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| << | < | > | >> |Pagina 9«L'espressione malinconica dei tuoi occhi, la tua aria tra rassegnata e distratta, i tuoi gesti molli... ecco un buon punto di partenza. Che cosa c'è dentro di te in questo inizio avanzato di millennio?»Bella domanda per cominciare un libro. Una grande desolata radura, che cos'altro potrebbe esserci? Quanto ai miei «immediati dintorni» (strano modo di alludere a mia moglie Rosaria), hai fatto bene a tirarli in ballo tra le prime quattro domande che mi hai sottoposto, "tanto per entrare in argomento". Giusto una settimana fa Rosaria mi ha preannunciato infatti di essere in procinto di partire «per un periodo di riflessione» (si dice sempre cosi quando un matrimonio comincia a traballare). Non è la prima volta. Di "pause di riflessione", nell'ultimo anno e mezzo, se n'è concesse ben tre (è partita, è tornata, e ha continuato a tacere, a ignorarmi: proprio come prima). Questa sarà la quarta. Me lo ha comunicato mentre era a letto e faceva finta di leggere un giornale. Io sfogliavo alcune carte seduto dietro a un tavolino a pochi passi da lei. In genere o lavoro li oppure in cucina: la casa è piccola, è inevitabile sorvegliarsi a vicenda. Il suo sguardo era di ghiaccio e mi sono chiesto che cosa passasse di preciso per la sua testa. Ma non ho detto niente. Né commenti né domande. Nessuno sa tacere più di me quando decido di tacere. Non lo faccio per calcolo, nel senso che il silenzio fa parte di me, della mia natura. Immagino che andrà, come in passato, per qualche tempo dalla sorella, che vive nei pressi di Roma, in modo da essere nel contempo vicina a nostro figlio (si traferi nella capitale che non aveva ancora vent'anni). Mi sono impegnato a raccontarti la mia vita senza neanche l'ombra di una reticenza; a denudarmi innanzi tutto come uomo: marito, padre, amante, macchina di pensieri e di sentimenti quale ogni essere umano è. Intendo stare ai patti sino in fondo. A partire da subito. Non credo che tra me e Rosaria esista un effettivo pericolo di rottura. Ma se rottura dovesse esserci, ti assicuro che il colpo potrebbe risultarmi insopportabile al di là della mia stessa immaginazione. Io non so se ciò che provo per mia moglie sia amore: so però che si tratta di un sentimento che pervade tutta la mia persona, rendendomela indispensabile in ogni senso, perfino olfattivamente, come odore che mi accoglie quando la sera torno a casa. È una donna minuta, molto minuta, ma che ispira un grande senso di forza. Ha una figura ancora giovanile, un volto dai lineamenti sottili e regolari. Un suo identikit potrebb'essere quello della calda saggezza: intelligente, capace di molte premure e chiacchierona; piuttosto golosa ma poco amante dei fornelli (quante sere abbiamo comprato pizze al Calamaro e ce le siamo portate a casa in allegria: pizze, birra e un paio di frolle o, in alternativa, di bignè del Sandomingo). Né religiosa né superstiziosa (mai vista fare gesti di scongiuro, ma pronta a rabbuiarsi se ero io a farli), lettrice accanita di libri e giornali; piena di attitudini sociali: sino a poco tempo fa, oltre ad aiutare di mattino il fratello che ha ereditato con lei una piccola azienda paterna, frequentava con assiduità la Circoscrizione, impegnata, per amore del prossimo, ad assistere pensionati, vecchi, disabili. Una volta costituivamo una specie di coppia perfetta: lei era la mente, io il braccio. Mai uno screzio, una gelosia, un malinteso. Sino a quando, qualche anno fa, Rosaria venne a sapere qualcosa di me che non sapeva, che io le avevo taciuto. Ne rimase profondamente ferita, maturando nei miei confronti un sentimento di delusione che non è riuscita più a vincere. Sono almeno due anni che frequenta quel luogo oscuro e angoscioso che si chiama indecisione, senza rendersi conto che ogni giorno che passa un nuovo pezzetto del nostro rapporto va in frantumi: che cosa resterà fra tre mesi, cinque mesi, al massimo un anno? Ma lei non sembra rendersene conto. È una donna forte che d'improvviso ha scoperto dentro di sé gli abissi dell'esitazione, restandone spaventata. Una "decisionista" di colpo incapace di decidere. Ho le mie colpe, questo è naturale. Ho commesso errori e te ne parlerò, anche in maniera diffusa, quando ti parrà il momento. Niente di particolarmente grave, comunque. Li ho commessi un po' alla volta, in lenta progressione, senza rendermi conto del pasticcio nel quale mi andavo cacciando. Ed eccomi alla fabbrica. Anzi, all'ex fabbrica. Ne rimane in piedi ancora un pezzo - il treno di laminazione - ma per fortuna sta per andare via anche quello. Meno male: la sua presenza era diventata un incubo per tutti. Pensa, sono dieci anni che il tuo amico Vincenzo Buonocore assiste al medesimo spettacolo: come si sgretola e scompare - ma piano, pianissimo, una scheggia per volta - una grande acciaieria pur condannata in blocco in maniera irrevocabile. Quando si dice un'agonia. Dieci anni possono essere una vita, e tu vuoi adesso che io te li racconti uno per uno: devo essere proprio pazzo ad averti detto di si. | << | < | > | >> |Pagina 31Le voci della grande svendita andavano e venivano sulla cresta