Copertina
Autore Amos Oz
Titolo Conoscere una donna
EdizioneFeltrinelli, Milano, 2000 [1992], UE 1624 , pag. 256, dim. 125x195x15 mm , Isbn 88-07-81624-5
OriginaleTo know a woman [1989]
TraduttoreAlessandro Guetta
LettoreRenato di Stefano, 2000
Classe narrativa israeliana
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Pagina 5 [ inizio libro ]

Yoel sollevò l'oggetto dallo scaffale, e lo osservò da vicino. Gli dolevano gli occhi. L'agente immobiliare pensò che non avesse sentito la domanda, e quindi la ripeté: "Vogliamo dare un'occhiata sul retro?". Anche se aveva già deciso, Yoel non si affrettò a rispondere. Era abituato a prendere tempo prima di dare una risposta, anche se si trattava di domande semplici del tipo "come stai?" oppure "cosa hanno detto al telegiornale?'. Come se le parole fossero oggetti personali dai quali non era bene separarsi.

L'agente aspettò. E intanto la stanza rimase silenziosa. Una stanza arredata in modo lussuoso: un tappeto blu scuro largo e spesso, poltrone, un divano, un tavolino basso in mogano di stile inglese, un televisore di marca estera, un grande filodendro messo nell'angolo giusto, un caminetto di mattoni rossi con dentro sei piccoli ceppi di legno accatastati, per bellezza e non per fare il fuoco. Accanto all'apertura del passavivande tra la stanza e la cucina, c'erano una tavola da pranzo nera e sei sedie nere dallo schienale alto. Erano stati tolti solo i quadri: sull'intonaco si distinguevano dei rettangoli chiari. La cucina, dietro la porta aperta, era scandinava, ed era piena di elettrodomestici moderni. Anche le quattro camere da letto che aveva visto prima gli andavano bene.

Yoel ispezionò con gli occhi e con le dita la cosa che aveva preso dallo scaffale. Era un soprammobile, una piccola statua fatta da un dilettante: una belva, un felino intagliato in legno d'olivo scuro e ricoperto da diversi strati di vernice. Aveva le mascelle spalancate e i denti scoperti.

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Pagina 40

Non gli era mai successo di immergersi in luoghi misteriosi, di seguire qualcuno in dedali di viuzze, di lottare con uomini forzuti o di installare dei microfoni segreti. Queste cose erano altri a farle. Lui doveva occuparsi di sviluppare dei contatti, di organizzare e di fissare degli incontri, di far dimenticare le paure e di dissolvere i sospetti nell'interlocutore mantenendosi lui stesso sospettoso, di creare un'atmosfera serena e allegra, come fosse un consigliere matrimoniale ottimista, e intanto penetrare come una lama affilata e con un occhio freddo e tagliente sotto la pelle dell'estraneo: davanti a lui c'era un impostore? Un impostore dilettante? Oppure un truffatore esperto e sottile? O forse soltanto un piccolo folle? Un tedesco roso da un senso di colpa storico? Un idealista che voleva cambiare il mondo? Uno squilibrato malato di ambizione? Una donna in difficoltà che aveva scelto un gesto disperato? Un ebreo della diaspora troppo entusiasta? Un intellettuale francese annoiato alla ricerca di sensazioni? Un'esca inviatagli da un avversario nascosto che osservava e rideva nel buio? Un arabo assetato di vendetta contro un nemico personale, e che per questo veniva da noi? O un inventore frustrato la cui grandezza non era riconosciuta? Queste, e altre simili, erano le categorie primarie, grossolane. Al di là di esse lo attendeva il lavoro di selezione veramente delicato.

Yoel si ostinava sempre, senza eccezioni, a decifrare il suo interlocutore prima di fare il più piccolo passo. Per lui era importante soprattutto sapere chi gli stava davanti, e perché. Qual era la debolezza che lo sconosciuto cercava di dissimulare? A quale genere di ricompensa o di risarcimento aspirava? Quale impressione cercavano di fargli, quell'uomo o quella donna? E perché proprio quell'impressione e non un'altra? Di cosa si vergognava quella persona, e di cosa, precisamente, andava fiera? Con il passare degli anni si era convinto del fatto che la vergogna e l'orgoglio fossero quasi sempre più forti di altri sentimenti più celebrati di cui parlavano tanto i romanzi. Le persone vogliono conquistare o affascinare per colmare un vuoto in se stesse. A questo vuoto così diffuso Yoel aveva dato un nome, dentro di sé: lo aveva chiamato amore, ma non lo aveva mai detto a nessuno salvo, una volta, a Ivria. Che aveva risposto senza sorpresa: "Ma è un cliché conosciuto". Yoel si era detto subito d'accordo. E forse per questo aveva rinunciato all'idea del libro. La saggezza che aveva accumulato durante gli anni di lavoro gli sembrava arida: gli uomini vogliono così. Vogliono quello che non hanno e che non potranno avere. E quello che possiedono, lo disprezzano.

