Copertina
Autore Caterina Rapetti
Titolo Storie e filastrocche della Lunigiana
EdizioneMuzzio, Roma, 2003 [1985], Fiabe italiane 1 , pag. 156, cop.fle., dim. 130x220x17 mm , Isbn 88-7413-092-9
CuratoreCaterina Rapetti
Prefazione diBruno Pianta
LettoreLuca Vita, 2004
Classe
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Indice

Premessa, 11

C'era una volta..., 15

FIABE E STORIE

Il lupo e la volpe, 23
Leonzio, 25
Pipetta, 27
Agostino, 29
Gli anni del diavolo, 31
San Martino e il diavolo, 33
Il diavolo e la festa da ballo, 35
Il diavolo e il contadino, 36
La processione, 38
La processione di Miettin, 39
L'uomo e la processione, 40
La Piana della bilancia, 42
La Piana d'la balanza, 44
Bighelón, 46
Scarplin, 47
La gamba di legno, 48
La ragazza del ballo, 50
Serafino, 52
L'unzione dei trenta, 53
Lo stagnino, 54
L'uomo con il piviale e la candela, 55
La sorella del parroco, 56
La veglia nel seccatoio, 57
Le bestie che parlano, 59
Due pomodori e un'arancia, 60
Il mortaletto d'oro, 64
La bambina e la vecchina, 66
Le due sorelle e la fata, 68
La favola di Belinda, 70
L'acqua verde, 73
Pampotin, 75
Il matto e il savio, 78
Ammazzacento, 80
L'omino dall'erba miracolosa, 82
Le quaglie magiche, 84
Pipetta e il mercante, 86
La camicia del prete, 88
Le noci del prete, 90
La predica, 91
La vacca e la somara, 93
Il contadino e il frate, 95
Un uomo devoto, 96
L'uomo che non andava mai in chiesa, 97
L'uomo e i crocifissi, 98
Pierino e la polenta, 99
La leggenda della Madonna del Monte, 100
La leggenda della Madonna della neve, 101

FILASTROCCHE

Baleta i a pers la se rguleta..., 104
La mama la dis a Pierin..., 108
Su da Vala canta al gal..., 112
Catarina pia cl'om, 114
A gh'era n'om..., 115
Din don campanon..., 116
Stanga berlanga..., 118
Pizza galin galon galà..., 119
Prin pusel. . ., 120
Cavalin, a rò, arò..., 121
Filastrocche "blasoni" sugli abitanti dei paesi, 122
Filastrocche brevi, 124

PREGHIERE

Pater noster pizinin, 129
Ama Dio e non falir, 131
Canta canta rosa e fior, 132

PROVERBI

I mesi, il tempo e l'agricoltura, 136
Vita quotidiana, 144

Bibliografia e note, 149

 

 

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Pagina 36

IL DIAVOLO E IL CONTADINO



C'ERA UNA VOLTA UN CONTADINO molto povero; un giorno trovò un campo e cominciò ad ararlo. In quel momento arrivò il diavolo che era il padrone del campo e disse:

"Questo terreno è mio, quindi prendi i tuoi attrezzi e vattene!".

Il contadino lo supplicò:

"Per favore, ho una famiglia che sta morendo di fame, ho moglie e cinque figli...".

Il diavolo pensava di essere furbo e rispose:

"Va bene, ti lascio coltivare il campo ma a una condizione: divideremo il raccolto in due parti: tu prenderai quello che esce dalla terra e io quello che rimane sotto".

Il contadino fu d'accordo e iniziò a seminare il grano.

Passarono i mesi e il diavolo, vedendo come lavorava quell'uomo, diceva:

"Lavora, lavora, sciocco, che io raccoglierò il frutto delle tue fatiche!".

Giunto il tempo della mietitura, il contadino raccolse il grano e lo trebbiò, ottenendone cento sacchi pieni, mentre il diavolo andava prendendo quello che era rimasto, cioè stoppie e radici.

Al mercato il grano dell'uomo venne pagato molto bene, mentre il diavolo fu preso a calci.

"Mi hai imbrogliato!" gridava.

"Ti ho imbrogliato? Il contratto che mi hai proposto è state rispettato!".

"Va bene, non parliamone più, però la prossima volta io prenderò il sopra e tu il sotto".

Anche questa volta il contadino arò bene il campo, seminò le patate e le curò con impegno.

Il diavolo lo guardava faticare e, come sempre, gridava:

"Lavora, lavora, sciocco, che io raccoglierò il frutto delle tue fatiche!".

Quando le patate furono pronte per la raccolta, il diavolo cominciò ad ammucchiare le foglie, mentre il buon contadino raccoglieva le patate.

Al mercato egli gridava:

"Patate, patate belle!" e la gente si affollava intorno a lui.