del vento: si smontano le colate continue a favore dei cinesi; si smonta l'altoforno 5 a favore degli indiani; si smontano i forni a calce a favore della Malesia; si smonta il treno di laminazione a favore della Tailandia; sono in vendita carriponte di ogni potenza e portata; si cedono al miglior offerente vagoni ferroviari, binari, due immensi scaricatori da pontile addetti al prelevamento dei minerali dalle navi (Malesia?); si vendono motori elettrici per ogni esigenza, da 500 a 5000 volt (l'Ilva, dicevano tutti, è come il maiale: una volta che lo hai ammazzato non butti via niente). Perfino il cemento frantumato si sarebbe trasformato in oro, e non soltanto per i tondini di ferro in esso contenuti (li vendemmo ad altre acciaierie) ma per se stesso, il cemento, che, macinato una seconda volta, sarebbe stato commerciabile come materiale inerte da utilizzare nei sottofondi stradali. Ed erano in vendita suppellettili, scaffali, attrezzature per uffici...All'ora della mensa, il tema delle cessioni ovvero della svendita del patrimonio, era una fonte inesauribile di alterchi tra i tavoli. Ognuno la pensava in un modo, ognuno viveva l'approssimarsi della fiera da una sua personalissima prospettiva emotiva. Quell'anno non ci furono suicidi, almeno che io ricordi, ma numerosi ricoveri di carattere psichiatrico. Fu Rosaria a mettermi per prima in guardia contro le mie stesse ansie e ubbie. «Si comincia così e si finisce tra le braccia del dottore» mi ammonì. «Sai quanta gente a Bagnoli tira avanti a furia di Serenase? La chiamano depressione agitata.» Eravamo come in una specie di limbo - vorrei che questo fosse ben chiaro davanti ai tuoi occhi - né di qua né di là. L'Ilva era ancora in piedi, anzi intatta. Non respirava più, questo è vero, ma sarebbe bastato poco a rianimare il suo sistema venoso, a rimettere in marcia i suoi potenti polmoni. L'ultima colata era avvenuta quattro anni prima, nell'ottobre del 1990, e io la ricordavo come se si fosse svolta il giorno avanti. Mi ero svegliato all'alba come d'abitudine: il golfo di Pozzuoli emergeva dai vapori della notte venato di un rosa carico, corallino, inconfondibile indizio di tempo sereno. Non credo di sbagliare affermando di avere allungato alcune occhiate alla fabbrica e alle sue lingue di fuoco in maniera niente affatto sbadata o meccanica. Anche perché il mio punto di osservazione era (e resta) tra i più elevati di Bagnoli: un appartamentino a oltre venti metri sul livello del mare (sesto piano) con due piccoli terrazzi uno dei quali orientato proprio in faccia alla collina di Posillipo e quindi all'Ilva e a Nisida. E poi: quei fuochi, quel corallo, non erano sul punto di scomparire per sempre? (Rievoco spesso con Rosaria l'alba di quel giorno, e lei puntualmente conferma: «Certo che c'era tempo sereno; certo che il cielo aveva striature rosa carico, coralline, anzi fucsia».) Nella mia vita ne ho conosciuti pochi di momenti brutti come quello. Quando anche l'ultima goccia di metallo si era trasferita in basso, l'uomo addetto alla lingottiera aveva strozzato il tubo scaricatore mentre il tecnico di esercizio dava il segnale di fine colata. Non so chi scrisse che tra i presenti c'era stato qualcuno che si era coperto il volto con le mani. Giuro che non fui io a compiere quel gesto: non c'era emozione nel mio cuore; soltanto un grande gelo. Sento di essermi affacciato invece alla balaustra della piattaforma e di essere rimasto a fissare imbambolato la parte inferiore dell'impianto. Accanto a me il coperchio della lingottiera continuava ad ansimare, ma sempre più piano, a intervalli più lunghi proprio come accade a chi sta per rendere l'anima a Dio. Ne è trascorso di tempo da quell'infausto giorno. E dai febbrili mesi che lo precedettero, quando ancora eravamo in trincea aggrappati a un filo di speranza. Io, "Super CCO", ero dappertutto; mi arrampicavo come una scimmia sulle scale in carpenteria che montavano dalla base dell'impianto su su fino alla piattaforma e ancora più su, risucchiato dai continui appelli degli uomini addetti all'esercizio: corri, Tarzan, qui c'è troppo vapore, una perdita, un casino; Tarzan, si è inceppata la valva della falsa bramma; Tarzan, qui c'è un rullo che balla... Mi chiamavano Tarzan, purtroppo. Oppure Super CCO. Sfottevano, certo. Ma soltanto in parte. Ne è trascorso di tempo: addirittura un decennio, se non di più, rispetto a oggi. La chiusura dell'area a freddo avvenne l'anno dopo. Nel '92 si fecero vivi i cinesi, interessati soltanto alle colate continue (non li ricordo curiosi di altro, a differenza degli indiani che si spostavano in continuazione da un reparto all'altro e sembrava che volessero comprare l'Ilva in blocco, fino all'ultimo utensile). Toccò a me fare gli onori di casa. Per la verità, in quell'occasione, non ebbi affatto la sensazione di un loro reale interesse per l'impianto: forse a causa del comportamento sorvegliato della delegazione, delle loro facce così neutre, indifferenti, attentissimi a non lasciar trasparire né pensieri né emozioni come incalliti giocatori di poker.
La trattativa invece andò avanti. Tornarono a Bagnoli
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