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| << | < | > | >> |Pagina 9 [ inizio libro ]Per mandare in villeggiatura il professar Thomas Diognetus furono necessari la fine del comunismo, un padre in odore di santità e un'intrattabile giovane amante. Era ormai una tradizione: ogni anno, verso maggio, i colleghi chiedevano sorridendo, "E tu dove vai in vacanza, Tom?". Diognetus si schermiva, li lasciava parlare di safari fotografici nel Serengeti, escursioni in canoa lungo il Colorado, passeggiate in Provenza, poi, messo alle strette, bofonchiava: "Ecco, veramente io andrei volentieri in vacanza, ma ho un seminario ad Algeri e mi sono già impegnato con Berkeley per un convegno". Gli amici del college ridacchiavano, e gli spedivano, puntuali e sfottenti, le cartoline con "Ci manchi... cosa ti perdi...".A Diognetus le vacanze facevano paura, troppi giorni senza ordine, privi di calendario: era gíovedi o sabato? Ci si dimenticava di rasarsi, liberi di nuotare, passeggiare, poltrire. Se lui non scriveva ogni giorno un paio di pagine, non faceva un salto in biblioteca o magari correggeva una tesi di laurea, si sentiva immorale. Gli esami, per i colleghi un obbrobrio e una perdita di tempo, a lui piacevano, lo facevano sentire come un calciatore veterano che passi il pomeriggio del lunedi a riprovare le finte e i passaggi dei novizi. Ogni estate trovava perciò una scusa per non andare in vacanza. Sempre, tranne quest'anno. Quest'anno, dopo un quarto di secolo senza ferie, il professar Diognetus, sessantacinque anni passati, decise di imbarcarsi in una bellissima giornata, e di tornare a casa. | << | < | > | >> |Pagina 76Willy confondeva un incontro frettoloso dopo un comizio, i saluti al bar della stazione, con anni di lavoro comune. "Lei ha abbracciato Sonia Pavlovna? Ma si rende conto? La Pavlovna era la prediletta della Dolgukarova, la confidente della zarina!". E toccava il polso di Diognetus quasi a stabilire un contatto medianico con l'Impero russo, Pietroburgo, l'ottocento. La timidezza lo riagguantava e per nasconderla lanciava in aria uno zuccherino e l'ingoiava al volo. Il suo feticismo lusingava e allarmava Diognetus: "Possibile che tanta distanza si sia aperta in così poco tempo?". Si metteva gli occhiali e spiegava, come a lezione: "Eravamo vivi, cosa credi? Non era mica il museo delle cere. La gente credeva nel comunismo, moriva solo per scriverne su un volantino. Erano idee terribili, capisci? Da una parte del mondo ti massacravano perché le condividevi. Dall'altra, per il motivo opposto. Non era un gioco, Willy".Chissà se capiva. Forse aveva ragione Sapphire, quando lo irrideva: "Tu credi ancora alla Storia, Giusto e Sbagliato. Non capisci che viviamo per caso? Gli storici sono letterati incapaci di inventarsi una trama: si attaccano alle date, per arrangiarsi. Il tuo comunismo di ragazzo può venir descritto come eroico o balordo. La santità di tuo padre come una fola di pinzochere o come sete di assoluto. Non cambia nulla". Spesso perciò Diognetus preferiva conversare con Cinzia. Dei totem del Novecento lei se ne infischiava. L'affascinava il potere criminale. Chiedeva a Diognetus delle serate con Ruiz, voleva notizie sui dittatori del Centroamerica o sul traffico di armi nel Terzo Mondo. Lo guardava con occhi tranquilli, senza soggezione. Fosse la lontananza di Sapphire, la lunga solitudine o la voglia di vivere che gli ridavano le vacanze, Diognetus ne era attratto. Lei andava in giro seminuda, canottiera, pantaloni stracciati alle ginocchia. Quando uscivano con il gozzo, si liberava del reggiseno come di una benda inutile. Willy lo drappeggiava sulla testa, fasciandosi un occhio, "Sail Ho, Look Alive Men, I'ts the Queen Ann's Revenge" e giocava ai pirati. | << | < | > | >> |Pagina 94"E l'inglese?"."L'inglese? Ah si, vede com'è la guerra, signorina? Si comincia a parlare di una cosa e si finisce per parlare di guerra", e il vecchio incassò la testa col suo gentile gesto da testuggine. "Ho imparato l'inglese perché mi occupavo di libri, tutto qui. La guerra poi...", e si mise la pipa in bocca. "Libri?", intervenne Roman Gamarekian. "Libri", confermò il vecchio. "Ne ho stampati, venduti, censurati, riscritti, letti, mandati al macero. Ho lavorato in biblioteca, in libreria, in casa editrice, all'ufficio culturale del partito, ho perfino corretto bozze in un periodo di magra. Alle brutte saprei rilegare un libro, in pergamena, in marocchino, in plastica. E quello invece, quello," disse indicando il suo compagno, "se legge un giornalino per bambini della seconda elementare, suda come a risolvere il teorema di Gödel. Colpa della guerra? Nah, colpa sua...".
Il ragazzo pistonò a ripetizione su una manopola, fece
cilecca e il suo impegno si spostò su una levetta attaccata
a una molla rotta. Armeggiando, faceva il verso all'anziano
sergente: "Noi di un'altra generazione con gli ideali. Noi
sapevamo fare si, noi sapevamo fare no. Noi senza pane, noi
senza dischi, noi con un libro in mano. La guerra è la
guerra. Tu parli di guerra e ne hai fatta, lo ammetto. E
sei contento, così puoi confrontarla con i libri. Era
meglio Giubo Cesare o il generale Patton? Attila o chi so
io? E invece, perché io faccio la guerra? Lo sai? Dillo
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