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| << | < | > | >> |Indice
VII Uscire dal Novecento
Oltre il Novecento
Parte prima.
I deliri dell'«homo faber»
5 1. «Voici le temps des assassins»
6 2. La distruttività in cifre
10 3. Eterogenesi dei fini
14 4. Comunismo
18 5. Auschwitz
21 6. Hiroshima
25 7. Alle radici del «mostruoso»
33 8. Il Lavoro luogo della perdita
41 9. Jünger e Gramsci.
Ovvero l'Operaio Totale
49 10. Céline.
La vita biologica «messa al lavoro»
56 11. Bataille. La « Dépense » come lavoro
64 12. «Colpa metafisica» e caduta del legame
sociale
69 13. Il doppio circuito
della mercificazione
79 14. La breccia
Parte seconda.
I dilemmi dell'«uomo flessibile»
91 1. Una piccola, inutile scatola nera...
97 2. Sul rapporto tra rivolta (culturale) e
rivoluzione (tecnologica)
110 3. Fordismo addio. La prima radice del
post-fordismo
119 4. La seconda radice del post-fordismo
129 5. La terza radice. Il sesso dei lavoro
138 6. Verso un «politeismo dei lavori»
143 7. Uscita di sicurezza
149 8. Tecnologia della liberazione?
158 9. Fenomenologia dell'esodo
171 10. Spore
178 11. Nella «rete» del lavoro totale
Parte terza.
I peccati della politica
e il futuro dell'uomo solidale
197 1. Le antinomie della militanza
204 2. Umanesimo e terrore
214 3. Il «lavoro della storia» e i suoi
feticci
223 4. Il «peccato originale» del comunismo
novecentesco
228 5. Il libro nero. Excursus sulla violenza
comunista
237 6. La guerra del «politico» contro il
«sociale»
246 7. Una «macchina per fare la storia»
257 8. Dalla «fabbrica come partito» al
«partito come fabbrica»
269 9. La società come «opera» e il regno
delle cose
276 10. Verso una conclusione...
La danza immobile
282 11. Il ritorno dell'uomo solidale
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| << | < | > | >> |Pagina VIIUscire dal NovecentoIl secolo è finito. Piú di dieci anni or sono, dal punto di vista storico e politico. Pochi mesi or sono da quello formalmente temporale. E tuttavia la sensazione che questa fine comunica è quella di un falso movimento, d'un arresto, o di una inspiegabile difficoltà a procedere. Come nell' Angelo sterminatore di Buñuel, anche noi stiamo immobili al di qua d'una soglia già cronologicamente infranta, forse ormai fuori con le nostre fiammanti tecnologie e l'effimera mutevolezza delle nostre mode, ma mentalmente prigionieri d'un secolo che ci trattiene con la forza spenta delle sue antitesi non risolte. Con la potenza impalpabile dei suoi fantasmi non placati. E se anche si varca quella soglia, è difficile sfuggire all'impressione da trompe l'oeil - anch'essa intrinsecamente auto-contraddittoria, vero e proprio ossimoro spaziale - di un finto oltrepassamento: come dell'uscire in un interno. O del risalire precipitando. In realtà il Novecento finisce ripresentandoci - irrisolti - quasi tutti i nodi che, drammaticamente, con la potenza e la violenza, con le sue mobilitazioni totali e i suoi artifici mortali, aveva tentato di tagliare. Giano bifronte, esso ci trattiene tra le sue spire col gioco delle sue ambivalenze radicali, dei paradossi che l'hanno attraversato spingendolo ad essere, in senso proprio, il secolo degli opposti, sempre estremi, sempre assoluti - democrazia e dittatura, ricchezza e miseria, progresso e barbarie, potenza e impotenza... - mai capaci di una soluzione stabile, d'un equilibrio definitivo. A cominciare da quella che forse ne è stata l'ambivalenza piú devastante, il paradosso che ancor oggi ci paralizza: la clamorosa contraddizione tra l'onnipotenza dei mezzi tecnici che il secolo ha trovato a propria disposizione - senza dubbio superiore a quella mai raggiunta in ogni altra epoca storica -, e la drammatica incapacità da esso dimostrata di raggiungere, senza pagare un prezzo sproporzionato, pressoché tutti i propri fini (sociali, etici e politici). Il dislivello disperante tra l'ossessiva volontà di costruzione del mondo, che ne ha acceso la febbre del fare, e la fragile, incompleta e alla fine dissolta, capacità di controllo sulla distruttività delle proprie macchine e dei propri gesti. Il Novecento