Copertina
Autore Gianni Rocca
Titolo Caro revisionista ti scrivo...
EdizioneEditori Riuniti, Roma, 1998, Primo piano , Isbn 88-359-4583-6
LettoreRenato di Stefano, 1999
Classe storia
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Indice


  9  Lettera aperta
 11  1914: il grande crimine
     della borghesia
 15  L'imprevedibile vittoria di Lenin
 21  E la Russia di Lenin resta sola
 25  1915: la sconfitta dell'Italia
     parlamentare
 34  La borghesia italiana sceglie
     il fascismo
 39  1929: guerra ai kulaki e crisi
     del capitalismo
 48  1933: con Hitler il fascismo dilaga
     in Europa
 53  L'aggressione italiana all'Etiopia
 58  Il terrore staliniano
 65  Il dramma spagnolo
 71  Monaco: la resa delle democrazie
 76  1939: la guerra di Hitler
 81  1941: aggredendo l'Urss, Hitler fa
     rinascere il comunismo
 87  Stalingrado: per Hitler l'inizio
     della fine
 93  1940: l'Italia in guerra a fianco di
     Hitler
 98  1943: crolla il fascismo
105  La vergogna dell'8 settembre e
     l'inizio della Resistenza
115  Palmiro Togliatti e il «partito
     nuovo»
123  Nasce la «guerra fredda»: di chi la
     colpa?
133  L'Italia del 18 aprile
145  Il fatale 1956
156  Gli anni del boom
167  L'Italia di Moro e di Berlinguer
179  Il punto di non ritorno

 

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Pagina 11

1914: il grande crimine della borghesia

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Nessuno, fra i politici e i militari, aveva tenuto conto del vorticoso progresso tecnologico della seconda rivoluzione industriale, in grado di dotare gli eserciti di armi distruttive di inusitata potenza, quali i moderni cannoni e le devastanti mitragliatrici, contro i quali poco potevano i tradizionali attacchi alla baionetta dei soldati o le leggendarie cariche della cavalleria. E cosí monarchi, generali, capitani d'industria, uomini della finanza - l'ossatura della grande borghesia europea - si erano fatti attrarre nel gorgo della guerra, nata occasíonalmente dai colpi di pistola sparati da un serbo contro il principe ereditario austriaco, in quel di Sarajevo. Incoscienza, arroganza, errori diplomatici di calcolo parevano le vere cause scatenanti del conflitto. In realtà, la voglia di affidare alle armi la soluzione dei molti problemi che affliggevano il vecchio continente, era da tempo coltivata: non occorreva che un pretesto. E la responsabilità di un simile crimine contro l'umanità non risiedeva solo nei ristretti circoli del potere. Filosofi, poeti, letterati, predicavano teorie superomiste, magnificando la bellezza della guerra - «igiene del mondo» la definivano - e condannando la politica dei piccoli passi, del paziente rifonnismo, della pace come massima aspirazione. Grandi e medi borghesi affamati di nuove ricchezze si saldavano con masse di piccola borghesia, frustrata, atterrita dall'espandersi di un proletariato desideroso di contare sempre piú in una società industriale, di cui era il principale motore. Purtroppo i capi del socialismo moderato si lasciarono coinvolgere dalla follia nazionalista, e quando la guerra esplose non seppero opporsi. Anzi molti di loro si accodarono al coro bellicista, cosí come il clero dei vari paesi, benedicente le armi dei singoli eserciti. Le poche voci di saggezza, di chi cioè prevedeva che il conflitto avrebbe sconvolto irrimediabilmente i vecchi assetti, causando l'irrompere di nuovi e brutali egoismi, furono irrise e messe a tacere.

