Copertina
Autore Jonathan Rosen
Titolo Il Talmud e Internet
SottotitoloUn viaggio tra mondi
EdizioneEinaudi, Torino, 2001, Tascabili Stilr libero 871 , pag. 150, dim. 120x195x10 mm , Isbn 88-06-15571-7
OriginaleThe Talmud and the Internet [2000]
TraduttoreSilvia Maglioni
LettoreRenato di Stefano, 2001
Classe libri , narrativa statunitense , biografie , scienze sociali , informatica
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Ho cominciato questo libro come elegia per mia nonna, che è scomparsa tre anni fa e non era granché interessata né al Talmud né a Internet. Purtuttavia, la sua vita e la sua morte hanno evocato in me una serie di cose che spaziano dal nebuloso passato talmudico all'elusivo futuro tecnologico. Scrivendo questo libro mi sono reso conto che in fondo ciò che piú mi interessava era cercare di imparare ad abbracciare forze in contrasto tra loro: la tradizione antica e il caos contemporaneo, il dubbio e la fede, i vivi e i morti, la tragedia e la speranza. Per natura sono piú attratto dalla letteratura che dalla tecnologia, e questo libro non è tanto un'esplorazione del mondo di Internet quanto piuttosto una sua poetica. Passo sicuramente piú tempo a leggere il Talmud che a navigare in Internet, ma anche se non posso dire nemmeno lontanamente di essere un esperto né dell'uno né dell'altro, sono comunque figlio di entrambi e ho annotato alcune delle storie - antiche e moderne, pubbliche e private - che mi aiutano a capire questi mondi molteplici che ho ereditato.

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In fondo per me Internet è la concretizzazione di un approccio frammentario alla lettura che già da prima sapevo essere caratteristico del mio incontro con i libri e con il mondo. Di ciò mi resi conto con intensità fortissima quando mi misi a cercare il brano di John Donne che mi aveva confortato dopo la scomparsa di mia nonna. Lo cercai a lungo nell'edizione della Modern Library Complete Poetry and Selected Prose che avevo sottomano ma senza alcun successo. Confesso che ricordavo la citazione non da un corso universitario ma dalla versione cinematografica di 84, Charring Cross Road con Anthony Hopkins e Anne Bancroft. Il libro, un bestseller del 1970, è una raccolta di lettere scritte da una donna americana innamorata della letteratura inglese e un libraio britannico il quale le vende vecchie edizioni di Hazlitt, Lamb e Donne rilegate in pelle, che presumibilmente ha acquistato a sua volta a poco prezzo dalle biblioteche di case immense i cui proprietari hanno fatto bancarotta dopo la guerra. Il libro è una sorta di lamento funebre sulla scomparsa di un certo tipo di cultura della carta stampata. La donna americana ama la letteratura ma scrive anche sceneggiature per la televisione, e a un certo punto compra le Conversazioni immaginarie di Walter Savage Landor per farne un adattamento radiofonico.

Cosi decisi di andare in biblioteca e di prendere in prestito una copia di 84, Charing Cross Road sperando di trovarvi il brano di John Donne, ma purtroppo, nel libro, non ve n'era neanche l'ombra. Il testo dell'adattamento teatrale invece (perché presi in prestito anche quello) lo menziona ma non lo riporta interamente. Vi è solo una breve disquisizione sul Sermone 15 (la donna americana si lamenta che le hanno mandato una versione ridotta del sermone di Donne, mentre a lei piacciono le versioni integrali). A questo punto decisi di affittare di nuovo la videocassetta ed eccolo finalmente, il brano di Donne, letto meravigliosamente dalla voce fuori campo di Anthony Hopkins, anche se non si faceva alcuna menzione della fonte e quindi era impossibile ritrovarlo. E come se non bastasse il brano non era completo e cosí, quando mi decisi finalmente a rivolgermi al Web, fui costretto a cercare «tutta l'umanità costituisce un unico volume» invece dell'intero passo «tutta l'umanità deriva da un unico autore, e costituisce un unico volume».

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Comunque sia, se i libri della biblioteca fossero stati trasferiti interamente su supporto telematico, e se Donne e Hemingway e 84, Charing Cross Road fossero apparsi tutti insieme, simultaneamente, sul mio schermo, in fondo non mi sarebbe dispiaciuto. Forse i libri hanno uno spirito che permette loro di vivere anche al di là dei loro corpi rilegati.

Ma questo non significa che io non tema la scomparsa del libro in quanto oggetto, in quanto corpo. John Donne immagina che le persone, quando muoiono, diventino come dei libri, ma cosa succede quando sono i libri a morire? Rinascono forse in una forma piú eterea? E forse dal corpo devastato del libro che ha origine Internet? Se questo fosse vero, mi confermerebbe un'altra somiglianza che vedo tra Internet e il Talmud, il fatto cioè che anche il Talmud è nato in parte da una perdita.

Il Talmud ha offerto ospitalità virtuale a una cultura sradicata, e ha avuto origine dal bisogno tipicamente ebraico di riporre la cultura nelle parole come se si trattasse di bagagli ed errare in lungo e in largo per il mondo. Il Talmud divenne essenziale per la sopravvivenza degli ebrei dopo la distruzione del Tempio - la casa di Dio pre-talmudica - da quando cioè le pratiche legate al Tempio, quei rituali fatti di sangue, fuoco ed espiazione fisica smisero di esistere. Dopo che gli ebrei perdettero la loro casa (la terra di Israele) e Dio perdette la sua (il Tempio), la condizione degli ebrei cambiò: divennero il popolo del libro e non piú il popolo del Tempio o della terra. E divennero il popolo del libro poiché non avevano nessun altro luogo in cui vivere. Questa perdita fisica spesso non è tenuta in considerazione ma per me si trova al cuore del Talmud e in un certo senso ne spiega la vastità. Ma anche Internet, per quanto ci ripetano in continuazione che dovrebbe servire a unire le persone, produce dentro di me un senso di diaspora, una sensazione di essere ovunque e in nessun luogo al tempo stesso. In quale altra condizione píú che nella diaspora si ha un disperato bisogno di una home page ?

