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| << | < | > | >> |Pagina 11 [ inizio libro ]Il colonnello Carlo Terzo sospese la lettura e alzò lo sguardo al sole, aspettando una risposta. Ma il tenente Amedeo Campari, piedi ben piantati sulla sabbia della spiaggia maremmana, guardava in silenzio l'orizzonte del mare e tirava di fioretto contro l'infinito. Nel balenare di luce della lama, il libeccio piegava la cima dei pini, rovesciando sulla riva bianche ondate di spuma. Mancava un quarto a mezzogiorno del 27 maggio 1940. Mischiando le pagine del manoscritto come fossero carte da gioco, il colonnello Terzo provò a leggere un secondo aneddoto: «Alla vigilia dell'attacco per liberare Pavia, assediata da Francesco I, il 21 febbraio 1525, Fernando d'Avalos, il marchese di Pescara, studia gli ordini da impartire alla fanteria spagnola. ... | << | < | > | >> |Pagina 35... Sotto un cielo così hanno combattuto Scipione a Zama-Naraggara e il bravo duca d'Aosta all'Amba Alagi. Un colore nitido, che definisce le rovine alla perfezione, come se fosse stato il cielo, e non l'esplosivo, a crearle. Un colore esigente. Viverci dentro ti costringe al rigore, alla fatica di capire. Io ne ho paura. Paura che questa luce senza ombre mi mostri le inutili rovine della mia vita, con la stessa crudeltà con cui rischiara i mattoni di tufo rovesciati al Cassaro. Ci sono là imprigionati, mi ha spiegato la signora Astraco, putti e angioletti barocchi con le ali spezzate insieme a vetri piombati, pentole, libri e cadaveri. Quando il caldo s'è fatto asfissiante, ai militi dell'Unpa, la protezione antiaerea, non è rimasto che seppellire i poveri cadaveri, colando calce viva dentro le macerie. Come a Visby. Il piano di guerra errato che Ciano teneva nella sua cassaforte, quella notte del 40, conduce a questi mattoni spezzati nell'azzurro. Ho provato a suggerirgli che andare in guerra a quel modo era pazzesco. Gli ho detto di Clausewitz, della sofferenza, ma non mi ascoltò. Potevo urlare, implorarlo, farmi sentire. Invece ho giocato con i soldatini di Marengo, davanti alla povera Emma. E quando mi decisi a spiegargli che cosa vuol dire combattere e soffrire, era troppo tardi. Non ho mai sentito questo turbamento in altre città. Solo qui, dove mia moglie muore, in una città che io non conoscerò. Anche il piano strategico della mia vita è errato. Pensavo di poter tutto prevedere e capire, di rendermi invulnerabile al dolore e al Fato, con lo studio della guerra. Ora la mia guerra è perduta ed Emma malata. Io non ho neppure combattuto, né mai lo farò. Il destino mi ha svelato i segreti della vittoria, senza concedermi di combattere. E mi ha così spezzato e rivoltato al sole, come i mattoni gialli delle case".Giù al porto prese a manovrare una nave da guerra americana, dipinta di grigio, a prua la stella bianca. Terzo entrò nello studio, aprì un cassetto dello scrittoio e prese un binocolo tedesco da marina, regalo di Campari. Dalla terrazza cercò di decifrare il modello della nave e i suoi armamentí. Lo strumento era formidabile, Campari l'aveva vinto a poker al tenente Nicolas Walter, un cattolico tedesco che avrebbe poi riscontrato a Stalingrado. Terzo distinse i marinai in divisa candida, i cannoncini protetti dai teloni impermeabili, poi si distrasse e prese ad ispezionare il mare fino all'orizzonte. Il vento era caduto e le strade fantastiche disegnate dalle correnti diventavano per lui i crocicchi della città d'acqua. "Se il mare fosse un magico campo di battaglia", pensava Terzo, "ora sorgerebbero due eserciti, uno fronteggíando l'orizzonte, l'altro la città. La corrente che viene dal Capo Gallo sarebbe un fiume e il generale Orizzonte la sceglierebbe per appoggiare il suo fianco destro. Il generale Città eleggerebbe come costone di resistenza l'Isola delle Femmine, per far affluire le riserve lungo la corrente salmastra giù in fondo. Poi la battaglia. Dai bassi fondalí della laguna, la prima carica. La schiuma delle onde è il fumo dell'artiglieria". | << | < | > | >> |Pagina 55«"I principi della strategia sono:«1. Riunire le forze «2. Individuare la forza principale del nemico «3. Batterla «4. Costringere il nemico ad accettare le nostre condizioni, fino ad occuparne il terreno". Cosi si esprimeva Napoleone Bonaparte, considerato da molti, anche se non da me, il maggiore stratega della storia. E così tu ti aspetteresti che io cominciassi la mia lezione. Non è vero?». Salvatore Dragonara guardò il suo nuovo maestro, vide una rondine passare a falce nera sulla terrazza e non rispose: non si aspettava nulla, ma gli parve educato annuire. Con un piccolo inchino, Terzo riprese: «E invece no. Invece la mia prima lezione di storia e critica della strategia sarà semplicemente farti ragionare, come facevo con gli allievi dell'Accademia, su "Vincere o morire? Il