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| << | < | > | >> |Indice
XI Introduzione
Il diavolo in cattedra
3 Preludio all'inferno
Parte prima. Introduzione storico-filosofica
9 I. In principio era la Logica
10 Il reale è razionale
11 Il razionale è reale
14 II. La via dell'argomentazione
14 La dialettica della dialettica
16 Tu chiamale, se vuoi, emozioni
18 L'arte di avere torto
20 III.La via del paradosso
20 Le gambe di Achille
23 Il naso di Finocchio
27 IV. La via della dimostrazione
28 Odissea nel piano
29 Il teatro dell'assurdo
31 Dalla matematica alla filosofia
33 Discorso sul metodo (assiomatico)
36 V. Sei personaggi in cerca d'autore
36 Un intellettuale organico
39 Uno stoico simbolico
41 Un candido visionario
44 Un inglese calcolatore
45 Un tedesco sensato e (in)significante
46 Un austriaco (mica tanto) completo
Parte seconda. Logica proposizionale
51 VI. Le divisioni della logica
51 Le SSS
53 L'arsenale atomico
54 I moschettieri
56 Parata di greche
60 VII.Le leggi del pensiero
61 La contraddizion che nol consente
63 Ex falso quodlibet
65 Consequentiae
67 Reductio ad absurdum
68 Consequentia mirabilis
72 VIII.Le tavole della legge
73 Tertium non datur
74 Comportamenti stoici
76 Schemi kantiani
78 Uno per tutti, tutti per uno
81 Una deduzione metafisica
84 IX. L'albero della conoscenza*
85 Sintesi analitiche
88 Analisi sintetiche
90 Opposti estremismi
95 Metalogica
100 X. Tertium datur*
101 Tanto rumore per nulla
104 Non c'è il due senza il tre
107 Intender non la può chi non la prova
112 Quel che manca non fa danni
114 XI. Fare di necessità virtú*
114 Contingenze storiche
117 Necessità logiche
119 Possibilità metalogiche
125 Implicazioni della modalità
Parte terza. Logica predicativa
131 Interludio in terra
131 Gli oggetti del desiderio
134 I termini del discorso
137 XII.In principio era il verbo essere
138 Un dilemma amletico
139 A morte Parmenide
141 Il discorso sui termini
145 La molteplicità dell'essere
147 XIII.Qualcuno, nessuno e centomila
147 Signa quantitatis
149 Formule in predicato
151 La qualità della quantità
158 XIV.Archeologia ellenica*
158 L'invasione dei Barbari
160 Graecia capta ferum victorem cepit
164 Le figure del sillogismo
167 Chi non muore si rivede
170 Appendice. I modi validi del sillogismo
172 XV. L'albero della vita*
172 Risposta a Pilato
178 From Frege to Gödel
185 Cime tempestose
189 Problemi d'identità
Parte quarta. Teorie matematiche
del prim'ordine
197 XVI.Relazioni platoniche
197 Una visione d'insieme
203 Cattive intensioni
206 Il paradiso di Cantor
212 Buone estensioni
216 XVII. Rapporti incompleti*
217 Kantata profana
225 I gioielli della corona
227 Egocentrismo logico
232 Ritorno a Pitagora
234 Fine dei sogni
238 XVIII. Perenne indecisione*
239 L'homme machine
241 La machine homme
246 Fermi tutti
247 Anche la Chiesa dice la sua
250 Un piatto al Curry
255 XIX. Rapporti completi, infine
255 Cause invisibili di effetti visibili
258 La grazia non è mai troppa
262 Decisioni reali
Parte quinta. Oltre il prim'ordine
267 XX. Per aspera ad astra*
267 L'imperativo categorico
271 Incontri ravvicinati del secondo tipo
275 La scala di Giacobbe
281 Postludio in cielo (o quasi)
287 Bibliografia
295 Indice dei nomi
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| << | < | > | >> |Pagina 9Capitolo primo
In principio era la Logica
Il ruolo del pensiero e della parola nella creazione delle cose costituisce uno dei temi classici della mitologia. Ad esempio, la Pietra di Shabaka egiziana narra che il mondo è stato concepito nel pensiero e posto in essere dalla parola del dio Ptah, mentre nel Popul Vuh maya sono Tepeu e Gucumatz a creare il mondo unendo il loro pensiero e le loro parole. In Occidente, la formulazione piú nota dello stesso mito è l'inizio gnostico del Vangelo secondo Giovanni: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e Dio era il Verbo». Mentre però l'italiano «verbo» è poco espressivo, l'originale greco logos significa anche troppo: in particolare, può essere inteso come «parola», «ragione» o «frazione».
