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| << | < | > | >> |Pagina 9 [ inizio libro ]L'intero giorno, in quella dimora di Tansonville un po' troppo campagna, che aveva appena l'aria d'un luogo di siesta fra una passeggiata e l'altra o durante l'acquazzone: una di quelle dimore dove ogni salotto ha l'aria d'un chiosco tra la verzura e dove, sulla tappezzeria delle camere, le rose dal giardino in una, gli uccelli dagli alberi nell'altra v'hanno raggiunto e vi fan compagnia - isolati nondimeno, giacché erano vecchie tappezzerie dove ogni rosa se ne stava separata quel tanto che avrebbe permesso, se fosse stata viva, di coglierla, ogni uccello di metterlo in gabbia e addomesticarlo, senza nulla delle abbondanti decorazioni delle camere d'oggi dove, su un fondo argenteo, tutti i meli della Normandia son venuti a profilarsi in stile giapponese per allucinare le ore che si trascorrono in letto, - l'intero giorno lo trascorrevo nella mia camera che dava sulle belle verzure del parco e i lilla dell'ingresso, sulle foglie verdi degli alti alberi in riva all'acqua, scintillanti di sole, e sul bosco di Méséglise. E, se un motivo avevo per guardar tutto ciò con piacere, in fondo era soltanto perché potevo dirmi: "E' bello aver tanto verde alla finestra della propria camera", fino al momento in cui nel vasto quadro verdeggiante non riconobbi, questo però dipinto in blu scuro, semplicemente perché piú lontano, il campanile della chiesa di Combray: non già una mia immaginazione di quel campanile, bensí il campanile stesso, che, ponendomi cosí sotto gli occhi la distanza nello spazio e negli anni, era venuto, in mezzo alla luminosa verzura e con tutt'altro tono, cosí scuro da sembrar quasi soltanto disegnato, a iscriversi nel riquadro della finestra. Se poi uscivo un momento di camera, in fondo al corridoio, ch'era orientato differentemente, scorgevo come una fascia di scarlatto la tappezzeria di un salottino, la quale altro non era che una semplice mussolina ma rossa, pronta a incendiarsi se vi batteva un raggio di sole. | << | < | > | >> |Pagina 35Una delle prime sere da che ero di nuovo tornato a Parigi, nel 1916, avendo voglia di sentir parlare dell'unica cosa che allora m'interessasse, la guerra, uscii, terminata la cena, per andare a trovare la signora Verdurin che era, insieme alla signora Bontemps, una delle regine di quella Parigi della guerra che faceva pensare al Direttorio. Come per lo spargimento d'una piccola dose di lievito, con apparenza di generazione spontanea, giovani donne se n'andavano in giro l'intero giorno acconciate con alti turbanti cilindrici, come avrebbe potuto esserlo una contemporanea di Madame Tallien. Per civismo, portando tuniche egizie dritte, scure, molto "guerra" su gonne cortissime, calzavano sandali allacciati con corregge che ricordavano il coturmo secondo Talma, o alte ghette rammemoranti quelle dei nostri cari combattenti. Appunto, spiegavano esse, perché non dimenticavano di dover rallegrare gli occhi di tali combattenti, erano tornate ad abbigliarsi non solo con toelette "flosce", ma, di nuovo con gioielli evocanti l'esercito nel motivo della loro decorazione, quando la materia stessa di questi non provenisse dall'esercito, non fosse stata lavorata nell'esercito. In luogo d'ornamenti egizi rammemoranti la campagna d'Egitto, ecco ora anelli o braccialetti composti con schegge di proiettile o di ghiere da 75, e accendisigari messi insieme mediante due soldi inglesi, cui un soldato era riuscito a dare, nel suo nascondiglio, una patina tanto bella che il profilo della regina Vittoria vi sembrava tracciato da Pisanello. E sempre perché ci pensavano di continuo, dicevano esse, portavano appena appena il lutto quando un loro congiunto cadeva, con la scusa che il loro dolore era "misto d'orgoglio", il che permetteva, nell'incrollabile certezza della vittoria finale, una cuffia di crespo inglese bianca (dal graziosissimo effetto, e tale da autorizzare qualsiasi speranza), come permetteva altresí di sostituire il cachemire d'una volta col satin e la mussola di seta, e perfino di conservare le perle "senza tuttavia venir meno al tatto e alla correttezza che sarebbe inutile ricordare a delle francesi". | << | < | > | >> |Pagina 153La nuova casa di salute dove mi ritirai allora non mi guarí meglio della precedente; e molto tempo trascorse prima ch'io la lasciassi. Durante il percorso in ferrovia mentre tornavo a Parigi, il pensiero della mancanza di doti letterarie che già m'era parso di scoprire in me sulla strada di Guermantes, e che avevo dovuto ammettere con tristezza ancor maggiore durante le mie passeggiate quotidiane con Gilberte, prima di rincasare per la cena a notte molto inoltrata, a Tansonville, dove la sera prima di lasciare tale proprietà l'avevo in certo modo identificata, leggendo alcune pagine del Journal dei Goncourt, con la vanità, con la falsità della letteratura; tale pensiero, meno doloroso forse ma ancor piú tetro se gli davo ad oggetto non una mia particolare deficienza, ma l'inesistenza dell'ideale cui avevo creduto; tale pensiero che da un pezzo non mi s'era ripresentato alla |
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