Copertina
Autore Arundhati Roy
Titolo Il dio delle piccole cose
EdizioneGuanda, Parma, 2003 [1997], Narratori della Fenice , pag. 360, cop.fle., dim. 140x220x30 mm , Isbn 88-8246-644-2
OriginaleThe God of Small Things [1997]
TraduttoreChiara Gabutti
LettoreRenato di Stefano, 2004
Classe narrativa indiana
PrimaPagina


al sito dell'editore

per l'acquisto su IBS.IT

per l'acquisto su BOL.COM

 

| << |  <  |  >  | >> |

Indice


 1. Conserve & Composte Paradiso            11
 2. La falena di Pappachi                   46
 3. Grande Uomo Laltain,
    Piccolo Uomo Mombatti                  100
 4. Cinema Abilash                         106
 5. Il Paese degli Dei                     136
 6. Canguri a Cochin                       149
 7. Quaderni «Saggezza»                    168
 8. Benvenuta a Casa, Cara Sophie Mal      178
 9. La signora Pillai, la signora Eapen,
    la signora Rajagopalan                 201
10. Il fiume nella barca                   208
11. Il Dio delle Piccole Cose              231
12. Kochu Thomban                          244
13. Il pessimista e l'ottimista            254
14. Il lavoro è lotta                      284
15. La traversata                          305
16. Poche ore più tardi                    307
17. La stazione di Cochin                  311
18. La Casa della Storia                   321
19. Salvare Ammu                           330
20. Il postale per Madras                  340
21. Il costo della vita                    348


 

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 11

1
CONSERVE & COMPOSTE PARADISO



Maggio ad Ayemenem è un mese caldo, meditabondo. Le giornate sono lunghe e umide. Il fiume si ritira e corvi neri si rimpinzano di manghi lucidi sugli alberi verdepolvere, immobili. Maturano le banane rosse. Si spaccano i frutti dell'albero del pane. Mosconi viziosi ronzano vacui nell'aria fruttata. Poi si schiantano contro i vetri delle finestre e muoiono, goffamente inermi sotto il sole.

Le notti sono limpide, ma soffuse di un'attesa fosca e pigra.

Con l'inizio di giugno, però, arriva il monsone da sudovest, portando tre mesi di vento e pioggia, con brevi incantesimi di sole aspro e brillante che i bambini elettrizzati rubano per i loro giochi. La campagna diventa di un verde sfrontato. I confini sfumano man mano che i filari di tapioca mettono radici e fioriscono. I muri di mattoni diventano verdemuschio. I viticci del pepe nero serpeggiano su per i pali della luce. I rampicanti selvatici traboccano dagli argini di laterite e si riversano nelle strade allagate. Le barche riforniscono i bazar. E nelle pozzanghere che riempiono le buche lasciate per le strade dal Dipartimento dei Lavori Pubblici compare qualche pesciolino.

Pioveva, quando Rahel tornò ad Ayemenem. Argentee funi frustavano la terra sfatta, arandola a colpi di cannone. La vecchia casa sulla collina portava il ripido tetto a due spioventi calcato sulle orecchie come un cappello. I muri, striati di muschio, si erano ammorbiditi e leggermente gonfiati per l'umidità che filtrava dal terreno. Il giardino incolto e straripante era pieno del sussurro e del trapestio di piccole vite. Nel sottobosco un serpente si strofinava contro una pietra lucente. Gialle ranetoro perlustravano speranzose lo stagno melmoso in cerca di un compagno. Una mangusta fradicia sfrecciò per il viale d'accesso cosparso di foglie.

La casa sembrava vuota. Porte e finestre serrate. La veranda anteriore nuda. Senza mobili. Ma la Plymouth azzurrocielo con gli alettoni cromati era ancora parcheggiata lì fuori e, dentro casa, Baby Kochamma era ancora viva.

Era la baby-prozia di Rahel, la sorella più giovane di suo nonno. Il suo vero nome era Navomi, Navomi Ipe, ma tutti la chiamavano Baby. Diventò Baby Kochamma quando fu grande abbastanza per essere zia. Rahel non era tornata a trovare lei, però. Né la nipote né la prozia si facevano illusioni al riguardo. Rahel era venuta per vedere suo fratello, Estha. Erano gemelli nati da due ovuli diversi. «Dizigotici», dicevano i dottori. Nati da ovuli separati ma fecondati contemporaneamente. Estha - Esthappen - era più vecchio di diciotto minuti.

