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| << | < | > | >> |Indice1. Oltre lo Zero pag. 7 2. Une perm au casino Hermann Göring pag. 237 3. Nella Zona pag. 363 4. La Forza Contraria pag. 787 | << | < | > | >> |Pagina 9Un grido s'avvicina, attraversando il cielo. È già successo prima, però niente di paragonabile ad adesso.Ormai è troppo tardi. L'Evacuazione prosegue, ma è tutta scena. Le luci dei vagoni sono spente. Sono spente anche fuori. In alto, sopra la sua testa, si ergono le travi oblique, vecchie quanto la regina di ferro, e più in alto ancora una vetrata in grado di lasciar filtrare la luce del giorno. Sennonché è notte. La vetrata cadrà giù - presto - sarà un crollo temibile, spettacolare, il crollo di un palazzo di cristallo. Però avverrà nel buio più totale, senza neppure un barlume di luce a rischiararlo, un grande schianto invisibile e nient'altro. L'uomo se ne sta seduto nell'oscurità vellutata di quella carrozza a più piani senza niente da fumare, avverte il fremito del metallo, vicino e lontano, che sfrega e si aggancia, gli sbuffi di vapore, una vibrazione che si propaga lungo il telaio della carrozza, un senso di sospensione, di disagio; gli altri passeggeri schiacciati attorno a lui, i deboli, le pecore secondarie, i quali hanno esaurito la loro scorta di tempo e di fortuna: ubriachi, vecchi reduci di guerra ancora sotto shock vent'anni dopo per un fuoco d'artiglieria, lestofanti in abito borghese, derelitti, donne sfinite in possesso di una quantità disumana di marmocchi, ammassati in mezzo alle altre masserizie da mettere in salvo. Solo le facce a lui più vicine sono in qualche modo visibili, e per giunta somigliano alle immagini semiargentate che si vedono nel mirino di una macchina fotografica, alle facce dei VIP intraviste dietro i finestrini verdi delle auto blindate che sfrecciano per la città... Hanno cominciato a muoversi. I vagoni sfilano via lenti, lasciano la stazione principale, il centro, e si spingono nei sobborghi più vecchi e più desolati della città. L'uscita è veramente di qua? I passeggeri si voltano per guardar fuori dai finestrini, nessuno però ha il coraggio di fare domande, per lo meno non ad alta voce. Piove. No, di qua non si va da nessuna parte, non ci si libera, anzi, ci si aggroviglia sempre più - si infilano sotto i passaggi a volta, entrate segrete di cemento armato putrefatto, sembrano passanti ferroviari, ma in realtà non lo sono... sopra il loro capo passano alcuni tralicci di legno annerito, nell'aria ora si sente l'odore di carbone dei tempi lontani, degli inverni che sapevano di nafta, delle domeniche senza traffico, delle concrezioní coralline, misteriosamente vitali, cresciute lungo le curve cieche, sopra i raccordi solitari, un odore acre nato nell'assenza di materiale rotabile, l'odore della ruggine che avanza, che matura in quei giorni di svuotamento totale, luminosi e profondi, soprattutto all'alba, quando le ombre blu sigillano il suo passaggio, nel tentativo di riportare gli eventi allo Zero Assoluto... più si addentrano nei sobborghi più lo scenario si fa desolato... sono le città dei poveri, posti segreti, in sfacelo, dal nome a lui sconosciuto... i muri si sgretolano, i tetti si fanno sempre più scarsi, così come le loro probabilità di rivedere la luce. La strada, invece di allargarsi come ci si sarebbe aspettato, si restringe sempre più, si fa sempre più tortuosa, le curve si fanno sempre più strette finché all'improvviso, decisamente troppo presto, il convoglio si infila sotto l'ultimo arco: i freni scattano, bloccandosi con un rumore tremendo. È una sentenza senza appello. Il convoglio si è fennato. Sono arrivati al capolinea. Tutti gli sfollati ricevono l'ordine di scendere. Si muovono lentamente, ma senza far resistenza. I soldati incaricati di smistarli portano una coccarda color piombo e non parlano. Il posto in cui sono arrivati è un albergo enorme, molto vecchio e molto buio, un prolungamento metallico del sistema di binari e di scambi che li ha portati fin lì... Appesi alle elaborate gronde in ferro battuto vi sono dei globi dipinti di verde scuro, spenti da secoli... la folla avanza silenziosa, senza mormorii o colpi di tosse, lungo i corridoi diritti e funzionali quanto le corsie di un magazzino... le superfici rivestite di velluto nero assorbono il movimento: si sente un odore di legno vecchio, di aria stantia, di ali remote appena riaperte per ospitare quella calca di anime, un odore di intonaco freddo, dove han trovato la morte tutti i topi, solo i loro fantasmi, infissi nelle pareti, brillano ancora ostinati, immobili come dipinti preistorici... gli sfollati vengono fatti salire a gruppi sull'ascensore: un ponteggio mobile di legno aperto da tutti i lati, sollevato da vecchie funi incatramate che girano su pulegge di ghisa dai raggi a forma di S. A ogni piano, i passeggeri scendono e scompaiono nel buio... esistono migliaia di queste stanze ovattate, senza luce... Alcuni restano ad aspettare da soli, altri condividono le loro stanze invisibili. Sì, propio così, invisibili. Del resto, che importanza possono avere i mobili, a questo punto? Le suole delle loro scarpe frantumano la lordura più antica della città, la cristallizzazione finale di tutto ciò che la