Il diavolo a sua volta: "Foglie, belle foglie!".

La gente cominciò a canzonarlo; egli si arrabbiò e fece un tale putiferio che finì per essere bastonato e scacciato.

Da quel giorno il contadino rimase padrone del campo e da allora visse felice e contento.

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Pagina 50

LA RAGAZZA DEL BALLO



C'ERA UNA VOLTA un ragazzo che era venuto a casa in licenza da militare. Alla sera, insieme ad alcuni suoi amici, andò a ballare a una festa. I suoi amici avevano tutti la ragazza, invece lui era solo e se ne stava in disparte perché non sapeva con chi ballare.

A un certo punto vide una ragazza sola come lui, le si avvicinò chiedendole perché non ballava, lei gli rispose che non conosceva nessuno.

Si misero così a parlare e poi a ballare insieme; verso mezzanotte il ragazzo le chiese se poteva accompagnarla a casa e la ragazza accettò.

S'incamminarono e a un certo punto lei disse:

"Che freddo fa!".

Lui si tolse la giacca e gliela mise sulle spalle.

Dopo aver camminato per un bel po', la ragazza disse:

"Io sono arrivata, è meglio che ci lasciamo qui" e fece il gesto di levarsi la giacca per restituirgliela, ma egli esclamò:

"Tienila, me la ridarai domani" e si salutarono.

Il giorno seguente il ragazzo si recò nello stesso posto ma la ragazza non c'era. Dopo aver aspettato un po' chiese alla gente se l'avevano vista ma nessuno la conosceva.

Allora si incamminò e, sulla strada del ritorno, vide il cancello del cimitero aperto e decise di andare a trovare i suoi morti. Entrò e la prima cosa che notò fu la sua giacca sopra una tomba; si avvicinò e vide la fotografia della ragazza con la quale aveva ballato al ricevimento e lesse sulla tomba che era morta da molto tempo. Prese la giacca e tornò a casa esterrefatto.

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Pagina 80

AMMAZZACENTO



C'ERA UNA VOLTA un ragazzo, pigro e fiaccone, che viveva con la madre vedova.

La mamma non poteva mangiare perché erano poveri, non potevano comprare il cibo e il figlio non voleva lavorare.

Un giorno la madre disse a Giovanni, il figlio: "Senti, non vuoi lavorare? Allora vai in cucina, c'è una ricottina, se la vuoi mangiala, ma, se non lavori, non mangerai più niente".

Il figlio, affamato, andò in cucina ma la ricotta era piena di mosche, ci diede una manata e la ricotta schizzò via. Allora alzò la mano e contò quante mosche aveva ucciso; erano cento, così si battezzò Ammazzacento.

Andò in giro a cercare lavoro ma tutti, impauriti dal suo nome, dicevano che lavoro non ce n'era.

Un giorno, affamato, si imbatté in una casa con la porta aperta; entrò, chiamò, ma non c'era nessuno. C'erano però quattro piatti sulla tavola e lui, stanco, si addormentò.

Quando si svegliò vide quattro uomini che gli chiesero: "Chi sei?" e lui:

"Mi chiamo Ammazzacento e voi chi siete?"

"Siamo i padroni di casa, che cosa fai qui?"

"Ho fame, datemi da mangiare".

Dopo che ebbe mangiato, si addormentò e nel sonno sentiva "Ca but?". Credendo che gli buttassero cibo, rispondeva: "T butta pur...". Dunque:

"Ca but?"

"E butta pur..."

"Ca but?"

"E butta pur...".

Quando si svegliò nella stanza c'erano quattro gattoni invece di quattro uomini che gli dissero: "Gioca a carte".

Giocarono e vinsero i gattoni, ma lui disse: "Tagliatevi le unghie perché voi, con le unghie lunghe, barate!".

Prese l'accetta e invece di tagliare le unghie, gli tagliò le mani. Così arrivò a casa ricco sfondato: il paese l'aveva riempito di doni perché l'aveva salvato dalla maledizione degli stregoni e madre e figlio poterono mangiare e vissero felici e contenti.

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Pagina 84

LE QUAGLIE MAGICHE



IN UN PICCOLO PAESE, nella casa di due contadini, il marito un giorno disse alla moglie che andava in città per comprare del nuovo bestiame.

La moglie, appena il marito se ne fu andato, chiamò l'amante per farlo venire a casa sua e incominciò a preparare una buona cena, come non aveva mai fatto al marito.

Venne all'improvviso un temporale e il marito, che era in cammino, decise di ritornare a casa.

Quando arrivò, trovò l'uomo e ci rimase male, ma la moglie gli spiegò, per calmarlo, che era lì perché aveva una cosa che poteva farli diventare ricchi.

