Copertina
Autore Bruno Pischedda
Titolo Carùga blues
EdizioneCasagrande, Bellinzona, 2003, Scrittori , pag. 250, cop.fle., dim. 130x210x20 mm , Isbn 88-7713-385-6
LettoreRenato di Stefano, 2004
Classe narrativa italiana
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Pagina 9

È una sera di fine settembre, carica alquanto. Nel vestibolo della Refezione sto maltrattando sottovoce l'intera santeria cristiana, i martiri, gli apologisti, i dottori della chiesa, sto dicendomi pirla e pirla nel timore che Clara arrivi e mi trovi conciato così, quando la porta si apre e Adriano appare di profilo sulla soglia.

- Oh... - gli faccio.

Non è stata un'idea geniale usare la moto proprio oggi, gli abiti sono marci di pioggia e bisogna che scrolli sul pavimento almeno le gambe dei pantaloni.

- Oh, 'arda che roba ... tücc masarà...

Lui mi studia appena più del dovuto. Senza scarti o commenti vigila sul lavoro di restauro. Quindi si fa consegnare il casco con i guanti, il giubbotto, la borsa a tracolla, addirittura sorride. Pare quasi che mi stia aspettando, che nel controllare la lista delle prenotazioni stavolta abbia dedicato un pensiero anche al vecchio Carùga... Ma è il dubbio di un attimo. In corridoio mi precede di qualche passo, sciolto, perfettamente consapevole delle porcellane e dei legni rustici, ogni tanto spinge un occhio all'indietro, risorride con infinita cortesia, e arrivato in fondo si arresta di botto: - Qui... - accenna, al capocameriere, - qui dal signor...

Niente. Non mi riconosce.

- Castoldi, - suggerisco, usurpando il cognome di Clara.

La Refezione è uno di quei ristoranti fuori via segnalato dalle guide buongustaie con quattro e anche cinque stellette: un posto di provincia, ma esclusivo. Occupa un casamento basso e bianco di fronte al quartiere Quadrifoglio, irto di palazzoni popolari da sempre in sospetto di mafia; su un lato ha il maneggio, con le scuderie, il galoppatoio, sull'altro lato la palestra di squash. Affisso alla controporta di entrata un piccolo cartello a colori avverte che i locali sono schermati e non danno campo né a cellulari né a cercapersone. Evidentemente Adriano non invita al rispetto del galateo, lo impone, combatte la volgarità tecnologica con la tecnologia. E fin qui tutto bene. È uno tosto Adriano, all'altezza dei tempi. Senonché la faccenda della schermatura porta dritto dritto alla faccenda numero due, le amnesie, l'halzheimer di fronte a chi ti è stato compare. Non è possibile che una cosa non implichi anche l'altra.

Siedo dove mi viene indicato e aspetto quieto che il cameriere si allontani. In una saletta disadorna al piano superiore, una saletta di risulta, quasi di disimpegno, ho vissuto uno degli ultimi momenti di gioia insieme a mia moglie Ottavia. Gioia schietta, piena. Insomma sento in modo particolare la Refezione, e se in una sera specialissima come questa ho stabilito di tornarci non e certo per insensihilità o scarsa scelta o sviste del genere, anzi è per un debito di affetto, che chiede di essere onorato al di là del romanticume e delle ipocrisie selvagge solitamente riservate agli assenti.

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Pagina 46

IV.


A dirla tutta e sincera il soggiorno autunnale in Spagna era stato non soltanto noioso, ma tribolato, di utilità incerta. Oltre a una consegna di tipo politico (assistenziale, supervisionista), e oltre a grandi, incaute speranze di lussuria cosmopolita, volle il caso che fossi munito di una mezza dozzina di libri, romanzi per lo più, che giocoforza mi ritrovai a sfogliare nelle lunghe ore di morta a casa dei miei ospiti e in ospedale. Non erano libri provenienti dalla corte in via Romanò. Appartenevano a Giuba o a qualcuno dei compagni con i quali si era messo in viaggio. Di persona, però, ero andato a prelevarli nella sede della Guardia Civil, insieme a pochi effetti personali raccolti per strada dopo l'incidente. E non senza un'ombra di ardimento, stante che almeno due su quattro tra i sinistrati, Ausilia e lo stesso Giuba, avevano visto bene di portarsi dietro la tessera dell'organizzazione comunista a cui erano affiliati. La quale tessera poteva essere benissimo andata persa, così, senza danno, occultata dagli operai di un vicino cantiere che erano accoriI subito dopo il botto o dai medici che avevano prestato le prime cure ai feriti, ma molto più facilmente era stata trattenuta dalla polizia di Franco, di sicuro informata su tutto, scafata, pronta al tatràc manettiero e all'invito su una poltrona da garrota.

Conscio di come girava la cosa e oltremodo rigido, marziale, penetrai dunque nella caserma indicatami porgendo la mano a quello che mi pareva il più alto in grado.

Inutilmente.

Era un uomo magro costui, semicalvo e con la fronte coperta di rughe. Una testuggine era, soprattutto lento, fattivo ma lento. Accertata la mia identità e trascrittala in bella grafia su un registro, mi condusse in uno stanzino di due metri per due strapieno di cartelle e portafogli, banconote sparse, passaporti di ogni nazionalità; mi fece accomodare accanto al muro, a lato della scrivania, e mentre dava disposizioni a un sottoposto sfregò due o tre volte uno zippo, antiquato e forse di valore.

Mi guardava, tenendo accesa la fiamma. Faceva radar senza muovere gli occhi.