città ha negato ai propri figli, ricorrendo alle minacce e alle menzogne. Ognuno di loro, in tutto quel tempo, ha sentito una voce che pensava parlasse a lui solo: «Non credevi davvero che qualcuno t'avrebbe salvato. Su, andiamo... Ormai lo sappiamo tutti, chi siamo. Chi poteva prendersi la briga di salvare proprio te, vecchio mio...?» Non c'è via d'uscita. L'unica cosa da fare è starsene giù distesi ad aspettare, senza muoversi e senza fare rumore. Il grido sta ancora attraversando il cielo. Quando cadrà, verrà giù al buio, oppure porterà con sé la propria luce? E la luce verrà prima o dopo? | << | < | > | >> |Pagina 38Era stato un venerdì sera, il settembre scorso. Slothrop aveva appena finito di lavorare e si stava dirigendo verso la stazione della metropolitana di Bond Street, la mente già assorbita dal fine settimana che lo aspettava e dalle sue due ausiliarie, Norma e Marjorie, a cui non doveva far sapere l'una dell'altra. Proprio mentre stava allungando la mano per togliersi la caccola dal naso, all'improvviso nel cielo dietro di lui, lungo il fiume, a chilometri di distanza, memento mori, aveva sentito uno schianto secco e subito a seguire una forte esplosione, simile al rombo di un tuono. Ma non era un tuono. Alcuni secondi dopo, questa volta davanti a lui, il rombo si era ripetuto, forte e chiaro, su tutta la città. Tiro a forcella. Non era una bomba volante, non era opera della Luftwaffe. «Non è neppure un tuono», aveva detto ad alta voce, perplesso.«Sarà una di quelle maledette condutture del gas», aveva esclamato una signora, in mano il cestino vuoto della colazione, gli occhi gonfi per la lunga giornata, che gli aveva rifilato una gomitata nella schiena mentre passava. «No, sono i tedeschi...» aveva replicato la sua amica, la frangetta bionda arricciata nascosta sotto un foulard a scacchi - la quale si stava ora esibendo in un numero mostruoso, «sono i tedeschi che vengono a prender questo qua», e, alzando le mani verso Slothrop, «gli piacciono gli americani, soprattutto quelli belli cicciottelli...» Tempo un minuto e avrebbe allungato la mano per pizzicargli la guancia, scuotendola avanti e indietro. «Salve, bellezza», aveva detto Slothrop. La ragazza si chiamava Cynthia. Slothrop era riuscito a farsi dare il suo numero di telefono prima che lei gli facesse ciao ciao con la manina, riassorbita dalla folla dell'ora di punta. Era uno di quei grandi pomeriggi plumbei tipici di Londra: il sole veniva lentamente sciolto in trefoli dal respiro di un migliaio di camini che scodinzolavano all'insù, senza pudore. Quel fumo era qualcosa di più del respiro del giorno, della forza oscura - era una presenza viva che si spostava maestosa per la città. La gente andava di qua e di là, attraversando strade e piazze. Gli autobus avanzavano in uno stridio metallico, a centinaia, sul lunghi viadotti di cemento consunti da anni di uso impietoso, di cupa tetraggine, addentrandosi nel grigio della caligine, nel nero dell'untume, nel rosso del piombo, nel pallore dell'alluminio, fra mucchi di rottami che svettavano alti come caseggiati, lungo le linee secondarie che sfociavano nelle strade intasate di traffico, piene di convogli militari, di altri autobus alti, di autocarri col telone, di biciclette e di automobili, ciascuno con una origine e una destinazione diversa, muovendosi in un flusso compatto, avanzando ogni tanto a singhiozzo, il tutto sovrastato dalle immense rovine gassose del sole fra le ciminiere, i palloni di sbarramento, le linee elettriche e i camini marroni, scuri come il legno invecchiato degli interni, un marrone che s'incupisce, diventa quasi nero per un istante - forse il vero momento del tramonto - che per voi è vino, vino e consolazione. Il momento preciso: le 18.43.16, ora legale britannica. Il cielo vibrava ancora, come il tamburo della Morte, e l'uccello di Slothrop - Come ha detto, scusi? Sì, guardate pure dentro le sue mutande tattiche, il suo uccello si sta rizzando furtivo, pronto a saltar su - be', santo cielo, che cosa l'aveva eccitato a tal punto? Come rivela il suo passato e, che il Signore lo aiuti, anche il suo fascicolo personale, Slothrop è stranamente sensibile alle rivelazioni del cielo. (Sì, va bene, ma un'erezione...?) Al suo paese d'origine, Mingeborough, nel Massachusetts, nel cortile della chiesa congregazionalista, su una vecchia lapide in schisto, si vede la mano di Dio emergere da una nuvola, i suoi contorni, dopo duecento anni, appaiono erosi, cesellati dal fuoco e dal ghiaccio delle stagioni. Sulla pietra si legge l'iscrizione:
A Ricordo di Constant
Slothrop, morto addì,
4 marzo 1766, nel suo 29.mo
anno di vita.
La morte è un debito che
Alla natura si deve pagare,
Io l'ho fatto, ora sei tu
Che lo devi saldare.
Constant aveva visto, e non solo col cuore, la mano di
pietra emergere da quelle nuvole secolari e puntare decisa
verso di lui, i suoi contorni disegnati da una luce
accecante, sopra il mormorio del fiume e i lunghi pendii
azzurri delle sue Berkshires, così come sarebbe successo a
suo figlio Variable Slothrop e, in verità, in un modo o
nell'altro, a tutta la sua stirpe, ruzzolando all'indietro,
risalendo lungo i rami delle nove o dieci generazioni di
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