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| << | < | > | >> |IndiceRingraziamenti VII La città crudele 1 Colera, malaria, miseria 15 Al massacro dell'Hermada 35 Il sogno di Bela Kun 51 Fare come in Russia 64 I fanti di picche 79 Storia d'amore 99 Superman con i ramponi 111 Il samba del 18 aprile 121 Le ragazze dell'alluvione 139 Rockstar a palazzo Campana 150 La frusta di Gidibì 165 Tina del Vajont 178 L'inganno del Sessantotto 190 La cartolina di Nenni 206 Piazza Fontana 219 L'enigma del Principe Nero 231 Le preghiere del Padrino 242 |
| << | < | > | >> |Pagina 15«LA campagna era persino più misera della città», raccontò Ernesto, «e si vendicava scagliando contro i borghesi di Casale la freccia avvelenata di una malattia che, solo a nominarla, ti faceva battere i trentadue: il colera. Quello che arrivò in Monferrato quando nascevano mio padre Giovanni e mia madre Caterina, i tuoi nonni.» Il colera del 1867 partì da Giarole, un paese di pianura ai limiti del circondario di Casale. Narrò il medico municipale: «Si viveva in piena tranquillità igienica, e senza alcun sospetto, quando nelle ore pomeridiane del 4 luglio, una donna, Margherita Corna, ritornata da Occimiano dove s'era recata a visitare la figlia ammalata di febbre tifoidea, fu presa da un malessere con sintomi colerici. Chiamato presto a visitarla, feci una diagnosi di febbre perniciosa. L'ulteriore andamento mi provò che ero nel vero, poiché la Corna, migliorata nel secondo giorno, ebbe nel terzo, il 6 luglio, un peggioramento parossismatico con ingruenza a freddo, seguito da morte. La notte tra il 10 e l'11 luglio recò la certezza che anche a Giarole si era sviluppata la malattia colerosa, essendo stati colpiti in modo quasi fulminante Stefano Bellingeri, d'anni 72, e Albina Roncarolo, d'anni 33. Il colera continuò fino al 20 agosto con 48 casi di cui 30 con esito letale». Il 16 luglio il morbo apparve in un comune vicino: Pomaro Monferrato, che aveva 1100 abitanti. Come si vivesse allora nelle campagne lo descrisse con minuzia il dottor Ravio Valerani, membro della Società italiana di medicina, incaricato della relazione sul caso di Pomaro: «All'amenità del sito, e alla bellezza della natura, non corrisponde degnamente l'opera dell'uomo. In Pomaro le case e i tuguri vi stanno agglomerati in ispazio ristretto. I cortili sono piccoli e ripieni di letamai e di altro sudiciume. L'interno degli abituri è quasi dovunque ingombro, malsano e insufficiente al numero delle persone che vi hanno dimora. Si aggiunga che nella vicinanza del villaggio scorre la roggia Grana, nella quale gli abitanti di questo e dei comuni vicini hanno la pessima abitudine di porre a macerazione la canapa: l'acqua vi si corrompe e ne vengono le più fetide emanazioni e i miasmi più pestilenziali. L'acqua potabile scarseggia. Il vitto è poco riparatore. Le regole igieniche sono trascurate quasi tutte. Quest'anno, infine, la scarsità del raccolto dei cereali aggravò le misere condizioni della popolazione, preparando il terreno all'invasione del terribile morbo». | << | < | > | >> |Pagina 64«QUANDO ritornai in Italia, nel febbraio del 1920», riprese Ernesto, «mi accorsi che anche noi avevamo i nostri Bela Kun. Erano i socialisti più accesi, bravissime persone, ma prigioniere di un sogno: che la rivoluzione proletaria stava per cominciare e avrebbe spazzato via i padroni, i preti e i carabinieri. Siccome avevo visto il bordello insanguinato di Budapest, ho capito che la rivoluzione non sarebbero mai riusciti a farla. Anzi, a forza di predicarla, avrebbero generato un Horthy italiano, con un'altra