Non si erano mai assomigliati in modo particolare, Estha e Rahel, e nemmeno quando erano bimbetti dalle braccia magroline, il petto piatto e i ciuffi alla Elvis Presley,... c'erano mai stati i classici «Chi è Rahel?» e «Qual è Estha?» da parte di parenti tutti sorrisi o dei vescovi siriano-ortodossi che visitavano spesso la casa di Ayemenem per le offerte.

La confusione stava in un posto più profondo, più segreto.

In quei primi anni amorfi, in cui la memoria cominciava appena a esistere, in cui la vita era piena di Inizi e non conosceva Fine, e Tutto era Per Sempre, Esthappen e Rahel pensavano a loro due insieme come Io, e separati, individualmente, come Noi. Quasi fossero una rara specie di gemelli siamesi, separati nel corpo ma con identità fuse insieme.

Ancora adesso, dopo tutti questi anni, Rahel ricorda di essersi svegliata una notte ridendo per un sogno buffo fatto da Estha.

Rahel ricorda anche altre cose che non ha il diritto di ricordare.

Per esempio, ricorda (anche se non era presente) che cosa fece a Estha l'Uomo delle Aranciate e delle Limonate, quella volta al Cinema Abilash. Ricorda il sapore dei sandwich al pomodoro - i sandwich di Estha, quelli che Estha stava mangiando - sul postale per Madras.

E queste sono solo le piccole cose.


Ad ogni modo, lei adesso pensa a Estha e Rahel come Loro, perché separatamente loro due non sono più quello che Loro sono stati o quello che Loro pensavano sarebbero stati.

No.

Le loro vite hanno forma e dimensione, adesso. Estha ha la sua e Rahel pure.

Margini, Bordi, Orli, Confini, Frontiere e Limiti sono comparsi ai loro orizzonti separati come una banda di folletti maligni. Creature piccole dalle lunghe ombre, che pattugliano un Limitare Sfocato. Sotto i loro occhi sono sorte delicate mezzelune e hanno la stessa età di Ammu quando morì. Trentuno.

Non vecchi.

Non giovani.

Ma vitalmente morituri.


C'era mancato poco che nascessero su una corriera, Estha e Rahel. L'auto con la quale Baba, il loro padre, stava portando Ammu, la loro madre, all'ospedale di Shillong si guastò sulla strada tortuosa fra le piantagioni di tè dell'Assam. Abbandonarono la macchina e fermarono una corriera affollata delle linee statali. Per la bizzarra compassione dei poverissimi per quelli che stanno relativamente meglio, o forse solo perché videro quanto enormemente incinta fosse Ammu, i passeggeri seduti lasciarono il posto alla coppia e per il resto del viaggio il padre di Estha e Rahel si affannò a tener ferma la pancia della madre (con loro dentro) per evitarle i sobbalzi. Questo prima che divorziassero e Ammu tornasse a vivere nel Kerala.

A sentire Estha, se fossero nati sulla corriera avrebbero avuto diritto a viaggiare gratis sulle corriere per tutto il resto della vita. Non era chiaro dove avesse preso una simile informazione, o come facesse a sapere queste cose, ma per anni i gemelli nutrirono un vago risentimento nei confronti dei genitori, colpevoli di averli privati di una vita di viaggi gratis in corriera.

Erano anche convinti che se si moriva investiti sulle strisce pedonali, il Governo avrebbe pagato il funerale. Avevano la precisa convinzione che le strisce pedonali servissero proprio a quello. Ad avere il funerale gratis. Ovviamente non c'erano strisce pedonali per farsi ammazzare, ad Ayemenem, o quanto a questo neppure a Kottayam, la città più vicina, ma loro le avevano viste dal finestrino dell'auto a Cochin, che era a due ore di distanza da Ayemenem.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 20

Estha era sempre stato un bambino silenzioso, così nessuno fu in grado di stabilire con qualche precisione (l'anno, se non il mese o il giorno) quando esattamente avesse smesso di parlare. Smesso del tutto, cioè. Il fatto è che non c'era un «esattamente quando». Estha aveva chiuso bottega calando a poco a poco la saracinesca. Un acquietarsi quasi inavvertibile. Come se avesse semplicemente esaurito gli argomenti di conversazione e non gli restasse altro da dire. Il suo silenzio non era mai scomodo. Né invadente. Né rumoroso. Non era un silenzio d'accusa o di protesta, quanto piuttosto una specie di estivazione, un letargo, l'equivalente sul piano psicologico di quello che fanno i pesci polmonati, i dipnoi, per sopravvivere alla stagione secca; salvo che nel caso di Estha la stagione secca sembrava destinata a durare per sempre.