Poiché etimologicamente
la logica è lo studio del logos,
dai significati appena citati deriva che questo studio si può intraprendere
seguendo almeno tre vie, corrispondenti a tre diverse tradizioni:
linguistica, filosofica e matematica.
Naturalmente, i tre studi vanno intesi in sensi complementari e
non contrapposti, come dimostra la loro simultanea compresenza nelle opere di
coloro che possono essere considerati, rispettivamente, il fondatore e il
rifondatore della logica: Aristotele nei tempi antichi e Frege in quelli
moderni. Dedicheremo dunque i prossimi tre capitoli a esaminare da vicino queste
tre anime della logica. Prima, però, vogliamo soffermarci brevemente sulla piú
generale reinterpretazione dell'inizio del
Vangelo secondo Giovanni
data da Agostino nelle
Confessioni
(XI, 8), in accordo con la discussione precedente:
«In principio era la Ragione, e la Ragione era presso Dio, e Dio era la
Ragione». In altre parole, vogliamo meditare sul ruolo epistemologico e
ontologico, cioè di comprensione e creazione, che l'Occidente ha assegnato nel
corso dei secoli al
logos.
Il reale è razionale. Il terzo frammento di Parmenide recita testualmente: «Il pensiero e l'essere sono la stessa cosa». Questa professione di fede nella sostanziale identità tra ciò che sta dentro e fuori della nostra testa costituisce la piú profonda giustificazione per lo studio della logica: se pensiero e universo si rispecchiano reciprocamente uno nell'altro, lo scrutinio del primo può infatti pretendere di essere la via regia per raggiungere la comprensione del secondo. Che l'universo esibisca caratteri di razionalità è la grande scoperta, niente affatto ovvia, che sta alla base della scienza: se tutto fosse casuale, la natura sarebbe solo un gioco d'azzardo e la vita una scommessa. Il primo ad aver asserito l'esistenza di una razionalità dell'universo fu forse Pitagora, sulle cui teorie torneremo in seguito, ma furono Anassagora e Platone a coniarne le descrizioni letterariamente piú felici, chiamandola rispettivamente Intelligenza e Anima del mondo. L'espressione di questa razionalità richiedeva un linguaggio adatto, che fin dall'inizio fu identificato in quello matematico. In particolare, Pitagora predilisse l'aritmetica, Platone la geometria e la logica. La loro visione collettiva trovò l'espressione definitiva nel Timeo: il Demiurgo modella logicamente la materia a partire dal verbo essere e dai predicati di uguaglianza e disuguaglianza (35), dispone aritmeticamente gli astri secondo rapporti numerici corrispondenti alla scala musicale pitagorica (36) e produce geometricamente gli elementi componendo triangoli elementari in solidi platonici (53-56). La concezione pitagorico-platonica di un universo matematico fu fatta propria da Galileo nel Saggiatore (6), uno dei testi che segnarono l'inizio della fisica moderna: Questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l'universo), non si può intendere se prima non s'impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne' quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto. Il linguaggio del libro della natura si è rivelato nel corso dei secoli molto piú complesso e variegato di quanto credesse Galileo, e se ne conosce oggi un'enorme varietà di dialetti: dall'analisi infinitesimale alla teoria della probabilità, dal calcolo tensoriale alla teoria dei gruppi. La visione essenziale della razionalità matematica dell'universo è però rimasta essenzialmente immutata, da Newton a Einstein, al punto che oggi nessuna legge di natura viene considerata scientifica se non è espressa mediante una formula matematica e dimostrata mediante un ragionamento logico, oltre che confermata (o, se si vuole, non refutata) da dati sperimentali. Parallelamente, una visione analoga sta alla base anche della filosofia moderna. In un passo cruciale del Discorso sul metodo di Cartesio - un'opera che troppo spesso si dimentica essere stata soltanto un'introduzione a tre saggi di matematica, fisica e cosmologia - si legge infatti (II, 19): Quelle catene di ragionamenti, lunghe, eppur semplici e facili, di cui i geometri si servono per pervenire alle loro piu difficili dimostrazioni, mi diedero motivo di supporre che nello stesso modo si susseguissero tutte le cose di cui l'uomo può avere conoscenza, e che, ove si faccia attenzione di non accoglierne alcuna per vera quando non lo sia, e si osservi sempre l'ordine necessario per dedurre le une dalle altre, non ce ne fossero di cosí nascoste che non si potessero scoprire.