è stato - come negarlo? - il secolo dell' homo faber. Quello in cui, quasi con ferocia, l'uomo è stato ridotto alla sua funzione produttiva, ed il mondo a realtà fabbricata. Sulla centralità del fare è stata immaginata la sua antropologia, sulla pervasività della produzione è stata ridisegnata la sua società, sulla totalità del lavoro è stata rifondata la sua etica. Si può immaginare che, forse, nel gene dell' homo faber siano da ricercare anche le radici del male profondo che ha minato la biografia politica del secolo: i suoi deliri, la smisurata volontà di potenza che l'ha devastato, l'estensione che vi hanno avuto l'oppressione e la violenza, inestricabilmente intrecciate con la febbrile volontà di liberazione e di emancipazione. In sostanza, tutto ciò che fino ad ora eravamo soliti attribuire all'opposta patologia dell' homo ideologicus: alla sua arcaicità (al suo essere «fuori tempo»), alla sua irrazionalità, al suo rifiuto di accettare la logica delle cose; quando invece - questo è il tarlo che si vuole qui insinuare - proprio dalla logica delle cose ormai senza piú limiti né contrappesi, dallo scatenamento di un mondo ridotto a «mondo delle cose», sembrerebbe provenire la distruttività della politica novecentesca ogniqualvolta ha preteso di sollevarsi dal livello della pura amministrazione. E insieme quel desolante senso di fragilità e d'impotenza degli uomini che l'hanno incarnata: la loro patetica incapacità di controllare gli esiti di ciò che di volta in volta avevano posto in movimento ed evocato. Da questo punto di vista è senza dubbio Auschwitz il luogo estremo di caduta, dove letteralmente gli uomini, i loro corpi, la nuda vita furono ridotti a materia di lavoro, usati e distrutti come cose; e dove, occorre aggiungere, «quasi nessuno dei principi etici che il nostro tempo ha creduto di poter riconoscere come validi ha retto alla prova decisiva» (G. Agamben). Ma è piuttosto dentro la vicenda del comunismo novecentesco - la sua irresistibile ascesa e poi la sua caduta e fine, le sue promesse e i suoi esiti - che occorre guardare se si vuole, al di fuori della dimensione abbacinante del «male assoluto», gettare lo sguardo sulla natura profonda del secolo e sulle sue antinomie selvagge. Nato dal progetto prometeico di dare forma di potere al lavoro liberato - fino a farne principio generale di organizzazione della società - esso ha finito per porre in essere il piú potente, esteso e apparentemente irresistibile apparato politico di coercizione sulla dimensione sociale del lavoro. Espressione della libera aspirazione a riscattare l'uomo dalla natura di merce (di «cosa») ha finito per generare un universo interamente pietrificato nel suo profilo di società del lavoro totale: macchina composta da uomini ridotti alle loro funzioni produttive (a «uomini di marmo», appunto). Ne è testimone il destino stesso - la biografia fratta, l'Io diviso, la doppia dimensione - di coloro che ne furono i protagonisti: dei militanti che s'illusero di poter edificare la società giusta con la stessa artificialità con cui la produzione di massa andava trasformando il mondo, sicuri di aver finalmente ottenuto, dallo sviluppo della tecnica e dell'industria, i mezzi adeguati per potenza ed efficacia al piú ambizioso e smisurato dei fini. E dovettero invece sperimentare la progressiva erosione di quegli obiettivi, riassorbiti, sopravanzati e infine divorati - spesso insieme agli uomini che per essi si erano battuti - dagli stessi strumenti che avrebbero dovuto servire alla loro realizzazione (il Partito, l'Organizzazione, l'Apparato). Dai mezzi fattisi, in ragione della loro potenza, fini a se stessi. Percorsi. Il libro intende proporre (senza alcuna pretesa di sistematicità) nient'altro che percorsi all'interno di queste antinomie, dei punti piú evidenti di caduta, in una sorta di corpo a corpo con le patologie del secolo, ma soprattutto nel tentativo (parziale) di rivisitazione dei luoghi dello smarrimento. Degli snodi dove il senso del percorso sembra essersi perduto nel momento stesso in cui appariva piú sicuro. Attraversamenti, piú