E io, si sorprese a chiedersi una volta durante un viaggio notturno in un vagone semivuoto da Francofoite a Monaco, io che cosa voglio? Che cosa mi fa correre da un albergo all'altro, attraversando questi campi bui? È il dovere, si rispose in ebraico e quasi a voce alta. Ma perché io? E se all'improvviso cadessi e morissi in questo vagone vuoto, ne saprei un po' di più oppure, al contrario, tutto si spegnerebbe? È un fatto che mi trovo qui da più di quarant'anni e non ho neppure incominciato a capire come funziona. E se c'è qualcosa che funziona. Forse sì. Alle volte si scorgono qua e là dei segni di ordine. Il problema è che io non riesco ad afferrarli, e a quanto pare non ci riuscirò più. Come stanotte nell'albergo di Francoforte, quando dai petali geometrici stampati apparentemente senza un ordine preciso sulla carta da parati davanti al letto sembrava emergere qua e là una forma o una figura, ma erano bastati un leggero movimento della testa, un batter d'occhi, la distrazione di un attimo, perché quell'accenno di ordine sparisse, e c'era voluto un grande sforzo per scoprire di nuovo sulla carta delle isole di ordine, ma non identiche alle figure che erano apparse la prima volta. Forse c'è qualcosa, ma tu non sei stato destinato a decifrarla, o forse tutto è illusione. Ma non saprai nemmeno questo perché ti bruciano gli occhi e se fai il massimo sforzo per guardare dal finestrino del vagone tutt'al più potrai indovinare che stiamo attraversando un qualche bosco, ma quello che riuscirai a vedere è quasi soltanto il riflesso di una faccia conosciuta che sembra pallida e stanca, e anche piuttosto stupida. Bisogna chiudere gli occhi e rubare qualche minuto di sonno, e quello che sarà, sarà.

Tutti i suoi interlocutori gli mentivano. Eccetto il caso di Bangkok. Yoel era affascinato dalla qualità della menzogna: in che modo ciascuno costruisce le proprie menzogne? Con la forza e il volo dell'immaginazione? Senza attenzione, distrattamente? Secondo una logica e un metodo calcolati oppure, al contrario, in un modo casuale e volutamente non preordinato? I modi di costruire la menzogna erano per lui delle aperture incustodite attraverso le quali poter osservare, alle volte, all'interno del mentitore.

In ufficio aveva il soprannome di "macchina ambulante della verità". I colleghi lo chiamavano Laser. Ogni tanto provavano apposta a mentirgli su argomenti secondari, come la busta paga o la nuova centralinista. E ogni volta si sorprendevano a osservare il suo meccanismo interno in azione, che lo faceva tacere quando sentiva una bugia, poi abbassare la testa sul petto, come per un lutto, e infine osservare con tristezza: "Ma Rami, non è vero". Oppure: "Lascia perdere, Cockney, è peccato". Loro volevano scherzare, ma lui non era mai riuscito a vedere nella menzogna nessun lato spiritoso. Neppure nelle burle innocenti. Né nelle ragazzate abituali che organizzavano in ufficio per il primo aprile. Le menzogne gli apparivano come dei virus di una malattia incurabile che bisognava manipolare con grande attenzione e serietà anche tra le pareti di un laboratorio protetto. Da toccarsi con i guanti.

Lui stesso mentiva quando non aveva scelta. Ma solo quando vedeva nella menzogna l'unica e l'estrema via d'uscita, oppure la salvezza da un pericolo. In casi del genere sceglieva sempre la menzogna più semplice, senza nessun ornamento, a due passi, per così dire, dai fatti.

Una volta era andato a Budapest a sistemare un affare, viaggiando con un passaporto canadese. All'aeroporto, una donna in uniforme addetta al controllo dei passaporti gli aveva chiesto lo scopo del suo viaggio, e lui aveva risposto in francese, con un sorriso malandrino: "Spionaggio, madame". Lei era scoppiata a ridere e gli aveva apposto il timbro di ingresso sul visto.

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Pagina 90

Le sei e un quarto del mattino. Una luce grigio-azzurra e un'alba lampeggiante tra le nuvole a oriente. Un leggero vento mattutino porta l'odore lontano di erbacce bruciate. E ci sono due peri e due meli le cui foglie hanno cominciato a ingiallire per la fatica di fine estate. Yoel è in piedi dietro la casa, in canottiera e in pantaloncini corti da sport, scalzo, in mano ha il giornale ancora piegato dentro la fascetta. Anche stavolta non è riuscito a bloccare l'uomo che distribuisce i giornali. Il collo piegato all'indietro, il viso rivolto al cielo: vede stormi d'uccelli migratori in formazione di freccia che vanno verso sud. Sono cicogne? Gru? Passano ora sui tetti rossi delle villette, sopra giardini orti e prati, sono infine riassorbiti nelle piumose nuvole che brillano a sud-est. Dopo i frutteti e i campi verranno pendii rocciosi e villaggi di pietra, wadi e crepacci, ed è già il silenzio desertico e oscuro dei monti dell'Oriente avvolti in un cupo vapore, e al di là è ancora il deserto, le piatte sabbie mobili e poi gli ultimi monti. In effetti, la sua intenzione era di andare nel ripostiglio per dare da mangiare alla gatta e ai cuccioli, trovare una chiave inglese per riparare o sostituire il rubinetto che gocciola accanto alla tettoia dell'auto. Ma aspettò un attimo che l'uomo dei giornali arrivasse in fondo alla stradina e tornasse indietro, per poterlo prendere. Ma come fanno a trovare la strada? E come sanno che è tempo di partire? Supponiamo che in un punto sperso in una foresta africana sempreverde ci sia una specie di centro, una specie di torre di controllo invisibile, da cui esce giorno e notte un segnale sottile e continuo, troppo alto perché l'orecchio umano possa coglierlo, troppo acuto per i sensori più sofisticati. Il suono si proietta come un raggio trasparente dall'equatore al nord estremo, e gli uccelli lo seguono in massa per raggiungere la luce e il caldo. Yoel, come avesse avuto una piccola illuminazione, solo nel giardino i cui rami cominciavano a indorarsi al contatto con l'alba, credette per un attimo di capire, o non
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