Copertina
Autore Nico Orengo
Titolo L'ospite celeste
EdizioneEinaudi, Torino, 1999, Supercoralli , Isbn 88-06-15851-3
LettoreRenato di Stefano, 1999
Classe narrativa italiana
PrimaPagina


al sito dell'editore

per l'acquisto

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 5 [ inizio libro ]

Lei, Clementina, voleva ritrovare il cranio dell'elefante scomparso quando era stata fatta brillare la barma dei Balzi Rossi. Era certa che qualche frammento dovesse ancora trovarsi fra le rocce della spiaggia.

Com'era sicura che quella fosse la testa di uno degli elefanti di Annibale, caduto nel Rodano quando il generale punico aveva tentato di attraversarlo sul ponte di barche. Cosı, la notte, mentre i genitori dormivano, lei usciva di casa con il fratello Miro.

Anche lui aveva un'ossessione in testa: quella di raggiungere l'uscita secondaria del Casinò per vedere Josephine Baker. Aveva in camera, incollato sull'armadio, un manifesto con la sua immagine e una grande scritta, come fosse la fronte di un palcoscenico: «Casinò di Montecarlo». La ballerina color del cioccolato mostrava grandi denti bianchi, una scollatura profonda e gambe lunghissime. Miro l'aveva ormai consumata con gli occhi e con le dita che passava sopra le cosce, sui seni tondi e su quel buffo gonnello di banane che le stringeva la vita. «Quelle banane», sospirava Miro, con un'eco di aggressività in gola. E spiegava a Clementina, come già fosse stato testimone oculare, che «quelle banane» erano l'accessorio di un numero spettacolare, rocambolesco e particolarmente erotico.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 16

Ma non era andata cosi. Quella notte Miro aveva deciso di aspettare Josephine Baker all'ingresso secondario del Casinò. Si era costruito due gigantesche ali con bucce di banana e si era arrampicato sopra l'ingresso del Casinò. Nei suoi piani c'era una grande planata ai piedi della Baker, una volta che l'avesse vista uscire.

E cosi andò, o quasi: quando alle cinque del mattino la Baker oltrepassò la bussola girevole del Casinò per scendere verso la Rolls-Royce che l'aspettava, Miro si era buttato verso il suo sogno. Ma non planò. Come un Icaro superbo e infelice andò a schiantarsi ai suoi piedi, maciullandosi da un gradino all'altro. La Baker aveva urlato, senza rendersi conto di quanto avveniva perché subito venne spinta in macchina. Miro rimase agonizzante fino a quando un portiere non riuscí a capire che quell'impasto giallo e rosso era umano. Allora chiamò un'autoambulanza.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 39

Fu Rinaldo, conte di Ventimiglia, a metterci un castello, lassú a Villa Giunco, verso il Mille. E lí, il 10 giugno del 1625 era nato Giovanni Domenico Cassini, mentre il paese già si chiamava Perinaldo, nel marchesato di Dolceacqua. Diocesi di Ventimiglia, feudo dei genovesi Doria.

Un suo zio notaio, Antonio Crovese, giudicandolo sveglio lo prende ai genitori e se lo porta a Vallebona, dove lo affida al padre Francesco Aprosio perché gli insegni l'abbicci della grammatica.

La terra è la stessa, con castagni e pinastri. Anche il cielo è lo stesso, o appena un poco piú in alto perché, rispetto a Perinaldo, Vallebona è piú in basso.

Si ferma poco il giovane Cassini fra le capre e i muli del paese, il suo talento lo risucchia verso il Collegio dei Gesuiti in Genova, sul mare, verso l'esercizio della «Ratio Studiorum». Davanti al cardinal Durazzo, già pochi anni dopo, è in grado di discutere di filosofia e teologia, mentre con i compagni scrive poesie e sale in palcoscenico. Quando il sole scende oltre la Lanterna consulta i trattati di Euclide, sfoglia le tavole alfonsine, nelle quali el sabio re di Castiglia, Alfonso X, aveva riassunto la scienza astronomica. Ma la sua meraviglia la riserva per quelle rodolfine ricavate dalle osservazioni celesti di Keplero e Brahe.

Sui libri impara l'astrologia divinatrice, utile agli oroscopi, le predizioni, fondamentale per entrare poi nel cielo dell'astronomia, nelle rivoluzioni di Copernico e Keplero.

E' ancora astrologo quando cambia città, da Genova a Bologna. Era il 1649 e Innocenzo X stava preparandosi a dar battaglia al duca di Parma e per questo motivo aveva assoldato in Genova il comandante Ottavio Sauli, astrologo dilettante e curioso dei movimenti celesti. Ora accadde che da comuni amici il Sauli venne a sapere che il giovane studioso Cassini guardando le stelle aveva predetto che il duca di Parma avrebbe perso lo scontro. Cosi Innocenzo X e Sauli dopo la vittoria chiamarono il Cassini a Bologna per affidarlo al piú grande cultore dell'astrologia e astronomia emiliana: il marchese di Malvasia, che aveva una specola celeste a Panzani. E fu lí che poco tempo dopo il Cassini suggerí al marchese: piú astronomia e meno astrologia.

Già dal 12 aprile del 1650 tiene da cattedratico le letture universitarie in astronomia. E' succeduto all'Archiginnasio al grande Bonaventura Cavalieri, l'autore della «Geometria degli Invisibili», dopo aver sostenuto un duro esame davanti al gesuita Riccioli e ai professori Ricci e Bettini.

I suoi occhi, mentre la bocca non si nega un tortello al ragú e qualche fetta di mortadella e i ciccioli che tanto gli piacciono, vagano, attenti, nelle pieghe del cielo. E nel Natale del 1652 vede la prima «spina celeste», una cometa. E' a Panzani dal Malvasia, chiuso nella specola, e la cometa è in alto, proprio sullo zenit di Bologna. La guarda e la riguarda e non crede che quella luce sia dovuta a esalazioni terrestri. Pensa piuttosto a un corpo celeste,

[...]

 


Scheda con 13142 bytes di citazioni.
Pubblicazione completa della scheda in attesa di autorizzazione dell'editore.

| << |  <  |