L'uomo, infatti, dichiarò che aveva tre quaglie magiche sotto il cappello e che attraverso loro avrebbe potuto ottenere tutto quello che desiderava.

Il marito allora chiese un arrosto ed era nel forno; poi espresse il desiderio di una minestra con la pasta migliore e anche questa vi fu.

Ormai era quasi convinto, ma, senza che egli se ne accorgesse, i due scapparono.

Egli tentò di far apparire altre cose, ma non ci riuscì; allora guardò sotto il cappello ma non c'era niente e lui si arrabbiò molto accorgendosi d'essere stato burlato.

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Pagina 86

PIPETTA E IL MERCANTE



C'ERA UNA VOLTA un contadino di nome Pipetta, aveva tanti animali tra cui un asino. Il contadino affermava che l'animale, insieme allo sterco, buttava fuori marenghi, invece non era vero.

Passava di lì un mercante che comperava asini: Pipetta sotto a questo asino aveva messo un lenzuolo che serviva come letto, il mercante domandò perché ci aveva messo quel lenzuolo e Pipetta gli rispose: "Perché alla notte caga marenghi".

Il mercante gli disse: "A qualsiasi prezzo lo voglio comperare".

E Pipetta glielo vendette.

Quando il mercante lo portò a casa, tutte le mattine aspettava che, sul lenzuolo messo sotto l'asino, ci fossero i marenghi, ma trovava solo sterco.

Il mercante, molto arrabbiato, riportò l'animale a Pipetta.

Mentre era in cammino, pensava a quello che doveva fare al contadino.

Arrivò alla fattoria e trovò Pipetta che molto disperato aveva ucciso la moglie. Il mercante allora non ebbe il coraggio di parlare e vide la defunta stesa per terra.

Pipetta disse al mercante, sconsolato: "Non abbiate timore di quello che ho fatto perché, con questo fischietto, io farò risuscitare mia moglie".

Il mercante rispose: "Mi volete far credere anche questo".

Il contadino prese il suo fischietto e disse: "Fii.. . mia moglie muove un braccio". "Fii... mia moglie muove l'altro." E la moglie ubbidiva. Fiii... E la moglie alzava le due gambe. "Fii... mia moglie si alza in piedi." E la donna si alzò. Il mercante, molto interessato e attratto dall'oggetto, gli disse: "A qualsiasi prezzo me lo dovete vendere". E Pipetta fu costretto a venderglielo.

Il mercante arrivò a casa, bisticciò con la moglie e la uccise, poi provò a fischiare, ma niente da fare. La moglie non si muoveva, era morta per davvero.

L'uomo, uscito fuori di sé per quello che aveva fatto, decise di andare ad ammazzare Pipetta, ma la moglie del contadino disse al mercante che il marito era morto.

Il mercante rispose che, anche se era morto, doveva fare un dispetto a Pipetta, si tirò giù le brache perché voleva fare i bisogni in bocca a Pipetta. Questi allora diede un morso nei testicoli al mercante e non voleva più lasciarlo andare.

Il mercante urlava dal male e diceva a Pipetta: "Lasciami andare che sarai perdonato di tutto quello che mi hai fatto!". E diventarono buoni amici.

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Pagina 118

STANGA BERLANGA...

        Stanga berlanga
        la piza de muranga
        la piza del cucù
        canti corni stan chi sù?

        Se... avessi ditu
        la tu carna
        non saré pista.

        Stanga berlanga...

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Pagina

PIZZA GALIN GALON GAL...

        Pizza galin galon galà
        quel fromaget ch'era chi, chi l'à mangià?
        El gat.
        El gat dove i è andà?
        Su per la pagia.
        La pagia chi l'à brusà?
        El fgh.
        El fgh chi l'à smorzà?
        L'acqua.
        L'acqua chi l'à bev?
        El b.
        El b dov i è andà?
        Su per la roca a ciamar i s.
        Santa crosa barbarella,
        al prim ch'a parla an tiron d'orcela.

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Pagina 121

CAVALIN A R A R

        Cavalin a rò a rò
        pia la biada ch'a't do
        pia i feri ch'a't' met
        per andar a S. Francesch.
        S. Francesch i è an bona via
        per andar a casa mia...

        Trotta trotta cavallo morello
        che è arrivato papà da Roma
        Và portato un tamburello
        trotta trotta cavallo morello.

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Pagina 144

VITA QUOTIDIANA
- Santa Caterina
chi si a fa, si a nina.

            - Santa Caterina,
            chi se li fa, se li culla.

- Santa Maria mater dei,
quand ò mangià stagh un po' mei.

            - Santa Maria, madre di Dio,
            quando ho mangiato sto un po' meglio.

- Polenta,
pancia contenta

            - Polenta,
            pancia contenta.

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