Col tempo Estha aveva acquisito la capacità di confondersi con qualsiasi sfondo - librerie, giardini, tende, vani delle porte, strade - di apparire inanimato e quasi invisibile a un occhio poco addestrato. Di solito gli estranei ci mettevano un po' prima di notare la sua presenza, anche quando erano nella stanza assieme a lui. Ci mettevano ancor di più a notare che non parlava mai. Certi non lo notavano affatto.

Estha occupava pochissimo spazio nel mondo.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 22

Una volta arrivato, il silenzio mise radici in lui e cominciò a diffondersi. Gli uscì dalla testa e lo avvolse tra le sue braccia melmose. Lo cullò al ritmo di un battito antico, fetale. Allungò le ventose dei suoi tentacoli furtivi centimetro dopo centimetro dentro il suo cranio, ripulendo come con un aspirapolvere le vallette e le colline della memoria, sloggiando vecchie frasi, scuotendole via dalla punta della lingua. Spogliò i pensieri delle parole necessarie a descriverli, lasciandoli nudi e spellati. Indicibili. Intorpiditi. E quindi, agli occhi di un osservatore esterno, quasi assenti. Lentamente, col passare degli anni, Estha si ritirò dal mondo. Si abituò alla piovra irrequieta che gli viveva dentro e che schizzava inchiostro anestetizzante sul passato. A poco a poco la ragione del silenzio scomparve, seppellita in qualche punto profondo tra le pieghe consolanti di quella realtà.

Quando Khubchand, il suo amato bastardino di diciassette anni, cieco, spelacchiato e incontinente, decise di mettere in scena la sua miserevole e prolissa morte, Estha lo curò e lo assistette fino al travaglio finale come se ne andasse della propria vita. Negli ultimi mesi di vita Khubchand, dotato delle migliori intenzioni ma della meno affidabile delle vesciche, si trascinava fino alla gattaiola della porta che dava sul giardino sul retro, spingeva la testa fuori e faceva una pipì intermittente e giallobrillante dentro casa. Poi, con la vescica vuota e la coscienza limpida, alzava su Estha gli occhi verde opaco piantati nel cranio grigiastro come due pozzanghere schiumose e ondeggiando tornava al suo cuscino, lasciando impronte bagnate sul pavimento. Mentre Khubchand giaceva morente nella cuccia, Estha vedeva la finestra della camera da letto riflessa nelle sue pupille violacee e lucide. E il cielo dietro. E una volta un uccello che volava. A Estha - immerso nell'odore di rose vecchie, insanguinato dal ricordo di un uomo fatto a pezzi - il fatto che qualcosa di così fragile, di così insopportabilmente tenero fosse sopravvissuto, avesse avuto il permesso di esistere, sembrava un miracolo. Un uccello in volo riflesso nelle pupille di un vecchio cane. La cosa gli strappò un largo sorriso.

Dopo la morte di Khubchand Estha cominciò le sue passeggiate. Camminava per ore e ore. Dapprima non usciva dal quartiere, ma a poco a poco si spinse sempre più lontano.

La gente si abituò a vederlo per strada. Un uomo ben vestito dal passo tranquillo. Il viso gli si scurì e prese l'aspetto di chi vive molto all'aria aperta. Cominciò a sembrare più saggio di quanto in realtà non fosse. Come un pescatore in città. Pieno di segreti marini.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 43

Da un punto di vista strettamente pratico, si potrebbe forse dire che tutto cominciò con l'arrivo di Sophie Mol ad Ayemenem. Forse è vero che tutto può cambiare in un giorno. Che poche manciate di ore possono condizionare l'esito di
[...]

 


Pubblicata scheda parziale con 10000 bytes di citazioni.
Scheda completa con 39153 bytes di citazioni.
Pubblicazione completa in attesa di autorizzazione dell'editore.

| << |  <  |