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| << | < | > | >> |Indice
13 Scale mobili
16 Venire al mondo
23 Dietro il vetro
24 Intercettazioni
26 Colpe
31 Colleghi
33 La sfera di cristallo
36 La prima visita
41 Che cosa è normale?
43 Istituto d'Arte
63 La fotografia
64 Il fratello
70 Corpo a corpo
90 L'isola felice
95 Favori
102 La signorina Bauer
114 Il go-kart
120 Un bambino è più importante di un jet?
124 Lezione di equilibrio
126 Riunione genitori
130 Salvataggio al mare
141 I test
148 La preside cantante
159 Morte di una attrice
166 Un consulto tardivo
170 Tempo al tempo
175 Non te l'aspettavi
178 Una ragazza al telefono
182 Preghiere
189 Abili e disabili
192 Viaggio a Creta
201 Mettersi nei suoi panni
204 Rimproveri
207 L'elettroencefalogramma
210 Spazzatura
212 La recita
220 Convivio
231 A distanza
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| << | < | > | >> |Pagina 13La scala mobile sale al terzo piano tra scale che discendono, gradini che spariscono in alto tra le luci, pavimenti che si allontanano ai due lati, la folla che circola lentamente nel brusio. «Ti piace?» gli chiedo in un orecchio, alle spalle. «Sì» risponde senza voltarsi. Aggrappato con la sinistra al corrimano di gomma, si lascia cadere indietro, sentendo che ho le braccia aperte. Sto curvo in avanti per sorreggerlo. Quando arriviamo in cima e i gradini di ferro scompaiono nella feritoia, si arrovescia con le spalle. «Non avere paura!» gli dico, sollevandolo a fatica perché non inciampi. Si posa, con le gambe rigide, i piedi tesi, sulla moquette oltre la piastra metallica. Riesce a non cadere. Cammina. Mi guardo intorno, asciugandomi la fronte con il palmo della destra. Una signora ci guarda accigliata vicino a un ombrellone giallo, piantato in un rettangolo di sabbia che simula una spiaggia. Anch'io la guardo, sono stanco delle persone che ci guardano. Ma ecco che lancia un grido, portandosi la mano alla bocca, mentre si sente un tonfo pesante. Paolo è caduto su un fianco e ora, troppo tardi, si volta sul dorso, come gli è stato insegnato. Ha il viso contratto dal dolore, le palme inutilmente aperte sul pavimento. «Ti sei fatto male?» gli sussurro, piegandomi su di lui. Mi fa segno di no. Lo aiuto a rialzarsi, puntandogli i piedi contro i miei e tirandolo per le braccia. Una piccola folla, occhi di curiosità sgomenta, ha fatto il vuoto intorno a noi e si ritrae per lasciarci passare. «Non è niente» dico. Lo sorreggo per alcuni passi. «Va meglio?» «Si.» Gli indico, tra piccole palme dentro vasi di argilla, un bar riparato da un tetto spiovente di canne, contro un mare blu di cartone. «Vuoi che beviamo qualcosa?» «Si.» Ci sediamo a un tavolo di legno greggio, su panche rustiche. Vicino a noi un padiglione a forma di enorme squalo spalanca le fauci per racchiudere articoli di pesca. Guardo i suoi denti aguzzi che ci sovrastano in alto. Sono stremato e infelice. Gli chiedo: «Vuoi una coca-cola?» «Sì.» Gli reggo il bicchiere mentre beve. Quando ci rialziamo, gli dico: «Cammina bene. Sta' attento.» Lui procede ondeggiando come un marinaio ubriaco. No, come uno spastico. Si volta per dirmi con la sua voce stentata: «Se ti vergogni, puoi camminare a distanza. Non preoccuparti per me.» | << | < | > | >> |Pagina 36La fisiatra ci accoglie in una anticamera buia, angusta, dove ci si aggira a fatica. Certe case, come certe persone, danno il peggio di sé nel vestibolo, per poi correggere l'immagine iniziale. Ma sono solo i superficiali, diceva Wilde, a non fidarsi della prima impressione. Riusciamo laboriosamente a liberarci dei cappotti, scambiandoci il bambino: e apriamo, premendo le spalle contro il muro, un armadio di legno nero, dove li stipiamo. Entriamo poi in una stanza-palestra, con spalliere che si arrampicano lungo le pareti e un tappeto quadrato di plastica al centro di un parquet sconnesso. Il pomeriggio nebbioso stempera una luce grigia al di là delle vetrate. Siamo invitati a sederci su un piccolo divano di vimini, mentre lei sta appollaiata sopra un enorme cuscino. Si capisce che è la posizione dove si sente più a suo agio. Al telefono aveva dimenticato di dirci il suo compenso. Lo precisa ora ed è insolitamente alto. Osserva diffidente e insicura le nostre reazioni. Noi le mascheriamo con una disinvoltura altrettanto insolita. «Le va bene?» mi chiede. «Sì» mento. C'è qualcosa di sgradevole nei suoi modi, qualcosa di apprensivo e di goffo, che la rende invincibilmente estranea, oscillante com'è tra esitazione e aggressione. Me ne rendo conto solo ora, a distanza di anni. Allora, intimidito dalla incertezza della diagnosi e ansioso di essere rassicurato, mi preoccupavo dell'umore dell'oracolo, anche se ne percepivo confusamente i limiti. Quanti dialoghi dovrebbero svolgersi in tempi diversi! Occorrono talora anni per dare, almeno idealmente, le risposte adeguate. Ma l'interlocutore nel frattempo è morto o è sparito o se ne è dimenticato. Solo pochi fortunati dai riflessi fulminei hanno le reazioni che sarebbero condivise dalla memoria del futuro. Ma non possiamo imitarli, disorientati dal dubbio o pietrificati dalla sorpresa. | << | < | > | >> |Pagina 41Niente. Chi è normale? Nessuno.