scopa di ferro. E difatti arrivò Benito Mussolini.» Ma bisognava farne di passi prima di veder spuntare il futuro Duce. Il passo numero uno giocò a favore dei socialisti ed ebbe un nome semplice e aspro: il carovita. Lo chiamarono così i soldati reduci dal fronte, all'inizio del 1919, quando scoprirono che tutto costava un occhio della testa. A cominciare dal pane, dal vino, dallo zucchero, per non parlare della carne, del carbone vegetale, del caffè, del lardo, del baccalà. Il massimo del rincaro riguardava la carne bovina e le patate: rispetto all'anteguerra costavano cinque volte tanto. E che tetraggine si rivedeva in giro! Le case dei poveri erano fredde. Comprarsi un vestito o un paio di scarpe risultava un affare da milionari. La luce elettrica andava e veniva senza un perché. Anche il petrolio per l'illuminazione mancava. A patire di più erano i salariati sempre in miseria e i nuovi disoccupati. Le industrie che avevano lavorato per l'esercito chiudevano o sfoltivano le maestranze. Anche i cementifici avevano ridotto la produzione di un buon terzo. A inacidire tutto, c'era la constatazione rabbiosa che il macello della guerra non aveva cambiato niente: i ricchi erano sempre ricchi e i poveri sempre poveri. L'unica differenza era che l'aria stava cambiando. Adesso, chi stentava la vita non s'accontentava più di sfottere i signori che andavano alle feste da ballo. I poveri volevano dare un giro diverso alla ruota. E intendevano fargliela pagare ai padroni: tutti prepotenti, sfruttatori del lavoro di tanti disperati, avari, dei pidocchi rifatti, pronti ad ammazzare di nuovo Gesù Cristo pur di non cedere una briciola della loro fortuna. «Anche a Casale», continuò Ernesto, «questi diseredati cercavano un santo in paradiso che li aiutasse a tirare su la testa. E di santi ne trovarono due. Uno l'abbiamo già incontrato: l'avvocato Rampini. L'altro era pure lui un avvocato e si chiamava Umberto Ricolti.» | << | < | > | >> |Pagina 190MILANO incontrò quel giovanotto umbro la sera del Sant'Ambrogio 1968. Nella bruma condita di smog, la Scala era una fortezza assediata. Reparti di polizia, in assetto antisommossa, stavano schierati a difesa di palazzo Marino, simbolo del potere comunale. Agenti dell'ufficio politico tenevano d'occhio la piazza e i luoghi vicini: l'imbocco di via Manzoni, la Galleria, via Filodrammatici, dove sorgeva il santuario di Mediobanca. Su quella scena di guerra, lui si presentò con un seguito smilzo. Ma esibì per la prima volta i segni distintivi del proprio personaggio. Una barba ben curata, né lunga né corta. Un vocione quasi da baritono. Un megafono. Un bel mantello nero da carabiniere... «Ma di chi stai parlando?» mi interruppe Ernesto. Giovanna fu più svelta di me: «Non l'hai capito? Di Capanna, di Mario Capanna, quello famoso. E di quando contestò una prima della Scala. Era lui il giovanotto in mantello e megafono. E anche con le uova marce. Le tirarono addosso alle signore che entravano nel teatro. Che brutta azione! Pensa al lavoro che c'era dietro quelle toilettes!» «Già, Capanna, l'eroe del Sessantotto», borbottò Ernesto. «Adesso che ci siamo arrivati voglio sapere come mai hai scritto così poco del Sessantotto. Dico bene o sbaglio?». «Sì e no. A quel tempo stavo al 'Giorno' di Italo Pietra e mi occupavo delle cronache lombarde. Ma ho poi raccontato, e tante volte, il seguito del Sessantotto, il suo sviluppo caotico e tragico. Così ho compreso tutto lo stesso. Con i terremoti sociali succede quel che accade con gli esseri umani: bisogna aspettare un po' per capire se butteranno bene o male.» Per la verità, dove