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| << | < | > | >> |Pagina 3Domenica, 29 marzo (notte tra sabato e domenica) Aveva i baffi più duri che mai; tanto che una mosca vi avrebbe potuto camminare sopra come un condannato su una passerella di una nave pirata. Solo che nessuna mosca avrebbe potuto sopravvivere dentro una cella frigorifera a trenta gradi sotto zero: e neanche Néstor Schiaffino, capocuoco, pasticciere rinomato per la sua bravura nel preparare il cioccolato fondant, padrone di quei baffi biondi e congelati. E così lo avrebbero trovato alcune ore dopo: con gli occhi sbarrati e attoniti, ma ancora con una certa distinzione nel portamento; gli artigli graffiavano la porta, è vero, ma conservava lo strofinaccio appeso alla fettuccia del grembiule, benché uno non badi tanto a queste civetterie quando la porta di una cella Westinghouse dell'80, due metri per uno e cinquanta, si è appena chiusa automaticamente alle sue spalle con un clac. E clac è l'ultimo suono che si percepisce prima di stupirsi per la sfortuna atroce, cavolo, non può essere, perché l'incredulità precede sempre la paura, e poi: Dio mio, non mi è mai successa una cosa simile, anche se prima di andarsene i custodi lo avevano avvertito e anche se in un posto ben in vista della cucina c'è un avviso in tre lingue riguardo l'opportunità di non dimenticare alcune fastidiose precauzioni, come alzare il chiavistello per evitare che la porta della cella si chiuda per sbaglio. Non ci si può mai fidare del tutto di questi vecchi marchingegni. Ma per l'amor di Dio, ci avrò messo non più di due minuti, o tre al massimo, a impilare le mie dieci scatole di tartufi al cioccolato. Eppure la porta ha fatto clac, non c'è dubbio. Clac, hai fatto un bel pasticcio, Néstor. Clac, e adesso? Guarda l'orologio: le lancette fosforescenti segnano le quattro del mattino, clac, e lui è lì, al buio, dentro la grande cella frigorifera di questa casa di vacanza, adesso quasi vuota dopo una festa a cui forse hanno partecipato una trentina di invitati... Ma pensiamo, pensiamo, perbacco, si dice, chi sono le persone rimaste qui a passare la notte? Vediamo: ci sono i padroni di casa, naturalmente. Anche Serafin Tous, quel vecchio amico dei signori arrivato all'ultimo momento. Il caso vuole che Néstor l'avesse conosciuto qualche settimana prima, anche se molto brevemente, è vero. Poi ci sono i due impiegati della sua ditta di catering La Morera y el Muérdago a cui aveva chiesto di rimanere per aiutarlo a mettere in ordine il giorno dopo: Carlos Garda, suo buon amico, e anche il ragazzo nuovo (Néstor non ricorda mai subito il suo nome). Karel? Karol? Sì, Karel, quel ragazzo culturista ceco così sveglio in tutto, che può sia sbattere a neve i bianchi d'uovo che scaricare cento casse di Coca-Cola senza il minimo affanno, mentre canticchia Lágrimas negras, un son caraibico, ma con uno spiccato accento praghese. Chi di loro sentirà le sue grida, accorrerà ai colpi contro la porta, ai ripetuti calci, bang, bang, che gli rimbombano nella testa come fossero altrettanti calci al cervello? Cavolo, non può essere, in trent'anni di lavoro neanche un incidente, che ironia del destino. Chi l'avrebbe mai detto, Néstor, di colpo tante disgrazie tutte in una volta? Qualche mese prima ti trovano un cancro ai polmoni e poco dopo, quando hai più o meno assimilato quella terribile notizia, ti ritrovi chiuso al buio dentro un frigorifero. Dio santo, morire di cancro è una disgrazia, ma dopotutto succede a un quinto dell'umanità; morire congelato sulla Costa del Sol, invece, è semplicemente un'idiozia. Calma, non succede niente. Néstor sa che la tecnologia americana, persino la più vecchia, ha previsto tutto. Da qualche parte, forse vicino allo stipite della porta, ci sarà bene un dispositivo di emergenza che, di sicuro, sicurissimo, farà suonare un campanello in cucina e allora qualcuno lo sentirà; prima di tutto bisogna mantenere la calma e pensare. Quanto può resistere un uomo con addosso una giacchetta bianca e dei pantaloni di cotone a quadretti a trenta gradi sotto zero? Più di quanto si può immaginare, coraggio, vecchio, e la mano tasta con abbastanza serenità (date le circostanze) su e giù per il muro, a destra no!, attenzione, Néstor. Le sue dita si sono appena scontrate con qualcosa di gelato e sottile. Mannaggia la miseria, nelle celle frigorifere ci sono sempre animali morti, lepri, conigli dai baffi ispidi... | << | < | > | >> |Pagina 76In quel momento Carlos ebbe modo di notare quella strana peculiarità dell'indovina che la rendeva diversa dal resto degli esseri umani: Madame Longstaffe aveva due profili completamente diversi. Per esempio, adesso, con la fronte bassa e i capelli tirati indietro, non sembrava più Gunilla von Bismarck, perché tutt'a un tratto aveva subito un'improvvisa metamorfosi che la trasformava nella sosia di Malcolm McDowell, cosa che, per Carlos, che aveva visto da poco Arancia meccanica alla televisione, fu un vero choc. La guardò di nuovo incredulo ed, effettivamente, ecco lì la Longstaffe - con un'aria terribile, a cui mancava solo il particolare dello stiletto e dell'unico ciglio finto sotto l'occhio sinistro -, tutta concentrata a frugare nei cassetti della scrivania, finché, una volta trovato quel che cercava (un mazzo di carte sgualcite), girò di nuovo la testa per ridiventare la sosia della Bismarck, un aspetto che risultava molto più tranquillizzante.