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| << | < | > | >> |Pagina 9 [ inizio libro ]
Malattia della nonna.
Malattia di Bergotte.
Il duca e il medico.
Declino della nonna.
Sua morte.
RIATTRAVERSAMMO il Viale Gabriel, affollato dal
passeggio. Feci sedere la nonna su una panchina e andai a
cercare un fiacre. Lei, dal cui punto di vista io mi ero
sempre situato per giudicare anche la persona piú
insignificante, mi stava ora davanti chiusa e lontana, era
diventata una parte del mondo esterno; e io mi trovavo
obbligato a tacerle quello che pensavo del suo stato, la mia
inquietudine, piú di quel che avrei fatto coi primo che
passava: non avrei potuto parlargliene con maggior sincerità
che con un estraneo. Essa mi aveva ora restituito i
pensieri, i dolori che, dalla mia infanzia, le avevo
confidati per sempre. Non era morta ancora; ma io ero già
solo. E persino quelle allusioni che essa aveva fatto ai
Guermantes, a Molière, alle nostre conversazioni sul
"piccolo nucleo", prendevano un'aria senza base, gratuita,
fantastica; perché uscivano da quello stesso essere che,
domani forse, non sarebbe piú esistito, per il quale queste
cose non avrebbero piú nessun senso: da quel nulla -
incapace di accoglierle - che sarebbe divenuta presto la
nonna.
«Ma signore, io non dico di no; ma non avete preso appuntamento con me, non avete il numero. E poi, non è il mio giorno di visite. Avrete pure un vostro medico; e io non posso sostituirini a lui, a meno che egli non mi faccia chiamare in consulto. E' una questione deontologica...» | << | < | > | >> |Pagina 38
Visita di Albertine.
Prospettive di ricchi
matrimoni per alcuni
amici di Saint-Loup.
Lo spirito dei Guermantes
davanti alla
principessa di Parma.
Mia strana visita al
signor di Charlus:
comprendo sempre meno
il suo carattere.
Gli scarpini rossi
della duchessa.
Benché fosse soltanto che una domenica d'autunno, io mi
ero sentito rinascere, l'esistenza era intatta davanti a me,
poiché , quella mattina, dopo una serie di belle giornate,
c'era stata una fredda nebbia che si era dissipata solo sul
mezzodí. Ora, un cambiamento di tempo basta a ricreare il
mondo e noi stessi. Prima, quando il vento soffiava nel
caminetto, io ascoltavo i colpi che egli batteva contro la
chiudenda con la stessa emozione che se, simili ai famosi
colpi d'archetto con cui si apre la Sinfonia in do minore,
fossero stati gli irresistibili richiami di un misterioso
destino. Ogni cambiamento a vista della natura ci offre
una trasformazione del genere, adattando all'essere nuovo
delle cose i nostri desideri armonizzati. La bruma, fin dal
mio risveglio, aveva fatto di me, invece di quell'essere
centrifugo che noi siamo nelle belle giornate, un uomo
ripiegato su se stesso, desideroso dell'angolo d'un camino e
di un letto da dividere con qualcuno: Adamo freddoloso in
cerca di una Eva sedentaria, in quel mondo cosí diverso.
Nel dolce grigiore d'una campagna al mattino e nel gusto
d'una tazza di cioccolata, io rinchiudevo tutta
l'originalità della mia vita fisica intellettuale e morale,
quale l'avevo condotta circa un anno prima a Doncières, e
che, segnata dalla forma oblunga d'una collina spoglia
(sempre presente anche, quand'era invisibile) riuniva in me
una serie di piaceri interamente distinti da tutti gli
altri, incomuriicabili a un amico, nel senso che le
impressioni riccamente intrecciate fra loro, che li
arricchivano, li caratterizzavano per me anche a mia
insaputa, molto piú dei fatti che avrei potuto
raccontare. Da quel punto di vista il mondo nuovo nel
quale mi aveva immerso la bruma di quel mattino, era un
mondo a me già noto (il che gli conferiva una maggior
verità), e da qualche tempo dimenticato (il che gli ridava
tutta la sua freschezza). E io potei contemplare alcuni di
quei quadri di bruma che la mia memoria aveva registrato,
specialmente certi "mattini a Doncìères", come quel primo
giorno in caserma, o un'altra volta in un castello dei
dintorni dove Saint-Loup m'aveva portato a passare una sera:
dalle cui finestre, avendone scostate le tendine all'alba
del dí seguente, prima di tornare a letto, nel primo quadro
un cavaliere, e nel secondo (sulla sottile striscia di
bordura fra lo stagno e un bosco, che sola emergeva dalla
dolcezza liquìda e uniforme della bruma) uno stafficre che
stava lucidando una correggia, mi erano apparsi come quei
rari personaggi, appena distinguibìli all'occhio obbligato
ad adattarsi al mistero della penombra, che emergono da
un affresco cancellato.
| << | < | > | >> |Pagina 43Albertine stavolta rientrava a Parigi piú presto del solito. In genere arrivava soltanto con la primavera, cosicché, già turbato da qualche settimana dai temporali sui primi fiori, io non distinguevo, nel piacere che provavo, il ritorno di Albertine da quello della bella stagione: bastava che mi dicessero che era a Parigi ed era passata da me, perché io la rivedessi come una rosa sulla riva del mare. Non so neppur bene se fosse il desiderio di Balbec o di lei che mi invadeva allora: forse il desiderio di lei era quasi una forma pigra molle e incompleta di possedere Balbec: come se possedere materialmente una cosa, fare d'una città la propria residenza, equivalesse a possederla spiritualmente. E d'altronde, anche materialmente, quando essa si trovava non piú oscillante |
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