sarebbe sfociato quel terremoto lo compresi quasi subito. E per un dettaglio che, nella mia testa, suonò come una sirena d'allarme: la prima scossa si registrò a Torino, a palazzo Campana, dove avevo incontrato i miei maestri e gettato le basi del mio avvenire. Il Movimento studentesco lo occupò il 27 novembre 1967. Tutta la faccenda durò un mese, poi, fra Natale e Capodanno, la polizia fece sloggiare gli occupanti. Quando seppi dello sgombero, pensai che avrebbero dovuto provvedere subito, sin dal primo giorno. Ci saremmo risparmiati un mese di abusi, di vandalismi, di violenze verbali, un bordello esaltato da una rabbia fanatica, senza motivo. Leggevo sbalordito le cronache dell'occupazione. E mi sembrava parlassero di un pianeta alieno. L'università che i capi del movimento descrivevano era l'opposto di quella che avevo conosciuto, appena dieci anni prima. Anche i docenti venivano dipinti con falsificazioni grottesche. Possibile che fossero tutti dei kapò nazisti? E che a palazzo Campana esistesse un lager per torturare i rampolli della borghesia torinese di sinistra che avevano deciso di fare la rivoluzione? Ansiosi di realizzare la loro utopia libertaria, i leaderini studenteschi sfoderarono subito un'arma che poi sarebbe stata usata dappertutto e contro tutti gli avversari: la deformazione sistematica della verità. Sono troppo duro nel giudizio? Dimentico i tanti ragazzi e le tante ragazze che, nel Sessantotto, scoprirono il piacere di una libertà pacifica? Può darsi. Ma quelli che li guidavano, i loro pifferai, non meritano tenerezze. Erano dei bugiardi faziosi allora. E molti hanno continuato a esserlo oggi, nell'età dei capelli grigi. Ebbero una schiera di complici, questi pifferai. Primo fra tutti, il vecchio Pci. O almeno una delle due anime del partitone rosso, allora governato da Luigi Longo. Nel giugno 1968, Giorgio Amendola scrisse su «Rinascita» che il movimento studentesco era «un rigurgito di infantilismo». Ma già nell'autunno, un giovane dirigente dal luminoso avvenire, Achille Occhetto, capovolse la frittata. E proclamò che il movimento «era parte integrante del più grande processo rivoluzionario». Quindi sentenziò, sempre su «Rinascita»: «I giovani si sono messi in cammino perché siamo entrati in una fase di movimento della lotta per abbattere il capitalismo». | << | < | > | >> |Pagina 199Una pistola, e non una spranga, mise invece nei guai un altro eroe del Sessantotto: Adriano Sofri, gran capo di Lotta continua e grandissimo sciamano, o stregone, di tutti gli aspiranti rivoltosi di quell'epoca.La prima volta che sentimmo parlare di lui mancava ancora un bel po' al terremoto sessantottino. Correva il marzo 1963, Sofri andava per i ventun anni e studiava Lettere a Pisa. Piccolino, smilzo, sul nevrotico glaciale, volto da bambino, ma sguardo indimenticabile, per i lampi cattivi. E poi cultura di quelle toste, logorrea elegante, dialettica aggressiva, da far saltare i nervi a collaudati pachidermi politici. In quel marzo, Guido Quazza, il professore della mia laurea, aveva organizzato a Pisa un corso di rilettura critica della Resistenza. Testimoni di spicco: Lelio Basso per i socialisti, Fanfani per la Dc e Togliatti per il Pci. E fu lì che Sofri sbocciò.
Anni dopo, ad Alberto Papuzzi, della «Gazzetta del popolo», Quazza raccontò
che cos'era successo: «Andai a prendere Togliatti all'aeroporto e in macchina
gli dissi: qui i più in gamba sono tutti alla sinistra del tuo partito, anche i
cattolici. Togliatti sorrise e fece una lezione come sapeva fare lui». Rievocò
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