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| << | < | > | >> |Pagina 9 [ inizio libro ]Quando si trattò di avere per la prima volta a pranzo il signor di Norpois, siccome mia madre diceva che era proprio un peccato che il professar Cottard fosse in viaggio e che lei avesse smesso del tutto di frequentare Swann, perché l'uno e l'altro senza dubbio avrebbero interessato l'ex ambasciatore, mio padre rispose che un convitato eminente, un illustre scienziato come Cottard non poteva mai sfigurare in un pranzo, ma Swann, con la sua ostentazione, e quel suo modo di strombazzare le conoscenze piú insignificanti, era un volgare sbruffone che il marchese di Norpois avrebbe di sicuro giudicato, secondo la sua espressione, "pestifero". Ora questa risposta di mio padre richiede qualche parola di spiegazione: alcuni ricorderanno forse un Cottard molto mediocre e uno Swann che portava alla piú estrema delicatezza, in materia mondana, modestia e discrezione. Ma per quanto riguarda il secondo, era accaduto che allo "Swann figlio" e anche allo Swann del Jockey, il vecchio amico dei miei genitori aveva aggiunto una personalità nuova (e che non doveva essere l'ultima), quella di marito di Odette. Adattando alle umili ambizioni di quella donna, l'istinto, il desiderio, la destrezza che aveva sempre possedute, Swann si era insegnato di costruirsi, molto al disotto dell'antica, una posizione nuova, e appropriata alla compagna che doveva occuparla con lui. Ora, egli vi appariva un altro uomo. Siccome (pur continuando a frequentare da solo i suoi amici personali, a cui non voleva imporre Odette quando non gli chiedevano spontaneamente di conoscerla) era una seconda vita quella iniziata in comune con la moglie, in mezzo ad esseri nuovi, sarebbe stato ancora comprensibile se, per valutare il grado sociale di questi, e di conseguenza il piacere d'amor proprio che poteva provare nel riceverli, si fosse servito, come termine di paragone, non delle persone piú brillanti che formavano il suo ambiente prima del matrimonio, ma delle conoscenze anteriori di Odette. Ma, quando si sapeva inoltre che coloro con cui egli desiderava stringere rapporti erano funzionari ineleganti, donne tarate, ornamento dei balli ministeriali, dava stupore sentirlo, lui che un tempo e anche adesso dissimulava con tanta grazia un invito di Twickenham o di Buckingham Palace, stamburare che la moglie di un sottocapo di gabinetto era venuta a restituire la visita alla signora Swann.| << | < | > | >> |Pagina 13Ma, per quanto riguarda Norpois, c'era soprattutto il fatto che, in una lunga pratica della diplomazia, egli si era imbevuto di quello spirito negativo, abitudinario, conservatore, detto "spirito di governo" e che è, infatti, proprio di tutti i governi e, in particolare, sotto tutti i governi, delle cancellerie. Norpois aveva attinto dalla "carriera" l'avversione, il timore e il disprezzo di quei metodi piú o meno rivoluzionari, e per lo meno scorretti, che sono i metodi delle opposizioni. Salvo che nel caso di qualche illetterato del popolo e della società, per cui la differenza dei generi è lettera morta, ad avvicinare gli uomini non è la comunanza delle opinioni, ma la consanguineità degli spiriti. Un accademico del genere di Legouvé, e che parteggerebbe per i classici, avrebbe applaudito piú volentieri l'elogio di Victor Hugo fatto da Maxime du Camp o da Mézières che non quello di Boileau fatto da Claudel. Un medesimo nazionalismo basta ad avvicinare Barrès ai suoi elettori, che non devono fare molta differenza fra lui e Georges Berry, ma non a quei suoi colleghi dell'Académie che, avendo le sue opinioni politiche ma un'altra mentalità, gli preferiranno perfino avversari come Ribot e Deschanel, a cui, a loro volta, dei fedeli monarchici si sentono molto piú vicini che non a Maurras e a Léon Daudet, i quali tuttavia si augurano anche loro il ritorno del re. Avaro di parole non soltanto per un'abitudine professionale di prudenza e di riserbo, ma anche perché le parole hanno maggior prezzo, offrono piú sfumature agli occhi di uomini i cui sforzi di dieci anni per riavvicinare due paesi si riassumono, si traducono - in un discorso, in un protocollo - in un semplice aggettivo, apparentemente comune, ma nel quale essi vedono tutto un mondo, Norpois passava per un uomo molto freddo, alla Commissione dove sedeva accanto a mio padre, e dove tutti si congratulavano con quest'ultimo dell'amicizia che gli dimostrava l'ex ambasciatore. Di essa mio padre era il primo a meravigliarsi, perché, essendo in generale poco affabile, era abituato a non vedersi cercare fuori dalla cerchia dei suoi intimi, e lo confessava con semplicità.| << | < | > | >> |Pagina 46«Mio Dio» disse Norpois (ispirandomi sulla mia intelligenza dubbi piú gravi di quelli che solitamente mi torturavano, quando vidi che ciò ch'io mettevo mille e mille volte sopra me stesso, ciò che vi era per me di piú elevato al mondo, era per lui all'ultirno gradino della scala dell'ammirazione), «io non condivido codesto modo di vedere. Bergotte è quel che io chiamo un sonatore di flauto; bisogna riconoscere, del resto, che lo suona in maniera piacevole, anche se molto manierata, piena di affettazione. Ma infine è soltanto questo, e non è gran |
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