, altri da Gweedore e un altro gruppo era galleggiato via mare dall'isola di Aran. Eravamo tutti forti e vigorosi, quel primo giorno di scuola. Una bella piota di torba sotto le ascelle e via. E con quale baldanza procedevamo! Il maestro si chiamava Osborne O'Loonassa. Era un tipo alto, sparuto, cupo e malaticcio, con gli occhi duri e arcigni che sporgevano dalla pelle giallastra. La fronte era solcata da segni di una rabbia feroce che gli stavano lì come i capelli in testa, e pareva non gli importasse un fico secco di nessuno. Entrammo tutti nell'edificío scolastico, una baracca piccola e poco godevole, in cui la pioggia colava lungo i muri e ogni cosa era umida e molliccia. Ci mettemmo tutti a sedere su delle panche senza dire una parola per paura del maestro. Lui lanciò un'occhiata velenosa per la stanza, finché il suo sguardo non si posò su di me, per fissarmi. Per Giove! Non mi piaceva neanche un po' l'aria con cui mi stava esaminando. Poco dopo puntò il suo lungo dito giallastro verso di me e disse: "Phwat is yer nam?" Non capii nulla di ciò che disse, perché non conoscevo le lingue foreste e il gaelico era il mio unico mezzo d'espressione e l'unica forma di protezione contro le difficoltà della vita. Rimasi lì a guardarlo, ammutolito dalla paura. Lo prese allora una gran collera, che parve espandersi come una nuvola gonfia di pioggia. Timidamente scrutai gli altri ragazzi intorno a me. Qualcuno alle mie spalle sussurrò: "Vuol sapere il tuo nome." Il mio cuore sobbalzò di gioia a questo suggerimento e fui grato a colui che me l'aveva dato. Rivolsi uno sguardo educato al maestro e gli risposi: "Mi chiamo Bonaparte, figlio di Michelangelo, figlio di Peter figlio di Owen, figlio della Sara di Thomas, nipote della Maria di John, nipote di James, figlio di Dermot... " Non avevo ancora finito di pronunciare il mio nome per intero, e neanche per metà, che il maestro emise un violento latrato e col dito mi fece cenno d'avvicinarmi. Poi afferrò un remo. L'ira l'aveva ormai sommerso come l'acqua di un'alluvione, e lui impugnò il remo con grande ímpegno lavorativo. Lo sollevò al di sopra della spalla, e lo calò con forza, sferzando l'aria e assestandomi una gran botta sul cranio. Per il colpo svenni, ma prima di perdere completamente i sensi, lo sentii urlare: "Yer nam," disse, "is Jams O'Donnell!" Jams O'Donnell? Quando ripresi i sensi, quelle due parole mi ronzavano ancora negli orecchi. Mi ritrovai disteso su un fianco, con le braghe, i capelli e tutto il corpo imbrattati di sangue che usciva a rigagnoli dalla ferita che il colpo di remo mi aveva aperto nella zucca. Quando i miei occhi ripresero a funzionare, vidi un altro marmocchio in piedi, a cui pure era stato chiesto il nome. Evidentemente non aveva tratto alcun insegnamento dalla bastonata che avevo preso io e di furbizia non doveva averne troppa, poiché prese a snocciolare il suo vero nome esattamente come avevo fatto io. Il maestro brandì il remo di nuovo e giù botte da orbi, finché non lo vide perdere i sensi e stramazzare al suolo come un fagotto, tutto insanguinato. E mentre lo bastonava, eccolo daccapo a urlare: "Yer nam is Jams O'Donnell!"
Continuò a suonarle a tutti quanti, appioppando a
ognuno il nome di
Jams O'Donnell.
Nessun bambino della contrada si salvò la zucca, quel
giorno. Naturalmente, nel pomeriggio, molti non riuscivano
nemmeno a camminare e dovettero essere riportati a casa dai
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