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| << | < | > | >> |Indice
11 Approcci di cosa?
15 La rue Vilin
29 Duecentoquarantatré cartoline
illustrate a colori autentici
67 Tutt'intorno a Beaubourg
74 Passeggiate londinesi
83 Sancta sanctorum
89 Tentativo d'inventario degli
alimenti liquidi e solidi che ho
ingurgitato durante
l'anno millenovecentosettantaquattro
98 Still life/Style leaf
109 Riferimenti bibliografici
| << | < | > | >> |Pagina 11Quel che ci parla, mi pare, è sempre l'avvenimento, l'insolito, lo straordinario: articoli in prima pagina su cinque colonne, titoli a lettere cubitali. I treni cominciano a esistere solo quando deragliano, e più morti ci sono fra i viaggiatori, più i treni esistono; gli aerei hanno diritto di esistere solo quando sono dirottati; le macchine hanno come unico destino quello di schiantarsi contro i platani: cinquantadue week-end all'anno, cinquantadue bilanci: tanti sono i morti e tanto meglio per l'informazione se le cifre non fanno che aumentare! Dietro a un avvenimento ci deve essere uno scandalo, un'incrinatura, un pericolo, come se la vita dovesse rivelarsi soltanto attraverso lo spettacolare, come se l'esemplare, il significativo, fosse sempre anormale: cataclismí naturali o sconvolgimento storici, conflitti sociali, scandali politici... | << | < | > | >> |Pagina 67C'è innanzitutto, sbucando dal lato della rue Saint-Martin, la piazza, leggermente in discesa, che moderni giocolieri, funamboli e saltimbanchi hanno colonizzato spontaneamente fin dai primi giorni. Basta che ci sia un raggio di sole perché, fin dal mattino, la festa cominci: qui, un gruppo di mangiafuoco o di spezzacatene dai pettorali rilucenti e dai tatuaggi ben visibili; là, un ammaestratore di cani che sistema con pignoleria i suoi tappetini, la sua scaletta e la fragile piattaforma in cima alla quale i suoi cagnolini si metteranno gentilmente a camminare su due zampe contando fino a tredici con la coda; là, i giocolieri, i monociclisti, i mimi, i suonatori di organetti di Barberia; là ancora, un sassofonista solitario che improvvisa su My Funny Valentine, un flautista andino con due chitarristi in poncho e un suonatore di tamburo, una banda dagli ottoni ben lustri, o un quartetto d'archi che suona con grazia un pezzo di Boccherini; [...] | << | < | > | >> |Pagina 74La prima volta che vidi Londra, la trovai francamente brutta. Dovevo avere tredici anni. Le due signore del paesino del Surrey dove ero stato mandato probabilmente, diciamolo pure, per perfezionare il mio inglese, mi condussero a trascorrere una giornata a Londra dove, di quando in quando, andavano a fare spese. Non so più bene a cosa fu dovuta questa mia delusione, forse al fatto che la giornata consistette essenzialmente nell'andare da un negozio all'altro, cosa che a queh'epoca non mi interessava affatto. Mi ricordo che andammo a vedere il cambio della Guardia (changing the Guard), che passeggiammo a Hyde Park, dove venni a sapere che il laghetto si chiamava «la serpentina» e che il nome di uno dei suoi viali, chiamato Rotten Row («stradina marcia»), derivava semplicemente dalla sua antica denominazione francese «route du Roi». Credo che andammo anche a vedere il museo delle cere di Madame Tussaud. Ad ogni modo, alla fine della giornata, ero sfinito... A quell'epoca, Giorgio VI era ancora re d'Inghilterra; la carne, il tè, i dolciumi continuavano a essere razionati. Da allora sono tornato parecchie volte a Londra, a volte per qualche ora, a volte per qualche giorno. L'aereo della sera è appena decollato e già comincia la discesa su Heathrow. E ogni volta che, qualche minuto prima di posarsi, buca lo strato di nuvole e si scopre a perdita d'occhio la quadrettatura infinita dei lampioni dalla luce giallo arancio, si prova la sensazione di arrivare nella città delle città. Anche se Londra non è più da molto tempo la più grande metropoli del mondo, resta pur sempre il simbolo del mondo, resta pur sempre il simbolo stesso di quello che è una città: qualcosa di tentacolare eppure incompiuto, una mescolanza d'ordine e d'anarchia, un gigantesco microcosmo nel quale è venuto agglomerandosi tutto quello che gli uomini hanno prodotto nel corso dei secoli. Un semplice dato linguistico testimonia di questa esacerbazione cittadina: dove i francesi arrivano a malapena a sette parole per designare quello che con un termine generico si suol chiamare via (rue, avenue, boulevard, place, cours, impasse, venelle), gli inglesi ne posseggono almeno venti (street, avenue, place, road, crescent, row, lane, mews, gardens, terrace, yard, square, circus, grave, greens, houses, gate, ground, way, drive, walk ecc.); [...] | << | < | > | >> |Pagina 98La scrivania sulla quale lavoro è un antico tavolo da gioielliere, in legno massiccio, munito di quattro grandi cassetti, e il cui piano di lavoro, leggermente concavo rispetto ai bordi, probabilmente per impedire alle perle che un tempo vi venivano vagliate di cadere per terra, è tappezzato con un drappo nero a trama fitta. È illuminato da una lampada snodata, di metallo blu, dal paralume conico, fissata con una specie di sergente a uno dei ripiani sistemati in una rientranza del muro, a sinistra e leggermente oltre il tavolo. All'estrema sinistra del tavolo, si trovano due portaoggetti rettangolari, in vetro di un certo spessore, disposti l'uno accanto all'altro. Il primo contiene una gomma biancastra sulla quale è scritto in nero STAEDLER MARS PLASTIC, un tagliaunghie d'acciaio brunito, una bustina di minerva che offre su uno sfondo |
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