Copertina
Autore Angelo Maria Ripellino
Titolo Praga magica
EdizioneEinaudi, Torino, 1998 [1973], Tascabili Saggi 71 , pag. 352, dim. 120x195x17 mm , Isbn 88-06-12761-6
LettoreRenato di Stefano, 2001
Classe storia , narrativa ceca , viaggi , critica letteraria , storia letteraria , citta'
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Pagina 5

1.

Ancor oggi, ogni notte, alle cinque, Franz Kafka ritorna a via Celetná (Zeltnergasse) a casa sua, con bombetta, vestito di nero. Ancor oggi, ogni notte, Jaroslav Hasek, in qualche taverna, proclama ai compagni di gozzoviglia che il radicalismo è dannoso e che il sano progresso si può raggiungere solo nell'obbedienza. Praga vive ancora nel segno di questi due scrittori, che meglio di altri hanno espresso la sua condanna senza rimedio, e perciò il suo malessere, il suo malumore, i ripieghi della sua astuzia, la sua finzione, la sua ironia carceraria.

Ancor oggi, ogni notte, alle cinque, Vítézslav Nezval ritorna dall'afa dei bar, delle bettole alla propria mansarda nel quartiere di Troja, attraversando la Vltava con una zàttera. Ancor oggi, ogni notte, alle cinque, i massicci cavalli dei birrai escono dalle rimesse di Smíchov. Ogni notte, alle cinque, si destano i gotici busti della galleria di sovrani, architetti, arcivescovi nel triforio di San Vito. Ancor oggi due zoppicanti soldati con le baionette inastate, al mattino, conducono Josef Svejk giú da Hradcany per il Ponte Carlo verso la Città Vecchia, e in senso contrario, ancor oggi, la notte, a lume di luna, due guitti lucidi e grassi, due manichini da panoptikum, due automi in finanzíera e cilindro accompagnano per lo stesso ponte Josef K. verso la cava di Strahov al supplizio.

Ancor oggi il Fuoco effigiato dall'Arcimboldo con svolazzanti capelli di fiamme si precipita giú dal Castello, e il ghetto si incendia con le sue scrignute catapecchie di legno, e gli svedesi di Königsmark trascinano cannoni per Malá Strana, e Stalin ammnicca malèfico dal madornale monumento, e soldatesche in continue manovre percorrono il paese, come dopo la sconfitta della Montagna Bianca. Praga «fu sempre città di avventurieri», si legge in un dialogo di Milos Marten, «per secoli nido di avventurieri senza pietà né legami. Venivano a frotte dalle quattro parti del mondo a predare, a spassarsela, a spadroneggiare»: «e ciascuno strappava, ingoiava un pezzo della viva polpa di questa misera terra, la quale dava sino a esaurirsi, senza che alcuno le si desse, per ripagarla di ciò che le aveva tolto».

Troppo spesso asservita ed afflitta da ruberie e da soprusi, troppo spesso teatro alla spocchia di prepotenti stranieri, di masnade bruttissime di lanzichenecchi e gradassi, che ne fecero strazio e si lupeggiarono ogni sua sostanza. Quanti grugni porcini, impacciandosi nelle occorrenze di Praga, vi si sono accampati nel corso dei tempi: squassapennacchi dalle armature dorate e dal gonfio petto tintinnante di ciondoli, fratacchioni di tutte le confratèrnite e prelati del porta inferi, Obergauner che piombavano in side-car, seminando rovina, e machiavellisti e fratelli traditorissimi, e ceffi mongolici come in racconti di Meyrink, e qualche assessore di collegio caucasico, preposto a imbavagliare il pensiero, e ciurme di regolisti e di sgherri che, puntando il mitra, sbaiaffano fagiolate ideologiche, e interi conclavi di generali capocchi, tra i quali sia ricordato; per le innumere placche e medaglie che lo avviluppano, lo zelante Episciòv, coglione in crèmisi.

