Copertina
Autore Ruth Rendell
Titolo La notte dei due uomini
EdizioneMondadori, Milano, 1998 [1996], Il giallo M. 2583 , pag. 411, dim. 115x175x23 mm
OriginaleNo night is too long
EdizioneKingsmarkham Enterprises Ltd., London, 1994
TraduttoreGrazia Maria Griffini
LettoreAngela Razzini, 1998
Classe gialli
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Pagina 7 [ inizio libro ]

Fuori soffia il vento, tanto forte che il mare è diventato grosso. Era molto tempo che non vedevo cavalloni di questa altezza infrangersi sulla grigia spiaggia sassosa. Il mare è di un pallido colore bruno, quasi caffellatte, un fenomeno provocato dalla sabbia del fondo che viene sollevata e smossa dall'acqua. Perfino nelle belle giornate estive, qui, il mare ha questa sfumatura nocciola, di rado appare azzurro e limpido.

Presto sarà buio e non riuscirò più a vedere questi colori, comunque siano. Il color caffellatte fangoso e il grigio. Là fuori, di notte, il mare e la spiaggia diventano invisibili e si può vedere soltanto la strada, illuminata dai lampioni, la strada e il muro frangiflutti. Al di là di questo ci potrebbero essere una città o dei campi, se non fosse per il rumore del mare, il mugghiare sonoro quando si ritira dalla spiaggia e il crepitio scrosciante dei ciottoli e il sordo rimbombare che se ne leva quando l'onda torna a spezzarsi sul lido. Se non fosse per questi suoni, al di là del muro potrebbe estendersi qualsiasi cosa, magari perfino un fiordo buio con un'isola in mezzo, una coppia di aquile in cima a un albero, la coda biforcuta di una gibbosa balena che sbuca dalle acque. Chissà cosa può esserci dovunque quando non si è in grado di vedere?

Sto mettendo queste cose su carta per convincermi a entrare nell'ordine di idee di scrivere. Per cominciare. Ma mi accorgo che ho solo riportato alla memoria l'argomento dei miei sogni, quei sogni ai quali sto cercando di sfuggire. Tutte le strade, sembrerebbe, conducono all'isola, e a mano a mano che il tempo passa lo fanno in modo sempre più diretto e insistente. Sto mettendo per iscritto tutto questo nella speranza di bloccarle, di trasformarle in un cul de sac con un cartello stradale dalla scritta: STRADA SENZA USCITA.

Per attenuare, non per guarire. Non sono tanto ingenuo e nemmeno tanto ottimista da crederlo. Anzi non sono per niente ingenuo. È ridicolo usare una parola del genere proprio per me. E non credo che nessuna terapia, né messa in pratica da me stesso né eseguita da qualcun altro, possa allontanare questo peso, questo atroce rimorso. Non riesco a credere a chi dice che lo scrittore è l'unico uomo libero, perché una volta che ha messo sulla carta la propria sofferenza, la propria pena, la vergogna e il dolore del suo cuore, se ne sarà liberato per sempre.

Io credo solamente, o mi prefiggo di crederlo, che quando li avrò visti davanti a me sulla pagina, nero su bianco come, si suol dire, allora i sogni scompariranno. Non è illogico pensare che, quando sarà trasformato in linee precise e regolari di stampa, l'argomento di quei sogni possa continuare ancora alla notte a ripresentarsi, davanti a me sotto forma di immagini?

I sogni scompariranno e io vedrò il resto in quella che la gente chiama prospettiva. Perché continuo a scrivere "come si suol dire", "quella che chiamano"? Dev'essere perché ogni giorno che passa mi stacco sempre di più dal mondo della realtà, al punto che metto perfino in dubbio l'utilità di queste parole, di questi comodi cliché. Perché "essi, la gente" sono alieni, estranei, persone felici che dormono senza sognare e usano le parole senza pensare, che non hanno la necessità di analizzare tutto quanto loro stessi e gli altri fanno e dicono.

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