Copertina
Autore Marcel Proust
Titolo I Guermantes [vol. 2]
SottotitoloAlla ricerca del tempo perduto
EdizioneMondadori, Milano, 1959, Il bosco 45
OriginaleLe côté de Guermantes [1921]
TraduttoreMario Bonfantini
LettoreRenato di Stefano, 1964
Classe narrativa francese
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Pagina 9 [ inizio libro ]

                Malattia della nonna.
                Malattia di Bergotte.
                Il duca e il medico.
                Declino della nonna.
                Sua morte.
RIATTRAVERSAMMO il Viale Gabriel, affollato dal passeggio. Feci sedere la nonna su una panchina e andai a cercare un fiacre. Lei, dal cui punto di vista io mi ero sempre situato per giudicare anche la persona piú insignificante, mi stava ora davanti chiusa e lontana, era diventata una parte del mondo esterno; e io mi trovavo obbligato a tacerle quello che pensavo del suo stato, la mia inquietudine, piú di quel che avrei fatto coi primo che passava: non avrei potuto parlargliene con maggior sincerità che con un estraneo. Essa mi aveva ora restituito i pensieri, i dolori che, dalla mia infanzia, le avevo confidati per sempre. Non era morta ancora; ma io ero già solo. E persino quelle allusioni che essa aveva fatto ai Guermantes, a Molière, alle nostre conversazioni sul "piccolo nucleo", prendevano un'aria senza base, gratuita, fantastica; perché uscivano da quello stesso essere che, domani forse, non sarebbe piú esistito, per il quale queste cose non avrebbero piú nessun senso: da quel nulla - incapace di accoglierle - che sarebbe divenuta presto la nonna.

«Ma signore, io non dico di no; ma non avete preso appuntamento con me, non avete il numero. E poi, non è il mio giorno di visite. Avrete pure un vostro medico; e io non posso sostituirini a lui, a meno che egli non mi faccia chiamare in consulto. E' una questione deontologica...»

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Pagina 38

                Visita di Albertine.
                Prospettive di ricchi
                    matrimoni per alcuni
                    amici di Saint-Loup.
                Lo spirito dei Guermantes
                    davanti alla
                    principessa di Parma.
                Mia strana visita al
                    signor di Charlus:
                    comprendo sempre meno
                    il suo carattere.
                Gli scarpini rossi
                    della duchessa.
Benché fosse soltanto che una domenica d'autunno, io mi ero sentito rinascere, l'esistenza era intatta davanti a me, poiché , quella mattina, dopo una serie di belle giornate, c'era stata una fredda nebbia che si era dissipata solo sul mezzodí. Ora, un cambiamento di tempo basta a ricreare il mondo e noi stessi. Prima, quando il vento soffiava nel caminetto, io ascoltavo i colpi che egli batteva contro la chiudenda con la stessa emozione che se, simili ai famosi colpi d'archetto con cui si apre la Sinfonia in do minore, fossero stati gli irresistibili richiami di un misterioso destino. Ogni cambiamento a vista della natura ci offre una trasformazione del genere, adattando all'essere nuovo delle cose i nostri desideri armonizzati. La bruma, fin dal mio risveglio, aveva fatto di me, invece di quell'essere centrifugo che noi siamo nelle belle giornate, un uomo ripiegato su se stesso, desideroso dell'angolo d'un camino e di un letto da dividere con qualcuno: Adamo freddoloso in cerca di una Eva sedentaria, in quel mondo cosí diverso. Nel dolce grigiore d'una campagna al mattino e nel gusto d'una tazza di cioccolata, io rinchiudevo tutta l'originalità della mia vita fisica intellettuale e morale, quale l'avevo condotta circa un anno prima a Doncières, e che, segnata dalla forma oblunga d'una collina spoglia (sempre presente anche, quand'era invisibile) riuniva in me una serie di piaceri interamente distinti da tutti gli altri, incomuriicabili a un amico, nel senso che le impressioni riccamente intrecciate fra loro, che li arricchivano, li caratterizzavano per me anche a mia insaputa, molto piú dei fatti che avrei potuto raccontare. Da quel punto di vista il mondo nuovo nel quale mi aveva immerso la bruma di quel mattino, era un mondo a me già noto (il che gli conferiva una maggior verità), e da qualche tempo dimenticato (il che gli ridava tutta la sua freschezza). E io potei contemplare alcuni di quei quadri di bruma che la mia memoria aveva registrato, specialmente certi "mattini a Doncìères", come quel primo giorno in caserma, o un'altra volta in un castello dei dintorni dove Saint-Loup m'aveva portato a passare una sera: dalle cui finestre, avendone scostate le tendine all'alba del dí seguente, prima di tornare a letto, nel primo quadro un cavaliere, e nel secondo (sulla sottile striscia di bordura fra lo stagno e un bosco, che sola emergeva dalla dolcezza liquìda e uniforme della bruma) uno stafficre che stava lucidando una correggia, mi erano apparsi come quei rari personaggi, appena distinguibìli all'occhio obbligato ad adattarsi al mistero della penombra, che emergono da un affresco cancellato.

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Pagina 43

Albertine stavolta rientrava a Parigi piú presto del solito. In genere arrivava soltanto con la primavera, cosicché, già turbato da qualche settimana dai temporali sui primi fiori, io non distinguevo, nel piacere che provavo, il ritorno di Albertine da quello della bella stagione: bastava che mi dicessero che era a Parigi ed era passata da me, perché io la rivedessi come una rosa sulla riva del mare. Non so neppur bene se fosse il desiderio di Balbec o di lei che mi invadeva allora: forse il desiderio di lei era quasi una forma pigra molle e incompleta di possedere Balbec: come se possedere materialmente una cosa, fare d'una città la propria residenza, equivalesse a possederla spiritualmente. E d'altronde, anche materialmente, quando essa si trovava non piú oscillante
[...]

 


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