attenti a connettere ciò che può apparire separato, distante, intrinsecamente estraneo che non a tracciare la linea delle soluzioni. Non si indica, qui, la via d'uscita dal labirinto novecentesco. Ci si limita a tentar d'identificare alcuni degli angoli dietro cui può nascondersi il Minotauro, seguendo il filo contorto delle tracce piú profondamente incise nel paesaggio mentale del secolo. A cominciare da quella - in fondo unico denominatore comune in un'epoca altrimenti dominata dalla piú estrema eterogeneità - costituita dal lavoro. Dai suoi trionfi, dai suoi deliri, dalle sue metamorfosi. Dalla potenza e dall'impotenza che contiene e che genera, simbolo di tutti i mezzi rovesciatisi in fini, di tutte le promesse di liberazione trasformatesi in prigioni... La prima parte - intitolata appunto .cor I deliri dell'«homo faber» - racconta la lenta ma inesorabile marcia di conquista, da parte del lavoro, dell'intero universo sociale, nell'epoca che, con una semplificazione, possiamo chiamare fordista: la colonizzazione di ogni mondo vitale, la sottomissione di ogni sfera dell'esistenza da parte di una logica che ha ridotto gli uomini alle loro funzioni produttive e queste al «regime di fabbrica» (alla concatenazione razionale delle azioni utili in vista di un risultato economico). In una parola si pone, qui, al centro della riflessione sul «secolo breve» (e sulle sue perversioni o antinomie) l'avvento di quella che possiamo a buona ragione definire come la società del lavoro totale, nella quale il potere di disposizione dell'uomo organizzato sul proprio ambiente è parso raggiungere livelli mai prima immaginati e in cui, nel contempo, il tasso di socialità - la capacità di stabilire relazioni autonome, e dunque, in ultima istanza, di esercitare controllo sul proprio agire collettivo - è tuttavia precipitato ai propri minimi storici. La seconda parte - I dilemmi dell'uomo flessibile -, è costituita invece da un lungo détour attraverso le metamorfosi del lavoro tardo-novecentesco, segnate dalla frantumazione e dall'atomizzazione di quel modello apparentemente monolitico nel passaggio dalla produzione di massa standardizzata al cosiddetto post-fordismo. Cioè a una dimensione produttiva e sociale molecolare, reticolare, orizzontale, che sembra rovesciare radicalmente il paradigma precedente, ed aprire la via sia a una qualche possibilità di liberazione dalla presa mortale del lavoro totale, sia a una sua piú pervasiva, capillare penetrazione fin anche negli interstizi piú privati dell'esistenza umana. Di questa transizione - ancora incerta tra uscita dal secolo e sua rivincita postuma, tra emancipazione dai suoi vizi e loro riproposizione in scala - si offre da una parte una sorta di anamnesi. Di ricognizione delle radici: di quelle tecnologiche anzitutto, con una dettagliata ricostruzione dei protagonisti della cosiddetta rivoluzione micro-elettronica e dei loro trasgressivi metodi di lavoro, comunitari, informali, «movimentisti», esatta antitesi del formalismo burocratico della grande impresa fordista; ma anche di quelle - piú imprevedibili - di tipo culturale (il '68 - soprattutto americano -, i movimenti delle donne, l'ecologia e i limiti dello sviluppo...) Dall'altra parte, si propone un'analitica, forse talora pignola, rassegna del dibattito sui caratteri del post-fordismo, ma soprattutto sui suoi possibili sviluppi. Pagine che il lettore che ha fretta potrà anche aggirare, ma che servono a comprendere l'intrico e la molteplicità dei meandri in cui s'aggira chi vuole in qualche modo uscire dal Novecento.
La terza parte, infine -
I peccati della politica e il futuro dell'uomo solidale -
riprende i problemi della prima nella loro curvatura
soggettiva. Riconsidera cioè il profilo dell'
homo faber
nella sua variante di
homo politicus,
riflettendo in particolare sui comportamenti, i dilemmi,
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Scheda con 57717 bytes di citazioni. Scheda con Riferimenti bibliografici. Scheda parziale. Pubblicazione completa in attesa di autorizzazione dell'editore. | << | < | |