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Pagina 15

L'imprevedibile vittoria di Lenin

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Persino in Russia, dopo la spietata repressione dei moti rivoluzionari del 1905, cominciavano a prendere corpo le prime timide riforme, in contemporanea con la nascita del capitalismo, fortemente finanziato dalle banche straniere. Il partito «bolscevico» guidato da Lenin, stretto fra la morsa della polizia e del suo impermeabile settarismo, era cosí destinato lentamente a sbriciolarsi. Lo stesso Lenin vagava nel suo forzato esilio da una capitale all'altra d'Europa con contatti sempre piú radi e difficoltosi con i «quadri» rimasti in patria, anche loro duramente perseguitati e spesso condannati a lunghe pene da scontare in Siberia. E se pure in Francia, in Italia, in Germania, esistevano forti nuclei rivoluzionari, per lo píú attratti da fonne estremiste di lotta e che puntavano sugli scioperi generali per rovesciare il sistema capitalistico-borghese, si poteva affermare che, alla vigilia della prima guerra mondiale, i predicatori della lotta violenta alla Lenin parevano destinati al fallimento politico, una specie votata addirittura all'estinzione.

Quando nell'agosto del 1914 scoppiò il conflitto, Lenin riuscí a stento a raggiungere la Svizzera. Gli altri capi rivoluzionari russi, come Trotzki e Bucharin, si trovavano negli Stati Uniti, mentre Kamenev e Stalin da tempo conducevano la loro esistenza di «coatti» nella Siberia. Era un gruppo disperso, vinto, senza prospettive. La guerra insensata, scatenata dalla grande borghesia europea, stava per restituire loro la vita, fornendogli ínopinatamente ampie dimostrazioni sulla attendibilità delle loro teorie, anzi consentendo, in particolare a Lenin, di portare alle píú estreme e logiche conseguenze il credo rivoluzionario.

Il protrarsi della guerra, la spietatezza con cui veniva condotta, il fiume di sangue che provocava nelle gigantesche battaglie di reciproco logoramento, l'assoluta mancanza di credibili ideali che la giustificassero, spinsero il capo dei bolscevichi ad alcune conclusioni, che da quel momento sarebbero state la base della sua futura azione politica. E che obiettivamente sembravano incontrovertibilí.

In primo luogo - secondo Lenin - il capitalismo sfruttatore stava mostrando il suo vero volto di rapina, di spregiudicata ricerca del massimo profitto, per ottenere il quale tutti i mezzi erano leciti, guerra di sterminio compresa. Nel 1916 egli diede corpo teorico a queste valutazioni scrivendo un saggio dal titolo emblematico: Imperialismo, fase estrema del capitalismo. Non era il solo, dífatti, a pensare come il conflitto in corso stesse proprio certificando l'aggressività dei gruppi economico-finanzíari, intenzionati a contendersi il primato mondiale senza esclusione di colpi. Davanti a tali concreti interessi perdevano di significato valori tradizionali quali amor di patria, progresso civile e sociale, libertà, democrazia. Piú che mai i singoli governi - secondo la nota formula marxiana - erano diventati i «comitati d'affari» della grande borghesia capitalistica che non retrocedeva di fronte a nulla pur di raggiungere i propri obiettivi di dominio. Una classe dunque «nemica» dell'umanità, che in quanto tale doveva essere eliminata con la forza, vane risultando ormai le possibilità di combatterla con i metodi delle riforme graduali e «democratiche».

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L'utopia di una società in cui si ponesse fine allo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, rendendola giusta ed eguale per tutti, stava dunque per inverarsi in un paese arretrato, basato su un'industria ancora ai primi sviluppi, e su campagne che non avevano conosciuto la modernità delle innovazioní capitalistiche, privo di un forte e differenziato ceto medio, senza alcuna tradizione alle spalle di politiche democratico-liberali e di socialismo riformista. La rivoluzione d'Ottobre con il rovesciamento del governo provvisorio, avrebbe portato un gigantesco paese dalle sponde appena lasciate della feudalità al socialismo. Un balzo enorme, sconvolgente, inatteso, mai previsto dai rivoluzionari del passato, Marx per il primo. Un «salto» storico reso possibile dalla sciagurata guerra mondiale, al cui termine, nel 1918, non solo rimasero travolti per sempre ben quattro imperi, l'ottomano, il russo, l'austro-ungarico e il tedesco, ma sarebbero emersi problemi nuovi e drammatici da risolvere, accompagnati da una scia di paure, risentimenti, vendette.