Per via dei tendaggi pesanti lo stanzino era semibuio, le pareti avevano un tono giallo, malsano. Miliardi di sigarette dovevano essere state fumate lì dentro, da inquisiti, inquisitori, mettiamo pure turisti, lacchè del regime, e il plafone era ruvido, poroso. Un urlo entrò a un certo punto dal corridoio, e subito poi una marcia militare, una voce roca: era una radio, appena accesa, che qualcuno cercava di sintonizzare a volumi da stadio.

In ogni caso avevo sobbalzato, la sedia oltretutto era zoppa, mezza marcia, e nel tornare rigido, marziale, avevo ritrovato il suo sguardo.

- Oh, - mi veniva da dirgli, - cazzo vuoi...!

Poi fialmente fece ritorno il sottoposto, che chinandosi sulla scrivania pronunciò poche frasi sottovoce. L'uomo con i gradi mi indicò un altro registro, rilegato, per cui mi alzai, abbracciai le poche cianfrusaglie di Giuba e compagnia e sorridendo diedi avvio alle procedure di sganciamento: - Es todo, verdad? - buttai lì, in tono pratico, alla milanese.

- Todo qué...?

Avevo le ascelle umidicce. Il prurito acuto in un orecchio.

- Todo... quiero decír... lo que estaba en el coche.

Annuì, inspirando.

Era così chiaro, la roba era lì, tutta, io la prendevo e ciao, è stato bello. Ma ci voleva più tatto, più vaselina. Perciò, in modo che non m'intendesse, lo ringraziai sentitamente per la scrupolosità con cui avevano custodito il bottino e gli augurai buone cose, a lui, alla brigata che comandava e alla sua famiglia (c'era una foto sulla scrivania, di una signora vestita da zingara e di un graduato che poteva somigliargli, anche se con ancora una discreta cifra di capelli in testa, e in mano un frustino da cavallerizzo).

- No es una brigada, - disse, un occhio in sospensione, la fronte più stretta e lunga che mai, - ... ni yo soy el que manda aquí...

- Ma non importa assolutamente de nada, le assicuro.

Dopodiché feci dietrofront, e indifferente alla bellezza mozzafiato di una morettona che stava sopraggiungendo tutta scarmigliata e forse anche piangente per qualche dramma incommensurabile guadagnai l'uscita.

Dalla garitta, appena al di là di un muricciolo tempestato di spuntoni ricurvi un anziano milite considerava con disgusto palese la mia barba brada e i jeans aderenti, rattoppati davanti e di dietro tramite pezzi di stoffa multicolore, risvolti di altri pantaloni, secondo quanto suggeriva la copertina di un trentatré giri di Neil Young. Nella sacca militare americana trasportavo un plaid, uno scialle nero ancora confezionato, un registratore semidistrutto con qualche nastro, alcune scarpe spaiate, una guida Touring della Spagna del nord e una del Portogallo. Tutto inventariato, spuntato, controfirmato, oltre, appunto, all' Antologia di Spoon River, a Storia di Garabombo l'invisibile, di Manuel Scorza, Santuario di Faulkner, Eros e civiltà di Marcuse e a una copia lorda di sangue, sbaffata color cremisi, di Cent'anni di solitudine. Una specie di petardo, quest'ultimo, una scossa emotiva che mi avrebbe accompagnato per anni, facendo diventare quel romanzo l'oggetto di una propaganda instancabile, presso gli amici e i nemici, i pari, i superiori, favorendo trascrizioni e riletture veneranti: i ferri magici di Melquiades, Remedios la bella, José Aracadio legato all'albero che rifiuta di giocare a dama con padre Nicanor perché non ha mai potuto concepire una contesa tra due avversari che si dichiarano d'accordo sulle regole. Finché Rolando (di soprannome), il più straordinario, il più filosofico figlio di puttana dei tossici cesatesi non ne avrebbe utilizzato la copertina per farsi un filtro, durante un pomeriggio assolato e meditativo in una ex fattoria persa tra le colline della Toscana: me presente.

- Ma sei imbecille?

- Uh quanto la fai lunga, Carùga, pensa al plotone di esecuzione...

Non si trattava del primi libri che leggevo. Uscito dall'infanzia e dall'immediata adolescenza, dimenticati Gordon, L'intrepido, i più tardi Diabolik e Messalina, erano piuttosto i primi esemplari a stampa che esulavano da una mera circostanza ormonale; che non erano stati acquistati di soppiatto in qualche bancarella di Saronno: Tropico del cancro, Bonjour tristesse, La chiave di Tanizaki. Volumetti in edizioni ultraeconomiche, ma dalle copertine promettenti, divorati a balzi di cinque, otto, venti pagine per volta; setacciati a notte fonda e poi riposti ben camuffati con carta di giornale sotto il letto, o in un'intercapedine del muro, tra cartellette scolastiche e vecchie scartoffie di famiglia. Difficilmente mia madre, e meno che mai mio padre, avrebbe avuto a che dire. Per lei un libro era un libro. Qualunque esemplare mi scorgesse in mano, fosse anche un trattato di idraulica, veniva gratificato di un complimento, personificava, era ul Lìber: - El me fiœu al gà ul Liber semper in man, semper adrè, - l'avevo sentita dire alla madre di Grazietta, mentre portavano i paramenti per la processione sull'ingresso del cortile. Del rito, nondimeno, faceva parte proprio quello. La clandestinità, la proibizione severamente inventata, ma elusa.

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La Bindelina, la curt dal Barbisìn; di fronte, la ca' dal Giruméla, la fopa dal Butàsc, cioè la buca selvosa dove un tempo si buttavano le carogne degli animali morti, poi la curt dal Bugiùn e la piazza IV novembre, da cui usciva lo
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