«...Insomma, madame», sentì dire all'amico Néstor, che, spinto dal silenzio che regnava, si era visto obbligato a ripetere la fine del suo discorso, «perciò siamo venuti da lei. Le dico già, più che leggergli l'avvenire "Con i tarocchi o cose del genere, quel che vuole questo ragazzo è un filtro, lei mi capisce, qualche magia che gli permetta di trovare una donna che assomigli il più possibile alla ragazza del quadro, un capriccio, sa, ma io ho delle buonissime referenze sui suoi poteri, signora.» «Che cosa sa di me?» l'interruppe di colpo la veggente, e la sua faccia da vecchia Barbie tedesca sembrava spaventata. «Lei sa molto di tante persone, troppo, direi...» Néstor all'inizio sorrise allungando una mano al di sopra della scrivania per toccare il braccio della fattucchiera, mentre la copriva di lodi. Ma poi serrò sempre di più il pugno, come chi vuole esprimere con un gesto qualcosa che la buona educazione non permette di formulare a parole. «Bene, bene, come vuole», si sorprese la Longstaffe, poco abituata a simili reazioni da parte dei clienti. «Scusatemi... non voglio dare l'impressione di intromettermi, ma... Ma», aggiunse all'improvviso, con nuova energia, e girando la faccia per sembrare McDowell, «lasci che le sveli qualcosa molto brevemente. Dimentichiamoci un attimo del ragazzo e parliamo di lei: mi è sembrato di vedere un avvenimento del suo futuro che le converrebbe conoscere.» Probabilmente la mano di Néstor, ancora sul braccio della fattucchiera, non fece in tempo a riprendere la pressione comminatoria, infatti lei continuò sullo stesso tono: «Lei soffre di una malattia incurabile, gliel'avranno già diagnosticata; cancro, vero? Be', allora le farà piacere sapere che non morirà di...» Pacche decise adesso da parte di Néstor, una specie di Morse minaccioso che dovette ordinare qualcosa come «stia zitta una buona volta, vecchia strega, non dica altro», infatti la signora ritirò il braccio con la stessa sorpresa che se avesse ricevuto una beccata da uno dei suoi uccelli impagliati. Nonostante ciò, qualche secondo dopo, come se invece di essere una fattucchiera dalla faccia mutevole fosse un boy-scout obbligato a dire sempre e solo la verità, aggiunse: «Mi permetta almeno di avvisarla, signore. Davvero non vuole che parliamo della salute dei suoi polmoni, né dei grandi pericoli che celano i frigoriferi o i tartufi al cioccolato...? E le ricette di cucina? E cosa mi dice dei taccuini con la copertina di tela cerata? Anche di questi non vuole saperne niente?» La vecchia parla a vanvera, è chiarissimo, pensò Carlos, ma naturalmente non disse nulla. | << | < | > | >> |Pagina 121Signor Antonio Reig Pensione Los Tres Boquerones Sant Feliu de Guixols Madrid, 14 marzo... Carissimo Antonio, Non sai quanto mi dispiace per quello che mi racconti nella tua lettera. Uno chef della tua taglia rovinato, messo al bando! e costretto a prepararsi pietanze qualsiasi su un fornello sopra il lavabo di una squallida pensione; sembra davvero terribile. Mi parli dei tuoi problemi con l'artrosi: è certamente un pericolo in agguato per chi coltiva la nostra arte. Per fortuna, nel mio caso, il destino ha deciso di risparmiarmi almeno questo peso, è pur sempre qualcosa.
Sfortunatamente, io non posso darti lavoro, Antonio. La mia
piccola ditta mi permette appena di coprire le spese, soprattutto in questo
periodo, ma non ti preoccupare, qualcosa troveremo. Nella tua lettera mi chiedi
(a proposito, l'artrosi si nota specialmente dal tuo modo di scrivere, povero
amico mio, quanto dolore c'è in quelle linee storte e in quella calligrafia
infantile che tu adorni con civetteria scrivendo con l'inchiostro verde) di
aiutarti a trovare l'indirizzo dei signori Teldi, di cui tanto ti ho parlato
nella mia. Perché lo vuoi?
Immagino che sarà per chiedere loro di aiutarti in questo brutto frangente.
Adesso non so dove cercarlo, ma guarda un po' che casualità: due o tre giorni fa
ho visto la loro fotografia su una di quelle belle riviste straniere. Ricordi
l'aspetto che aveva lo spagnolo Teldi, allora, negli anni Settanta, quando la
sua fortuna cominciava a crescere? Devo dire che, almeno fisicamente, non è
cambiato molto, ha sempre un'aria distinta e un po' impettita. Perché ti
interessa tanto?
Parli molto di lui nella tua lettera e non so cosa dirti. Era davvero un tipo
strano Ernesto Teldi; anche se già all'epoca la buona società lo considerava
un personaggio rispettabilissimo, tu insistevi sempre che c'era qualcosa di
sospetto dietro a tanta mitezza e tante buone maniere. In realtà, se hai
scoperto che nasconde qualche scheletro nell'armadio, non me ne hai mai parlato
e, in ogni caso, ora come ora deve essere uno scheletro molto vecchio e senza
importanza; i peccati dei ricchi si dimenticano così facilmente... non è vero?
Peccata minuta,
caro Reig. In ogni caso, forse potrà esserti utile qualcuna di
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