Copertina
Autore Marcel Proust
Titolo La prigioniera
SottotitoloAlla ricerca del tempo perduto
EdizioneMondadori, Milano, 1963 [1961], Il bosco 77
OriginaleLa prisonnière [1923]
TraduttorePaolo Serini
LettoreRenato di Stefano, 1965
Classe narrativa francese
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Pagina 7 [ inizio libro ]

I
VITA COMUNE CON ALBERTINE


Sin dal mattino, la testa ancora vòlta verso la parete, e prima ancora d'aver visto, sopra i grandi tendaggi della finestra, di qual colore fosse la striscia luminosa del giorno, sapevo già che tempo faceva. Me lo avevano appreso i primi rumori della strada, secondo che mi giungevano smorzati e deviati dall'umidità o vibranti come frecce nell'area risonante e vuota d'un mattino spazioso, glaciale e puro; sin dal rotolío del primo tram, avevo intuito se se ne stava intirizzito nella pioggia o se era in partenza per l'azzurro. E, forse, quei rumori erano stati anch'essi preceduti da qualche emanazione piú rapida e penetrante, che, insinuatasi attraverso il mio sonno, vi diffondeva una tristezza foriera della neve o vi faceva intonare, da un certo minuscolo personaggio intermittente, cosí numerosi cantici alla gloria del sole da trar seco per me - che, ancora mezzo assopito, cominciavo a sorridere, mentre le mie palpebre chiuse si preparavano a rimaner abbagliate - un assordante risveglio musicale. Del resto, in quel periodo, la vita esterna la percepii soprattutto dalla mia camera. So che Bloch raccontò che, quando la sera mi veniva a trovare, sentiva come il rumore d'una conversazione; siccome mia madre era a Combray e nella mia camera non trovava mai nessuno, ne arguí che parlassi da solo. Quando, molto tempo dopo, seppe che, in quel periodo, Albertine abitava con me, comprendendo che l'avevo nascosta a tutti, dichiarò che adesso capiva perché, in quell'epoca, non volevo mai uscire. Egli s'ingannava. Era scusabilissimo, del resto, perché la realtà, pur essendo necessaria, non è mai prevedibile. Chi apprende intorno alla vita d'un altro un particolare esatto ne trae subito conseguenze che non sono tali e vede nel fatto nuovamente scoperto la spiegazione di cose che non hanno con esso nessuna relazione.

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Pagina 370 [ fine libro ]

Quando, cosí, la partenza di Albertine non avrebbe piú presentato nessun inconveniente, bisognava scegliere una bella giornata come quella - ce ne sarebbero state molte, d'ora innanzi, - una giornata in cui lei mi fosse indifferente e io tentato da mille desideri; lasciarla uscire senza rivederla, poi, alzarmi, e prepararmi in fretta, e lasciarle un biglietto: e, profittando del fatto che, non potendo lei in quel periodo recarsi in nessun luogo che mi turbasse, avrei potuto, mettendomi in viaggio, non raffigurarmi nessuna delle brutte cose che ella avrebbe potute compiere - e che in quel momento mi sembravano, del resto, assolutamente indifferenti, - partire, senz'averla riveduta, per Venezia.

Suonai il campanello, per dire a Françoise di comperarmi una guida e un orario ferroviario, proprio come avevo fatto da ragazzo, quando avevo voluto predisporre un viaggio a Venezia: attuazione di un desiderio non meno violento di quello che provavo in quel momento. Dimenticavo che, poi, avevo sodisfatto, ma senz'averne nessun piacere, un altro desiderio: quello di Balbec; e che Venezia, essendo anch'essa un fenomeno visibile, non avrebbe forse potuto realizzare meglio di Balbec un sogno ineffabile: quello dell'epoca gotica attualizzata da un mare primaverile; sogno che veniva, di tanto in tanto, a blandire il mio spirito con un'immagine magica, carezzevole, ineffabile, misteriosa e confusa.

Alla mia scampanellata, Françoise entrò, piuttosto preoccupata di come avrei preso le sue parole e la sua condotta.

«Ero molto seccata» mi disse «che il signore oggi tardasse tanto a sonare. Non sapevo che cosa fare. Stamane alle otto la signorina Albertine mi ha chiesto i suoi bauli; non osavo dirle di no, avevo paura che il signore mi sgridasse, se lo avessi svegliato. Ho cercato invano di catechismarla, di convincerla ad aspettare un'ora, sperando sempre che il signore sonasse; lei non ha voluto: mi ha lasciato questa lettera per il signore, e alle nove è partita.»

Allora - a tal punto possiamo ignorare quel che abbiamo dentro di noi, dacché io ero convinto che Albertine mi fosse divenuta indifferente, - il respiro mi venne meno, mi tenni il cuore con le mani, d'improvviso madide di un sudore che non avevo piú conosciuto dopo la rivelazione sull'amica della signorina Vinteuil fattami da Albertine nel trenino, senza che potessi dir altro fuor che: «Ah! sta bene. Naturalmente, avete fatto benissimo a non svegliarmi, lasciatemi solo un minuto, vi richiamerò tra poco».

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