C'è un racconto nel Talmud che cattura alla perfezione questo misterioso passaggio da un tipo di cultura a un altro. È la storia di Yochanan ben Zakkay, il grande dotto del primo secolo, che visse a Gerusalemme durante l'assedio, alla vigilia della distruzione romana. Yochanan ben Zakkay capí che Gerusalemme e il Tempio stavano per essere inesorabilmente distrutti e cosi decise di chiedere ai romani di lasciarlo andare a insegnare e studiare via da Gerusalemme. Per aiutarlo a lasciare la città, gli studenti di ben Zakkay lo nascosero dentro una bara e lo trasportarono fuori dalle mura, e furono costretti a nasconderlo non per ingannare i romani bensí gli zeloti, gli ebrei rivoluzionari che controllavano Gerusalemme e uccidevano chiunque non fosse disposto a morire per la sua città.

Ma ben Zakkay non aveva intenzione di morire per la sua città. Una volta uscito dalle mura, si recò dal generale romano Vespasiano e gli chiese di concedergli il permesso di stabilirsi a Yamne. La sua richiesta venne accettata ed è proprio a Yamne che fiorí lo studio della legge orale, è proprio lí che iniziarono a redigere la Mishnah ed è lí che la cultura talmudica riuscí a sopravvivere mentre la cultura del Tempio stava morendo per sempre. In un certo senso la fuga nella bara di ben Zakkay è una messa in scena simbolica della trasformazione del giudaismo da religione materiale, corporea, a religione della mente e del libro. Gli ebrei morirono come popolo del corpo, della terra, del Tempio e dei suoi riti di fuoco e sangue e, in una delle piú grandi operazioni di traduzione della storia umana, rinacquero come popolo del libro.

La storia di Yochanan ben Zakkay riaffiora alla mia mente quando penso a come oggi stiamo varcando, libri e persone allo stesso modo, la soglia dell'era informatica e ci troviamo in una nuova condizione di diaspora globale in cui siamo potenzialmente dappertutto, però mai a casa. Purtuttavia credo che la scrittura, qualsiasi forma essa assuma, serbi sempre dentro di sé un nonsoché di fantasmatico, smaterializzato, una certa assenza, e sarebbe ingiusto attribuire ai computer o a Internet la colpa di aver accentuato questo aspetto che in fondo, purtroppo, è insito nelle parole. Chi vorrebbe veramente essere un libro nel paradiso di John Donne?

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Sono cresciuto in una casa colma di libri e posso ancora ricostruire nella mia mente intere sezioni della biblioteca dei miei genitori: i due volumi di Alla ricerca del tempo perduto nella traduzione di Scott Moncrieff, che mio padre regalò a mia madre negli anni Cinquanta all'epoca in cui di giorno lavorava alla libreria Doubleday di Grand Central Station e di sera frequentava le lezioni del dottorato. Il volume massiccio dei Saggi di Montaigne, spesso come un ceppo di legno. Il corpulento cofanetto delle tragedie greche in quattro volumi edito dall'Università di Chicago, con il dorso decorato da immagini malinconiche di uomini che cantano dolenti accompagnandosi con la lira. I classici della Modern Library avvolti nelle loro sovracopertine essenziali e autoritarie: Ulisse, L'urlo e il furore, Figli e amanti.

A un'estremità vi erano poi i pesanti tomi di argomenti giudaici: i sette volumi delle Leggende degli ebrei di Louis Ginzberg, i sei volumi della Stotia degli ebrei di Heinrich Graetz, i dieci volumi della storia di Simon Dubnow (in edizione ridotta). C'erano libri su Israele moderna e Israele antica, diverse opere di filosofia e numerosi libri sull'olocausto, tetri ma in un certo senso perversamente rassicuranti perché i libri sono sempre rassicuranti. In fondo, e ditemi se sbaglio, la fine del mondo non potrebbe mai essere contenuta in un libro.

Le notti in cui non riuscivo a prendere sonno scendevo giú a visitare i libri, ne sceglievo uno e lo leggevo fino al mattino seguente. E cosi che ho letto i Fratelli Karamazov e Robinson Crusoe. Isaac Bashevis Singer ha raccontato che quando aveva nove anni lesse Delitto e castigo in traduzione yiddish e pertanto era convinto che Dostoevskij fosse uno scrittore yiddish. Posso capire perfettamente la sua sensazione. Tutto quello che leggevo sotto il tetto dei miei genitori era avvolto da un velo di intimità e assumeva una dimensione familiare. Persino Kafka e il marchese de Sade apparivano ai miei occhi come bestie feroci addomesticate che passeggiavano tranquillamente nel cortile di casa. Non vi era nulla che mi intimorisse di quei libri. Forse anche per il narcisismo tipico della giovinezza, i libri della biblioteca dei miei non avevano semplicemente un'aura familiare ma facevano letteralmente parte di me, erano come note a píè di pagina di una storia piú grande che, magari, un giorno, avrei scritto o se non altro vissuto. Ma non avevo alcun

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