Alla soglia della seconda guerra mondiale Josef Capek, che sarebbe perito in un Lager nazistico, narrò in un ciclo di caricature la storia di due protervi stivali, due neri viscidi guitti che, moltiplicandosi come le salamandre, spargono per l'uníverso menzogna, sfacelo e morte. Ancor oggi pesanti stivali calpestano Praga, ne strozzano l'inventiva, il respiro, l'intelligenza. E, sebbene ciascuno di noi non si stanchi di sperare che queste sciagurate scarpacce, come quelle che disegnò Josef Capek, finiscano tra le cianfrusaglie di Chronos, il Gran Rigattiere, tuttavia molti si chiedono se, data la brevità della vita, ciò non accadrà troppo tardi.


2.

Detlev von Liliencron era convinto di esser già vissuto una volta nella capitale boema, non come poeta, ma come capitano dei lanzichenecchi del Wallenstein. Anch'io ho la certezza di avervi abitato in altre epoche. Forse vi giunsi al séguito della siciliana principessa Perdita che, in The Winter's Tale di Shakespeare, va sposa al principe Florizel, figlio di Polissene, re di Boemia. Oppure come scolaro dell'Arcimboldo, «ingegnosissimo pittor fantastico», che dimorò per molti anni alla corte di Sua Maestà Cesarea Rodolfo II. Lo aiutavo a dipingere i suoi ritratti compòsiti, quegli inquietanti e scurrili mostaccí, rigonfi come di porri e di scròfola, che egli imbastiva ammucchiando frutti, fiori, spighe, paglie, animali, cosí come gli Incas mettevano pezzi di zucca nelle guance e occhi d'oro ai cadaveri.

Oppure, nello stesso torno di tempo, ciarlatano in una baracca a Piazza della Città Vecchia, spacciavo lettovari ed intrugli ai babbioni e, quando gli sbirri scoprirono i miei ingannamenti, feci un leva eius, tornando da Praga come una gazza scodata. O piuttosto vi giunsi con un Caratti, un Alliprandi, un Lurago, con uno dei tanti architetti italiani, che diedero inizio al Barocco nella città vltavina. Ma se guardo il quadro in cui Karel Skréta effigiò (1653) Dionysius Miseroni con una coppa di ònice in mano, mi sembra di aver lavorato, io che amo limar le parole come pietre dure, nella bottega di questo intagliatore, che fu anche custode delle collezioni imperiali.

O forse non c'è bisogno di risalire cosí lontano: semplicemente ero uno dei molti figurinai è stuccatori italiani, che nel secolo scorso affluirono a Praga, aprendovi negozi di statuette di gesso. Benché sia piú probabile che io appartenessi alla folta schiera di quelli che, a ogni ora del giorno, giravano per le viuzze e i cortili della capitale boema con un organetto, nella cui parte anteriore splendeva un teatrino invetriato. Posavo l'organetto su un tréspolo, alzavo la tela di cànapa che lo ricopriva e, al volgersi della manovella, nella bacheca raffigurante una fuga di piccole sale con sfondo di specchi danzavano a coppie minuscoli vagheggini in marsina e calzoni bianchi, bianche damine con la crinolina e la pettinatura a paniere ed esigui ventagli.

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Afferma Nietzsche in Ecce Homo: «Se cerco un'altra parola per dire musica, trovo sempre e solamente la parola Venezia». Io dico: se cerco un'altra parola per dire arcano, trovo soltanto la parola Praga. Č torbida e malinconiosa come una cometa, come un'impressione di fuoco la sua bellezza, e serpentina ed obliqua come nelle anamòrfosi dei manieristi, con un alone di lugubrità e di sfacelo, con una smorfia di eterna disillusione.