Quando si è feriti dalla diversità, la prima reazione
non è di accettarla, ma di negarla. E lo si fa
cominciando a negare la normalità. La normalità
non esiste. Il lessico che la riguarda diventa a un
tratto reticente, anuniccante, vagamente sarcastico.
Si usano, nel linguaggio orale, i segni di quello
scritto: «I normali, tra virgolette». Oppure: «I cosiddetti
normali».
La normalità - sottoposta ad analisi aggressive
non meno che la diversità - rivela incrinature, crepe,
deficienze, ritardi funzionali, intermittenze, anomalie.
Tutto diventa eccezione e il bisogno della norma,
allontanato dalla porta, si riaffaccia ancora più temibile
alla finestra. Si finisce così per rafforzarlo, come
un virus reso invulnerabile dalle cure per sopprimerlo.
Non è negando le differenze che lo si combatte, ma
modificando l'immagine della norma.
Quando Einstein, alla domanda del passaporto, risponde "razza umana", non ignora le differenze, le omette in un orizzonte più ampio, che le include e le supera. È questo il paesaggio che si deve aprire: sia a chi fa della differenza una discriminazione, sia a chi, per evitare una discriminazione, nega la differenza. | << | < | > | >> |Pagina 96[...] Se qualcuno usa come epiteto spregiativo "spastico" o "mongoloide", si può essere certi che nessuno della sua famiglia lo è. Le disgrazie, fra i tanti effetti, ne hanno alcuni linguistici immediati, ci rendono sensibili al lessico interessato dal problema. Si potrebbe aggiungere, con una illazione, che uno scrittore è chi è perennemente sensibile alle disgrazie dei lessico, anche se non ne viene coinvolto. E che non aspetta di esserlo per riflettere sulle differenze dei significati. Questo contribuisce a spiegare come l'area lessicale dell'handicap sia ormai in preda alla nevrosi. Molti si chiedono perché cieco sia diventato non vedente e sordo non udente. Forse una spiegazione plausibile è che cieco definisce irreparabilmente una persona, mentre non vedente circoscrive l'assenza di una funzione.Una controprova potrebbe essere fornita dal direttore zoppo. La definizione più circospetta, quella ricorrente nell'ambito dell'handicap, sarebbe stata che aveva problemi di deambulazione. Ha problemi di linguaggio, dice la madre di un balbuziente. Una seconda definizione, che indossa signorilmente il tight della cultura, sarebbe stata claudicante. Ma il direttore claudicante tradisce irrimediabilmente una intonazione ironica. Il direttore zoppo è duro, aspro, asciutto, ostile. Ed evoca non solo una autorità indebolita da un difetto fisico, ma un diavolo che guarda dal romanzo di Lesage i tetti scoperchiati di Madrid: l'immagine che di lui volevo appunto suggerire. Dove si confermano almeno due cose: che la minorazione è sempre una carta ingiuriosa da giocare al momento opportuno; e che tra quanti sono colpiti dall'handicap la solidarietà non è sempre la dote più ricorrente. | << | < | > | >> |Pagina 164Negli ultimi mesi aveva acquistato una visione lenticolare del tempo. Viveva non giorno per giorno, ma ora per ora. Avendo superato i novant'anni, limite che lei aveva imperiosamente assegnato al destino, si sentiva una sopravvissuta. E aderiva con una intensità sconcertante al presente, senza rimpianti né speranze.Coltivava con cure assidue un piccolo orto, a una estremità del giardino. A me appariva sempre visionaria, come da bambino. Ma mentre allora non condividevo le sue illusioni, ora ascoltavo con interesse i suoi racconti sulla crescita dei legumi. Era diventata visionaria nel piccolo. Questo l'aveva resa comprensiva anche nei confronti dell'handicap. Prima lo odiava, ora amava i suoi spazi di serenità. Non chiedeva più dove Paolo falliva, ma dove si divertiva, dove stava bene. E le lacrime che ricacciava sorridendo erano di gioia malinconica.
Forse non le sarebbe spiaciuto sentire le parole
che un vecchio prete, vibrante nella voce gagliarda
e arrochita, aveva pronunciato davanti alla sua bara, la
mattina delle esequie. Aveva parlato di vita,
non di morte, di risurrezione del corpo, non di
dissolvimento, di luce sfolgorante, non di buio. Di
una felicità che aveva disorientato le maschere dei
presenti, quelle serene dei congiunti e quelle gravi
e austere dei turisti del lutto. Non aveva avuto parole per
lei e l'avevo considerato un segno provvidenziale, perché le
sarebbero apparse comunque inadeguate.
Dopo quella strana cerimonia, forse più vicina al
tempo delle origini che agli orari della metropoli,
forse più prossima a una festa che a un funerale,
mi era parso, uscendo dalla chiesa, di accompagnarla a un
ultimo viaggio tra i campi. E mentre
nella mattina di giugno, calda e limpida, seguivamo
l'automobile con la bara in una strada di campagna,
costeggiata da muri a secco e sovrastata dagli alberi,
pensavo al sole che lei aveva imparato
ad amare e che brillava tra i rami, remoto e vicino.
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