caso nella strategia classica". Perché i principi veri della strategia sono diversi da quelli esposti da Napoleone. I due soli cardini della strategia e della battaglia sono le domande: "Perché si vince?" e "Perché si viene sconfitti?". O meglio le infinite risposte che cerchiamo di dare a questi interrogativi. Nella tua vita quotidiana, così come nella più feroce delle battaglie, Hastings, 14 ottobre 1066, Omaha Beach in Normandia, 6 giugno 1944, noi possiano rintracciare dettagli invisibili a prima vista, eppure chiarissimi se studiati con attenzione, che ci spiegano come si vince e come si perde, quanto effimero sia il confine tra vittoria e sconfitta e come, per un nulla, lo si attraversi. Grandi vittorie sul campo si sono tramutate in altrettante sconfitte, perché si può sempre impugnare una condizione disperata, trasformandola in forza. Sei pronto?». Dragonara apri un quadernetto nero, le prime pagine già fitte di righe e sospirò. «Bene», disse Terzo perplesso. Non era ancora riuscito ad attrarre l'attenzione dello studente. In Accademia, di solito, tutti drizzavano le orecchie il primo giorno, convinti di diventare in fretta Alessandro Magno. Ma quel ragazzo era rimasto freddo. «Ogni battaglia contiene un simbolo», spiegò allora, deciso a conquistarlo, «e tocca a noi riconoscerlo. Tu sai come si vince, in guerra o nella vita?». «Nossignore. Non ne ho idea». «Adattandosi alla realtà in modo intelligente e audace, ma soprattutto, al momento cruciale, osando una manovra originale. Una manovra che il nemico non sa immaginare e i tuoi soldati non si sognano neppure, una manovra, bada bene Salvatore, che anche tu, partendo per la guerra, non avevi in animo di saper compiere. Batti il nemico se batti te stesso, se ti superi, rivelandoti paziente, saggio e tenace. Soffrendo come mai avresti pensato di riuscire a soffrire. Morale, ecco la parola. Considera il caso di Alessandro alla battaglia di Arbela-Gaugamela. Due anni prima, ad Isso, nel 333 avanti Cristo, Dario s'era fatto stringere da Alessandro in un campo angusto, riportando una rovinosa sconfitta. Proviamo a ragionare come lui. Ricordati: in guerra vince chi pensa di più e più in fretta, chi riesce a pensare come il suo avversario, fino a guidarne i comportamenti. Si vince conquistando il cervello del nemico, non il suo esercito, come reputava Hitler. | << | < | > | >> |Pagina 90«Dimmi dunque», chiese Terzo a Salvatore mentre a pochi passi da loro Emma raccontava a Fiore di una sfilata di moda all'atelier Bresson, prima della guerra, «che cosa hai trovato sul tema difensiva-offensiva che ti ho assegnato?».«Mi sono preparato sulla battaglia degli Speroni d'oro», rispose Dragonara un po' deluso: sperava di passeggiare in pace. «Sentiamo», approvò Terzo, pensando "Esempio ben scelto, il ragazzo detesta la guerra, ma ha cervello". «Il 18 maggio del 1302 i villaggi delle Fiandre si ribellano contro Filippo IV detto il Bello. Per soffocare la rivolta, il conte di Artois raduna una formidabile schiera di nobili cavalieri francesi e di fiamminghi fedeli al re e ostili alla rivolta della borghesia locale. Li appoggiano mercenari genovesi armati di balestra e squadroni di cavalleria tedesca. L'11 di luglio l'esercito reale si avvicina a Courtrai ... ». «Conosci il nome fiammingo della città?», chiese Terzo, subito assorbito nel racconto. «No». «Kortrijk. Va' avanti». «I fiamminghi si schierano sotto il comando del conte Guy de Dampierre. Tra loro non ci sono soldati, cavalieri e nobili, ma artigiani, filatori, vasai, conciapelli. Molti reggono la lunga alabarda ... ». «Detta?», incalzò Terzo. «"Goedendag"», stavolta il ragazzo era pronto, «i cavalieri francesi scrutano la marmaglia e ridono. Sono certi di mettere in fuga quei rustici, con poche cariche...». «Perché?». «Dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente e le invasioni barbariche, la supremazia passa dalla fanteria, che aveva assicurato, con la falange e la legione, le vittorie ad Alessandro e Cesare, alla cavalleria. Per tutto il medioevo, i cavalieri dominano sui fanti, considerati poco più che servitori sul campo di battaglia. Il fante, male armato, peggio nutrito, ignorante, non può che scappare quando il cavaliere, smagliante nell'armatura d'acciaio, lancia in resta e piume al vento, carica ventre a terra, benedetto dal re e dalla Chiesa». «E allora?». «A Courtrai però, Guy de Dampierre ignora la tradizione favorevole alla cavalleria ... ». «Benissimo». «Si adatta alla situazione ... ». «Perfetto». «Trasforma la propria debolezza in forza e la potenza dell'avversario in difficoltà».
«Magnifico!». Terzo era così entusiasta del suo pupillo
che assestò un calcio a una lattina di pelati, mandandola in
un fosso circondato da cespugli di papiro. Svegliate, le
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