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1915: la sconfitta dell'Italia parlamentare


La «marcia su Roma» di Benito Mussolini avvenne, come è ben noto, su un comodo vagone-letto che da Milano lo condusse nella capitale. Al viaggio il capo del fascismo si era deciso dopo molte esitazioni (non a caso aveva in tasca anche un biglietto per la Svizzera) e solo quando ebbe la certezza che non sarebbe stato proclamato dal re il temuto stato d'assedio, l'unico strumento in grado di fermare e scompaginare le sue camicie nere che si stavano ammassando ai confini del Lazio. Quel rifiuto di applicare la legge nei confronti di un movimento politico armato ed eversivo rappresentava di fatto il «via libera» a una pacifica e consensuale presa del potere da parte del fascismo. Il sistema liberal-democratico-parlamentare, che attraverso momenti di tensione e di pericoli reazionari era comunque riuscito a sopravvivere dai tempi dell'unità d'Italia, aveva praticamente capitolato. Non tutti, allora, si resero conto della mortale ferita inflitta alle istituzioni del paese. Anzi, si coltivavano in proposito numerose illusioni, persino da parte di sinceri liberali quali Giovanni Giolitti e Benedetto Croce. Essi contavano difatti che l'incarico affidato a Mussolini di formare un governo servisse a «costituzionalizzare» il fascismo e a inserirlo gradualmente nel sistema democratico. E non pochi pensavano che una volta esaurito il compito di rimettere «ordine», dopo i convulsi e tormentati anni del primo dopoguerra, si potesse dare il benservito a Mussolini, facendolo rientrare nei ranghi.

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La borghesia italiana sceglie il fascismo


Anche l'Italia aveva pagato un pesante tributo alla guerra: quasi 650 mila morti e oltre un milione e mezzo di feriti sui cinque milioni di soldati chiamati alle armi nell'arco del conflitto. Il paese era stato sottoposto a uno sforzo spaventoso e a tensioni mai prima sperimentate, che avevano conosciuto durante la rotta di Caporetto, nell'autunno del 1917, le punte piú alte, quando parve per qualche settimana che l'esercito si dovesse dissolvere sotto l'incalzare dei nemico vittorioso. L'Italia riuscí a superare la crisi in virtú di alcuni determinanti elementi: l') il frettoloso ritiro dal fronte delle unità tedesche, protagoniste dell'offensiva e del nostro crollo; 2') l'arrivo delle truppe alleate in soccorso di quelle italiane attestate dietro il Piave; 3') il siluramento di Luigi Cadorna da capo di stato maggiore, responsabile della sanguinosa condotta di guerra, basata sul brutale dispendio di vite umane, e che spinse i suoi successori a un piú attento utilizzo della «carne da cannone»; 4') la ritrovata concordia tra le varie forze politiche di fronte al pericolo di una irreparabile sconfitta militare.

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Si erano create, dunque, in Italia, tutte le condizioni, per una svolta reazionaria, anche se nel 1922 appariva chiaro a tutti come di «pericolo rosso» non si potesse piú parlare, dopo il fallimento dei tentativi dell'estremismo di sinistra. In luogo di un ritorno a forme piú moderne e consapevoli di democrazia, possibili con la fine degli aspri scontri di classe, la borghesia pur vincitrice si affidò nelle mani di Mussolini e delle sue camicie nere. La marcia su Roma dell'ottobre 1922 fu solo l'epilogo teatrale e incruento di quella scelta.

Ora se la vittoria del fascismo fu il risultato di molteplici cause e di plurimi errori di valutazione, resta incontrovertibile che essa si realizzò grazie al concorso decisivo della classe dominante, ormai refrattaria ai valori del liberalismo e della democrazia. Il che finiva per confermare l'analisi pur settaria dei comunisti italiani, per i quali il fascismo altro non era che il volto piú reazionario e oppressivo della stessa borghesia. Sarà bene non dimenticare mai la genesi della svolta autoritaria del 1922, e

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