Osservandola di sera dalla sommità di Hradcany, Nezval notò: «Se guardi di lassú Praga, che accende ad una ad una le sue luci, ti senti come uno che volentieri si getterebbe a capofitto in un lago chimerico, nel quale gli sia apparso un castello incantato con cento torri. Questa sensazione, che in me si ripete quasi sempre ogni volta che su quel nero lago di tetti stellati mi sorprende lo scampanio vespertino, un tempo nella mia mente si univa all'immagíne di una defenestrazione assoluta». Lampeggianti parole che colgono il nesso tra la mestizia di un paesaggio intriso di un lutto cosmíco, un lutto aggrandito dai rispecchiamenti fluviali, e la sostanza franosa, la trama di crolli, le inibizioni, i precipizi della storia praghese.

Ma già prima di Nezval, in modo analogo, Milos Marten aveva adombrato l'ontología Praga-mistero, che meglio si avverte, scrutando la città dal poggio di Hradcany al tramonto: «Fra poco divamperanno nel nero cristallo della notte le luci, centinaia di occhi che guardano in su, malsicuri»: «Li conosco tuttí! I custodi del fuoco dei lungofiume, duplicati nello specchio della scintillante Vltava, questo ardente viale che sale per la collina come nell'infinito, e là, in alto, il cespuglio di candele accese sul catafalco di un cadavere ogni giorno diverso. E la pupilla fosforescente di un uccello rapace gíú accanto al ponte e lo sguardo sghembo di una casetta simile al volto di un cinese che rida».

L'ambigua città vltavina non giuoca a carte scoperte. La civettería antiquaria, con cui va fingendo di essere ormai solamente natura morta, taciturna sequela di trapassati splendori, spento paesaggio in un globo di vetro, non fa che accrescere il suo maleficio. Si insinua sorniona nell'anima con stregamenti ed enigmi, dei quali solo essa possiede la chiave. Praga non molla nessuno di quelli che ha catturato. Dunque pensaci fino a carnevale.

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Pagina 22

7.

Questo non è, signori, un Baedeker, sebbene molte vedute della città vltavina vi compaiano, scattando come i vetrini a colori di un View-Master, di un Guckkasten. Non farò l'accompagnatore saccente, che caca le sue imparaticce parole come un graziano.

Questo mio dittamondo praghese è un libro sconnesso, sbandato, a frastagli, scritto nell'insicurezza e nei mali, con disperàggine e con pentimenti continui, con l'infinito rimorso di non conoscere tutto, di non stringere tutto, perché una città, anche se assunta a scenario di una flánerie innamorata, è una dannata, sfuggente, complicatissima cosa. E perciò scorrerà traballante come le vecchie pellicole, che si proiettavano al Bio Ponrepo, il primo cinema a Praga, nello santán «Al luccio azzurro»: un libro incrinato da strappi e sobbalzi e lacune e da accessi di accoramento, come la musica del Sax Alto di Charlie Parker. Del resto, come afferma Holan: «Sei senza contraddizioni? Sei senza possibilità».

Qualcosa di irreparabile si è abbattuto in un agosto già lontano sulla capitale hoema, qualcosa che ha stravolto la nostra vita. E questo libro mi guarda con gli occhi lacrimosi della mia vecchiaia, me lo trascino ansimando, con una profonda stanchezza. Fatico a mettere insieme gli innumeri appunti, a raccogliere i foglietti di molte stagioni felici, volati in aria come fanfaluche rapite dal vento. La penna sergente si sforza di allineare le sornione parole soldati. Frattanto Jirka e Zuzanka hanno avuto un bambino, si chiama Adam: vuol dire che, dopo le traversie, ricomincia tutto daccapo? Ma quanti sono in prigione? Quanti sono morti di crepacuore? Quanti si sono dispersi nell'oscurità dell'esilio? Quanti hanno indossato un ignòbile abito servigiale?

E perciò come potrei scrivere con distaccata e sussiegosa dottrina, in bell'ordine, un esauriente trattato,

[...]

 


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