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| << | < | > | >> |Pagina 9 [ inizio libro ]IL PIGOLAR mattutino degli uccelli sembrava insulso a Françoise. Ogni parola delle "donne" la faceva sussultare; intrigata da ogni lor passo, era sempre a domandarsene la direzione: avevamo cambiato casa. Non che ci fosse minor movimento di domestici nel "sesto piano" della nostra casa di prima; ma quelli li conosceva, e i loro andirivieni le eran divenuti cosa nota ed amica. Mentre ora persino il silenzio la induceva in una attenzione dolorosa. E poiché il nuovo quartiere sembrava tanto calmo quanto era rumoroso il viale sul quale dava la nostra vecchia casa, bastava il canto (che anche di lontano, quando è fievole, risuona come un motivo d'orchestra) di un uomo che passava, per far venire le lagrime agli occhi di Françoise in esilio. Cosí, se io avevo riso di lei quando, disperata di dover lasciare un casamento dove eravamo "cosí ben stimati da tutti" aveva fatto le valige piangendo secondo il rito di Combray, e dichiarando superiore a tutte le case possibili quella che era stata la nostra, io, che assimilavo le cose nuove con la stessa facilità con cui lasciavo le antiche, mi ravvicinai invece alla nostra vecchia governante, quando vidi che l'installazione in una casa dove essa non aveva ancor ricevuto dal portiere (che non ci conosceva) quei segni di considerazione indispensabili alla sua buona nutrizione morale, l'aveva messa in uno stato prossimo al deperimento. Essa sola poteva comprendermi. Né certo l'avrebbe potuto fare il servitorello ai suoi ordini, per il quale l'eser nato a Combray contava cosí poco, e cambiar di casa, stabilirsi in un altro quartiere era come entrare in un periodo di vacanze in cui la novità delle cose offriva le stesse distrazioni d'un viaggio: gli pareva d'essere in villeggiatura, e un raffreddore gli suggerí, come un "colpo d'aria" preso in ferrovia per un finestrino mal chiuso, la deliziosa impressione d'aver visitato nuovi paesi: ad ogni sternuto egli si rallegrava d'aver trovato un posto cosí "chic", lui che aveva sempre desiderato una "casa" dove si viaggiasse molto.| << | < | > | >> |Pagina 61Ma Françoise per prima mi diede l'esempio (che io avrei compreso solo piú tardi, quando questa lezione mi fu inflitta di nuovo e assai piú dolorosamente, come si potrà vedere negli ultimi volumi di quest'opera, da una persona che mi era piú cara), che la verità non ha bisogno di venir pronunciata per esser detta, e che forse è possibile coglierla con piú sicurezza, senza aspettar le parole e anzi senza tenerne alcun conto, da mille segni esteriori, e persino in certe alterazioni invisibili, analoghe nel mondo dei caratteri a quel che sono, nel mondo fisico, i mutamenti atmosferici. Io avrei potuto forse sospettarlo dato che, allora, accadeva anche a me spesso di dire delle parole in cui non c'era nessuna verità, mentre io la manifestavo con tante confidenze istintive del mio corpo e dei miei gesti (confidenze che erano molto bene interpretate da Françoise): avrei potuto forse sospettarlo, ma per riuscirci bisognava che io avessi saputo d'essere allora talvolta falso e bugiardo. Ora la falsità e la menzogna erano in me, come in tutti, suggerite in un modo cosí immediato e occasionale, come un'istintiva difesa, da un mio particolare interesse, che il mio spirito, fisso a un suo bell'ideale, lasciava che il mio carattere sbrigasse nell'ombra quelle bisogne urgenti e basse, senza voltarsi a guardare. Quando Françoise, la sera, era particolarmente gentile con me, e mi chiedeva il permesso di sedersi a fianco al letto, mi sembrava che il suo viso divenisse trasparente e di scorgere in lei la bontà e la franchezza. Ma Jupien, che aveva certi lati di indiscrezione i quali mi furono noti piú tardi, rivelò poi che essa andava dicendo che io non valevo la corda per impiccarmi e che avevo cercato di farle tutto il male possibile. Queste parole di Jupien subito mi misero avanti, in una colorazione ignota, una lastra dei miei rapporti con Françoise cosí differente da quella sulla quale io mi compiacevo spesso di riposare i miei sguardi, e nella quale (con la massima nettezza) Françoise mi adorava e non perdeva mai occasione di celebrarmi, che io capii che non è solo il mondo fisico a differire in sé dall'aspetto sotto il quale noi lo vediamo, ma che qualunque realtà è forse tanto dissimile da quella che noi crediamo di percepire direttamente e che noi componiamo con l'aiuto di certe idee che non hanno bisogno di apparirci per agire, quanto sarebbero diversi gli alberi il sole e il cielo visti da noi, se fossero percepiti da esseri con gli occhi fabbricati in modo diverso dai nostri, o che possedessero per tale ufficio degli organi al tutto diversi dagli occhi, che dessero degli alberi e del cielo e del sole degli equivalenti non visivi.| << | < | > | >> |Pagina 246Ciascuna delle nostre azioni, delle nostre parole, dei nostri atteggiamenti, è separato dal "mondo", dalle persone che non li hanno direttamente percepiti, da un mezzo la cui permeabilità varia all'infinito e resta per noi sconosciuta: avendo appreso per esperienza che un certo discorso importante che noi avremmo desiderato vivamente che si propagasse (come quelli cosí entusiasti che un tempo facevo |
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