Pur non ricevendo un'accoglienza universale e assoluta come nella scienza,
l'ideale di perfezione logico-geometrica proposto da Cartesio alla filosofia ha
concepito incarnazioni memorabili, dall'
Ethica ordine geometrico demonstrata
di Spinoza al
Tractatus Logico-Philosophicus
di Wittgenstein: un'opera, quest'ultima, che asserisce l'esistenza di un
sostanziale isomorfismo tra linguaggio, pensiero e mondo, ed effettua dunque
un'ideale chiusura del cerchio aperto dal frammento di Parmenide.
Il razionale è reale. Se la filosofia non ha raggiunto un accordo sul proprio metodo analogo a quello che caratterizza la scienza, lo si deve soltanto al fatto che è stato lo stesso concetto di razionalità a rivelarsi piú complesso del previsto: la razionalità del reale costituisce infatti la faccia visibile del logos, ma ne esiste anche una faccia nascosta la cui visione disvela la realtà del razionale, secondo il noto aforisma di Hegel. La giustificazione teorica dell'esistenza degli enti di ragione sta nell'osservazione che ci sono verità che si possono conoscere con il solo pensiero: altrimenti, «non ci sono verità che si possono conoscere con il solo pensiero» sarebbe già una verità che si può conoscere con il solo pensiero. Questo argomento, un'applicazione della cosiddetta consequentia mirabilis che analizzeremo in seguito, mostra che la sola logica è sufficiente a dedurre l'esistenza di verità indipendenti dall'esperienza, e costituisce il punto di partenza di un'indagine conoscitiva complementare alla scienza. I primi risultati di questa indagine risalgono alle due scuole che si formarono in Grecia alla morte di Socrate: la platonica e la megarica. La prima sollevò un lembo del grande velo che nasconde il mondo delle idee: velo che fu poi squarciato a fine Ottocento dalla teoria degli insiemi di Cantor, sulla quale torneremo a tempo debito. La seconda scuola coniò invece il motto: «Ciò che è possibile si realizza», che suggerisce la necessità di estendere l'attenzione dalla contingenza degli oggetti alla possibilità dei concetti. La rilevanza di queste posizioni è evidente per la teologia, uno dei cui obiettivi cruciali è appunto la giustificazione dell'esistenza di un ente presente soltanto al puro pensiero. In Oriente i buddhisti Dignaga e Dharmakirti usarono la logica a fini teologici fin dai secoli VI e VII, assegnando a Buddha il titolo di Pramana-bhuta, «Logica incarnata», e proponendo prove dell'esistenza di un essere assoluto nel Pramana-vartika, «Compendio di logica». In Occidente la scolastica medioevale procedette su vie parallele, dal programmatico motto intelligo ut credam, «capisco per credere», di Abelardo, alle prove dell'esistenza di Dio fornite da Anselmo d'Aosta nel Proslogion e Tommaso d'Aquino nella Summa Theologiae. Altrettanto evidente è la rilevanza del logos per la matematica, che deve rendere conto dell'apparente oggettività degli enti astratti di cui essa tratta. L'autonomia e l'indipendenza che gli oggetti matematici manifestano nell'esperienza della quasi totalità degli addetti ai lavori, cosi come la sostanziale univocità e universalità di questa esperienza, sembrano infatti difficilmente spiegabili senza postulare un'esistenza indipendente di quegli stessi enti.
Non a caso questa posizione, detta
platonismo,
costituisce la filosofia della maggioranza silenziosa dei matematici. Meno
evidente sembrerebbe invece essere la rilevanza del
logos
per la scienza, che a prima vista appare basata piú su induzioni
a posteriori
che su deduzioni
a priori.
Cosí non era, però, per la scienza greca, che al contrario
di quella moderna sembrava interessarsi piú di come le cose dovrebbero essere
che non di come sono effettivamente. Cosi non è neppure per una parte eccellente
della scienza contemporanea, dalla relatività generale di Einstein alla
meccanica quantistica relativistica di Dirac, i cui risultati epocali sono stati
ottenuti con analisi puramente logiche, ispirate da considerazioni metafisiche
sulla natura ed estetiche sulla matematica. E cosi non sarà, soprattutto,
per le grandi unificazioni della scienza del futuro, che dovranno rendere conto
di eventi relativi a livelli di energia dimostrabilmente inaccessibili a
qualunque verifica sperimentale. Anche nella scienza il
logos
ha dunque una sua funzione e costituisce la sola speranza per la conoscenza del
reale nel momento in cui vengono meno gli strumenti sensibili. Per quanto possa
apparire irragionevole, l'efficacia della logica offre l'ultima ancora di
salvezza al sapere, e si fonda sulla constatazione che tutto ciò che possiamo
conoscere dell'universo deve comunque adattarsi al nostro pensiero e trovare
spazio nella nostra testa, secondo il motto dell'Amleto: «Vivere nel guscio di
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